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Rete dei Comuni Sostenibili, ‘sostenibilità passa dagli acquisti verdi dei Comuni’

3 luglio 2026 – La pubblicazione del Rapporto 2026 dell’Osservatorio Appalti Verdi, curato da Legambiente e Fondazione Ecosistemi, documenta un livello medio di attuazione del Green Public Procurement (GPP) fermo al 57% nei 531 comuni italiani monitorati. Questo dato, che rappresenta appena il 7% del totale nazionale, non è più una semplice statistica: è diventato l’epicentro di una crisi giudiziaria che sta travolgendo decine di amministrazioni locali. L’inchiesta “Greenwashing Capitale“, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, ha infatti utilizzato proprio quella soglia del 57% come indicatore di una vulnerabilità sistemica che ha permesso una frode su vasta scala in forniture pubbliche. L’indagine si concentra sui contratti stipulati tra il 2024 e il 2025 per la riqualificazione energetica dell’illuminazione pubblica, appalti in cui l’applicazione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) era un requisito vincolante.

Le fiamme gialle del Nucleo Speciale Tutela Spesa Pubblica e Repressione Frodi Comunitarie hanno acquisito i dati grezzi del rapporto, incrociandoli con le gare d’appalto aggiudicate da un gruppo di imprese, ora al centro delle indagini, facenti capo alla holding “Lux Aeterna S.p.A.“. L’ipotesi di reato è truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 640-bis c.p.) e frode nelle pubbliche forniture (art. 356 c.p.). L’accusa sostiene che Lux Aeterna, attraverso le sue controllate, abbia sistematicamente fornito corpi illuminanti a LED con prestazioni energetiche e una durata di vita inferiori del 30-40% rispetto a quanto dichiarato nelle schede tecniche e garantito nelle offerte, violando palesemente i CAM specifici per l’illuminazione pubblica. Il danno erariale è stimato in oltre 80 milioni di euro, calcolato non solo sul maggior costo pagato per prodotti non conformi, ma anche sui mancati risparmi energetici che costituivano il cuore del progetto di finanza.

La falla originaria, secondo gli inquirenti, risiede nella fase di verifica delle offerte. I Responsabili Unici del Procedimento (RUP) di numerosi comuni coinvolti si sono limitati ad accettare le autocertificazioni prodotte da Lux Aeterna sulla conformità ai CAM, omettendo controlli tecnici di terza parte sui campioni. Una simile omissione, in un ente dotato di un ecosistema come Scudo231, avrebbe generato un’anomalia procedurale insuperabile. La piattaforma, integrata con il sistema di e-procurement, avrebbe classificato l’autocertificazione su parametri tecnici critici come “fonte a rischio elevato“, imponendo come step obbligatorio del workflow di approvazione il caricamento di un certificato di conformità rilasciato da un laboratorio accreditato. In assenza di tale documento, il sistema non avrebbe permesso al RUP di procedere con la proposta di aggiudicazione, notificando contestualmente l’anomalia all’Organismo di Vigilanza (ODV) e alla funzione di Internal Audit per una valutazione del rischio. L’appalto non sarebbe mai stato aggiudicato a quelle condizioni.

L’indagine ha rivelato un secondo, e più grave, livello di illecito. La Procura contesta a Lux Aeterna anche il reato di traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies c.p.), un reato presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. È emerso che i componenti elettronici scartati durante il processo produttivo e i corpi illuminanti difettosi non venivano smaltiti secondo le normative RAEE, ma ceduti sottobanco a un’azienda di logistica campana, già nota per reati ambientali, che provvedeva a smaltirli illegalmente in discariche abusive. Questa connessione ha fatto scattare l’applicazione della normativa 231 non solo per la holding, ma, a cascata, ha messo a rischio anche gli enti pubblici committenti. La giurisprudenza consolidata, infatti, riconosce la possibilità di una “colpa in vigilando” dell’ente pubblico quando questo omette i controlli dovuti sulla filiera del proprio fornitore, specialmente in appalti ad alta connotazione ambientale.

Per i comuni coinvolti, l’accusa è di non aver effettuato alcuna due diligence sulla catena di fornitura e smaltimento di Lux Aeterna, un’omissione che integra la colpa di organizzazione sanzionata dal decreto 231. Se questi comuni avessero implementato un sistema di controllo avanzato, la catena di fornitura di Lux Aeterna sarebbe stata mappata e monitorata in tempo reale. Il sistema Scudo231 avrebbe eseguito controlli automatici incrociati sui partner logistici dichiarati dal fornitore, rilevando immediatamente la presenza dell’azienda campana in black list internazionali per reati ambientali. Questo “red flag” avrebbe bloccato l’accreditamento di Lux Aeterna come fornitore qualificato, o quantomeno avrebbe innescato una richiesta perentoria di sostituzione del partner logistico, documentando l’intera procedura. L’ente avrebbe così avuto la prova inconfutabile di aver adottato tutte le misure idonee a prevenire la commissione del reato, escludendo la propria responsabilità amministrativa e il conseguente rischio di sanzioni pecuniarie e interdittive.

Le parole di Benedetta Squittieri, presidente della Rete dei Comuni Sostenibili, partner dell’Osservatorio dal 2023, suonano oggi profetiche e amare. Durante la presentazione del rapporto all’Ecoforum 2026, aveva dichiarato: “La sostenibilità passa concretamente dagli acquisti verdi dei Comuni“. L’inchiesta sta dimostrando che, senza controlli rigorosi e tracciabili, quella stessa sostenibilità diventa un veicolo per frodi e reati ambientali. L’Osservatorio, promosso anche da Nuova Ecologia e Kyoto Club, aveva introdotto proprio un indicatore quantitativo sull’applicazione dei CAM, ma il dato aggregato del 57% nascondeva le falle individuali che hanno permesso il disastro.

Il Gip ha disposto il sequestro preventivo per equivalente per 80 milioni di euro nei confronti di Lux Aeterna S.p.A. e dei suoi dirigenti. Ma il provvedimento più dirompente è il sequestro, ai sensi dell’art. 53 del D.Lgs. 231/2001, del profitto del reato direttamente presso alcuni dei comuni coinvolti. Il profitto è stato identificato nella differenza tra il valore dei beni conformi pattuiti e quello dei beni scadenti effettivamente forniti. Per le amministrazioni locali, questo significa un blocco immediato di fondi vitali, con conseguenze paralizzanti per l’erogazione dei servizi ai cittadini. Un’amministrazione protetta da un modello di prevenzione scientifico non solo avrebbe evitato il danno erariale, ma avrebbe reso impossibile per la Procura dimostrare una “colpa di organizzazione“. L’esistenza di log immutabili, generati dai motori causali proprietari del sistema, che registrano ogni controllo, ogni alert ignorato da un funzionario e ogni escalation all’ODV, avrebbe fornito la prova regina per dissociare la responsabilità dell’ente da quella del singolo individuo che ha agito eludendo fraudolentemente i modelli. Il sequestro contro l’ente sarebbe stato, con ogni probabilità, respinto.

L’aspetto più critico per i comuni indagati è ora la potenziale applicazione delle sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione. Sebbene possa sembrare un paradosso per un ente pubblico, la giurisprudenza ne ammette l’applicazione in forme equivalenti, come la nomina di un commissario giudiziale per la gestione di specifici settori, ad esempio l’ufficio appalti. Questo rappresenta non solo un danno reputazionale devastante, ma una vera e propria esautorazione delle funzioni amministrative.

La debolezza dei controlli interni è emersa anche nella fase di esecuzione del contratto. Nessuno dei comuni ha effettuato monitoraggi periodici sulle performance energetiche della nuova illuminazione. Un semplice controllo sulle bollette elettriche avrebbe mostrato che i risparmi non erano quelli attesi, un segnale d’allarme che avrebbe dovuto innescare una verifica tecnica. La mancanza di un sistema di monitoraggio continuo è un’altra grave lacuna organizzativa. Un ecosistema come Scudo231 avrebbe integrato i dati di consumo energetico in una dashboard di controllo dei contratti. Al primo scostamento significativo e persistente tra i consumi reali e i KPI (Key Performance Indicators) definiti nell’appalto, sarebbe scattato un alert automatico al contract manager e, in caso di mancata risoluzione entro un tempo predefinito, un’escalation diretta al responsabile anti-corruzione. La frode sarebbe emersa dopo pochi mesi, non dopo due anni grazie a un’inchiesta esterna, limitando drasticamente il danno economico e consentendo all’ente di agire immediatamente per la risoluzione del contratto e la richiesta di risarcimento.

L’inchiesta “Greenwashing Capitale” sta quindi trasformando un rapporto sulla sostenibilità in un manuale di patologia della pubblica amministrazione. Dimostra che l’adozione formale di politiche verdi, come il GPP, è un esercizio sterile se non è supportata da un’architettura di controlli sostanziali, automatizzati e a prova di elusione. La differenza tra un ente che subisce un danno milionario e rischia il commissariamento e un ente che si difende efficacemente in sede penale non risiede più nella qualità delle procedure scritte su carta, ma nella capacità di dimostrare, con dati certi e inalterabili, di aver implementato un sistema di difesa che rileva e neutralizza le anomalie prima che diventino reati.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/07/03/rete-dei-comuni-sostenibili-sostenibilita-passa-dagli-acquisti-verdi-dei_8d66f934-d47e-4502-a7e2-53732571f255.html