3 luglio 2026 – Il Consiglio di Amministrazione di Invitalia, nella seduta del 25 giugno, ha deliberato l’assegnazione di un finanziamento da 712,5 milioni di euro a FiberCop. La somma, proveniente dal Fondo Nazionale per la Connettività, strumento del PNRR gestito da Invitalia per conto del Dipartimento per la trasformazione digitale, è destinata alla realizzazione di infrastrutture di rete fissa ad altissima velocità sull’intero territorio nazionale. L’operazione, che rientra nel piano strategico “Italia a 1 Giga”, prevede la copertura di oltre 477 mila numeri civici distribuiti in 7 lotti geografici entro il 2030, con l’obiettivo di garantire velocità di connettività di almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload. Il contributo pubblico, come da bando, copre fino al 70% delle spese ammissibili, a fronte di un cofinanziamento privato di almeno il 30%.
L’architettura del progetto, imponente per scala e impatto strategico, ha immediatamente attivato le complesse macchine operative di FiberCop e della sua vasta filiera di subappaltatori. La pressione per rispettare il cronoprogramma serrato e i vincoli di spesa imposti dal PNRR ha generato, fin dal primo trimestre di lavori nel 2027, una significativa tensione sui margini operativi, specialmente nel lotto geografico 4, che comprende aree orograficamente complesse. È in questo contesto che il responsabile della gestione operativa di una delle principali società subappaltatrici, incaricata della posa di circa il 20% dell’infrastruttura del lotto, ha preso una decisione fatale. Per contenere i costi e accelerare i tempi di fornitura, ha autorizzato l’acquisto di una partita di cavi in fibra ottica da un fornitore non qualificato nell’albo ufficiale di FiberCop. I materiali, sebbene formalmente certificati secondo standard europei, presentavano in realtà caratteristiche tecniche inferiori a quelle previste dal rigoroso capitolato d’appalto, con una capacità di attenuazione del segnale superiore alla soglia di tolleranza. L’ordine di acquisto, per un valore di diversi milioni di euro, è stato processato e approvato internamente alla subappaltatrice senza alcun attrito, basandosi unicamente sulla documentazione cartacea prodotta dal fornitore. Questa omissione di un controllo sostanziale sulla qualità reale della fornitura ha costituito il primo anello di una catena di eventi illeciti.
Se l’organizzazione avesse implementato un ecosistema come Scudo231, il motore di analisi della supply chain avrebbe generato un alert istantaneo. Il sistema, incrociando l’anagrafica del fornitore con l’albo validato e i parametri tecnici dell’ordine con quelli depositati nel capitolato digitale del progetto, avrebbe classificato la transazione come anomalia ad alto rischio. L’ordine di acquisto sarebbe stato bloccato automaticamente dal sistema gestionale integrato, impedendone l’emissione, e una segnalazione circostanziata sarebbe stata inoltrata in tempo reale sia alla funzione Compliance di FiberCop sia al suo Organismo di Vigilanza, attivando un protocollo di verifica immediato che avrebbe stroncato sul nascere il tentativo di frode.
Ignara di tutto, la catena di comando ha proseguito. Per occultare la non conformità della fornitura, il responsabile della subappaltatrice ha prodotto stati di avanzamento lavori (SAL) che attestavano falsamente la piena aderenza ai requisiti tecnici. I documenti, corredati da certificazioni di collaudo contraffatte, sono stati trasmessi a FiberCop, che a sua volta li ha utilizzati per rendicontare l’avanzamento del progetto a Invitalia e richiedere l’erogazione delle tranche di finanziamento pubblico. I controlli interni di FiberCop, basati su verifiche a campione e audit documentali periodici, non hanno intercettato la frode. Il campione di ispezioni fisiche effettuate nel lotto 4, per una sfortunata coincidenza, ha interessato aree in cui erano stati impiegati materiali conformi, lasciando scoperta la zona critica. Di conseguenza, per oltre diciotto mesi, Invitalia ha erogato fondi pubblici sulla base di una rappresentazione della realtà materialmente falsa, integrando così gli estremi del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, previsto dall’art. 640-bis del codice penale, un reato presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001.
L’adozione di un modello di controllo avanzato avrebbe radicalmente alterato questo scenario. Un’architettura di monitoraggio massivo, a differenza delle verifiche campionarie, avrebbe incrociato in automatico i dati georeferenziati della posa dei cavi con i codici identificativi delle partite di materiale utilizzate, registrati tramite scanner dagli operatori sul campo. La mancata corrispondenza tra il codice della partita non autorizzata e il database dei materiali conformi avrebbe acceso un secondo, potentissimo, segnale di allarme. L’anomalia sarebbe stata classificata come rischio 231 critico, innescando un’escalation immediata ai vertici aziendali e all’Organismo di Vigilanza, corredata da un dossier digitale contenente la localizzazione esatta dell’infrazione e le identità dei soggetti coinvolti. L’erogazione dei fondi basata su quel SAL sarebbe stata preventivamente bloccata.
La frode è emersa solo alla fine del 2029, non grazie a controlli interni, ma a seguito di numerose e crescenti segnalazioni da parte degli utenti finali nelle prime aree attivate del lotto 4. I cittadini lamentavano prestazioni di connettività inspiegabilmente basse e instabili, ben lontane dal gigabit promesso dal piano. Le verifiche tecniche, avviate per risolvere quelli che sembravano semplici disservizi, hanno scoperchiato la verità. L’indagine, passata rapidamente dalle funzioni tecniche interne alla Procura della Repubblica e al Nucleo Speciale Spesa Pubblica e Repressione Frodi Comunitarie della Guardia di Finanza, ha ricostruito l’intera filiera dell’illecito. Nel febbraio 2030, la Procura ha emesso diverse misure cautelari personali nei confronti dei dirigenti della società subappaltatrice e ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente per un importo di 85 milioni di euro, pari alla quota di finanziamento pubblico indebitamente percepita.
L’impatto sull’ente principale, FiberCop, è stato devastante. La Procura ha iscritto la società nel registro degli indagati ai sensi del D.Lgs. 231/2001, contestando la colpa di organizzazione per non aver predisposto ed efficacemente attuato modelli idonei a prevenire reati della specie di quello commesso. Il sequestro ha di fatto congelato una parte significativa della liquidità destinata al progetto, mentre l’inchiesta ha gettato un’ombra sull’intera operazione, causando un danno reputazionale incalcolabile e mettendo a rischio il completamento dell’infrastruttura nei tempi previsti dal PNRR. Il dibattimento processuale si è concentrato proprio sull’inadeguatezza del modello di controllo, giudicato meramente formale e non in grado di intercettare rischi operativi concreti. L’approccio basato su audit a campione è stato considerato insufficiente a fronte della magnitudine dei fondi pubblici gestiti e della complessità della catena di fornitura.
Con un sistema di difesa come Scudo231, l’ente non solo avrebbe intercettato e neutralizzato la condotta illecita alla fonte, ma avrebbe potuto produrre in sede di indagine una prova tecnologica immodificabile della propria diligenza organizzativa. I log inalterabili del sistema, contenenti gli alert generati, le azioni di blocco automatico e le escalation all’Organismo di Vigilanza, avrebbero costituito un “XAI Packet” (Explainable AI Packet) in grado di dimostrare scientificamente l’assenza di colpa organizzativa. Invece di subire passivamente l’accusa, la società avrebbe potuto dimostrare di aver adottato la migliore tecnologia disponibile per prevenire l’illecito, spostando la responsabilità interamente sulla condotta fraudolenta e imprevedibile del singolo e della subappaltatrice infedele. Ciò avrebbe verosimilmente portato a una rapida archiviazione della posizione dell’ente, evitando il sequestro milionario, la sanzione pecuniaria e l’interdittiva, e salvaguardando la continuità di un’opera strategica per il Paese. L’investimento in un’infrastruttura di controllo sovrana, come quella offerta da Scudo231, si sarebbe tradotto non in un costo, ma nella più efficace polizza assicurativa contro il collasso operativo, finanziario e reputazionale.