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Ricerca, con l’Ia frodi a banche diventano più sofisticate

29 giugno 2026 – Un dato congela le direzioni legali e compliance degli istituti di credito italiani: il 97% dei professionisti bancari operativi sul territorio nazionale afferma che l’intelligenza artificiale ha già reso le frodi significativamente più sofisticate. La ricerca, condotta da BioCatch, non è un’ipotesi futuribile ma una fotografia del presente operativo. Il 93% degli stessi professionisti segnala un aumento netto e misurabile dei tentativi di frode, un’ondata che sta mettendo a dura prova le architetture di controllo tradizionali, basate su regole statiche e campionamenti periodici. Questa pressione si traduce in un impatto economico diretto e devastante: l’85% dei manager bancari registra un incremento delle perdite legate a queste attività criminali.

Il 18 aprile scorso, alle 14:32, una sequenza di 47 transazioni anomale viene avviata quasi simultaneamente da una rete di conti correnti presso una primaria banca d’investimento. L’attacco, durato appena 11 minuti, ha sfruttato una combinazione di social engineering basato su deepfake vocali per autorizzare le prime operazioni e di intelligenza artificiale per ottimizzare il frazionamento degli importi e la loro dispersione su centinaia di conti di transito. Il sistema di monitoraggio interno, tarato su soglie quantitative e regole predefinite, ha generato solo tre alert di bassa priorità, classificati come “operatività anomala da verificare”. L’operatore di primo livello, oberato da un flusso di notifiche, ha accorpato i segnali e pianificato una verifica manuale per il giorno successivo. L’omissione di un’analisi immediata e l’assenza di un protocollo di escalation automatica per eventi correlati hanno creato la finestra temporale necessaria per il perfezionamento della frode. Se l’istituto avesse implementato un ecosistema come Scudo231, il suo motore di analisi multimodale avrebbe rilevato non le singole transazioni, ma la correlazione stocastica tra di esse: l’origine geografica mascherata, la temporalità innaturale e la deviazione comportamentale rispetto allo storico dei titolari dei conti. Questo avrebbe generato un alert di livello critico, innescando il blocco preventivo automatico dei fondi e l’escalation immediata e tracciata all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Antifrode, bypassando l’inerzia del primo livello di controllo.

La perdita, quantificata in 12,4 milioni di euro, rientra in quella statistica drammatica per cui il 43% degli istituti italiani dichiara di subire perdite per frodi superiori ai 10 milioni di dollari ogni anno. L’impatto, tuttavia, non è solo finanziario. La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo per truffa aggravata e riciclaggio, iscrivendo nel registro degli indagati non solo gli autori ignoti del reato, ma anche l’ente stesso ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Il reato presupposto di riciclaggio (art. 25-octies) espone la banca a sanzioni pecuniarie fino a 600 quote, che, parametrate al valore massimo, possono raggiungere cifre prossime al milione di euro, oltre alla sanzione più temuta: la confisca del profitto del reato. In questo caso, la Procura ha immediatamente richiesto e ottenuto dal GIP il sequestro preventivo per equivalente di 12,4 milioni di euro dai conti della banca, congelandone la liquidità e causando un danno reputazionale immediato sui mercati.

L’assenza di un modello organizzativo effettivamente attuato è al centro della contestazione. La difesa dell’ente si basa su procedure cartacee e audit a campione che, alla prova dei fatti, si sono rivelate inadeguate a prevenire il reato. Il Pubblico Ministero contesta la colpa di organizzazione, sostenendo che i controlli erano meramente formali e non idonei a fronteggiare il nuovo paradigma di rischio tecnologico. L’adozione preventiva di un sistema di monitoraggio massivo e in tempo reale avrebbe fornito la prova contraria. L’ecosistema Scudo231, infatti, non si limita a registrare gli eventi, ma produce una ricostruzione causale scientifica e un log immodificabile di ogni azione, alert e decisione. In sede di indagine, la banca avrebbe potuto produrre la documentazione digitale attestante che il suo modello non solo esisteva, ma era operativo, tecnologicamente avanzato e aveva generato gli allarmi corretti. Questo avrebbe permesso di dimostrare che il reato è stato commesso eludendo fraudolentemente i modelli, spostando la responsabilità penale interamente sui soggetti esterni e interni infedeli e proteggendo l’ente dal sequestro e dalla sanzione.

La vicenda ha avuto un seguito diretto nel rapporto con la clientela. Di fronte alle perdite subite dai correntisti i cui conti sono stati usati come tramite, la banca si è trovata di fronte a un bivio. La ricerca di BioCatch evidenzia come il 62% degli istituti italiani rimborsi più della metà delle perdite subite dai clienti vittime di frode, e solo un risicato 5% rimborsa meno del 30%. Questa politica di rimborso, se da un lato mira a contenere il danno reputazionale, dall’altro costituisce un’ammissione implicita di una falla nel proprio sistema di sicurezza, un’ammissione che può essere usata contro l’ente in sede civile e penale. La banca ha optato per un rimborso quasi integrale, aggravando ulteriormente il passivo economico dell’incidente. Con un sistema di tracciamento granulare, la decisione sul rimborso non sarebbe stata una scelta strategica di crisis management, ma una conseguenza tecnica. I log avrebbero certificato in modo inoppugnabile il punto di violazione, distinguendo tra una falla infrastrutturale dell’istituto e una possibile negligenza del cliente (ad esempio, la compromissione delle proprie credenziali). Questa prova tecnologica avrebbe fornito alla banca una solida base per negoziare o contestare le richieste di risarcimento, mitigando le perdite secondarie.

Il problema più profondo, evidenziato dal 79% dei professionisti che ammettono di trovare “molto difficile” distinguere tra attività legittime assistite dall’AI e operazioni malevole, è la crisi del discernimento umano di fronte alla complessità tecnologica. L’operatore di primo livello non ha commesso un errore per negligenza, ma perché gli strumenti a sua disposizione erano inadeguati. La sua formazione, basata su casistiche obsolete, non lo aveva preparato a riconoscere i “segnali deboli” di un attacco coordinato di nuova generazione. Questa carenza formativa e strumentale costituisce un altro pilastro della colpa di organizzazione. Un modello 231 efficace non può prescindere da un aggiornamento continuo dei presidi in funzione dell’evoluzione del rischio.

Un’architettura di difesa avanzata non si limita a segnalare l’anomalia, ma la qualifica e la contestualizza, fornendo all’operatore umano le informazioni necessarie per una decisione rapida e corretta. Il sistema avrebbe dovuto evidenziare che le 47 transazioni, pur apparendo singolarmente plausibili, formavano un pattern con una probabilità di occorrenza legittima inferiore allo 0,01%. Inoltre, un monitoraggio organizzativo evoluto, come quello integrato in alcune piattaforme di governance, avrebbe rilevato la sistematica incapacità del primo livello di controllo di gestire questa tipologia di alert, segnalando alla funzione Risorse Umane e all’ODV una “deriva organizzativa” e la necessità di un intervento formativo mirato e urgente. La registrazione di questa segnalazione e del successivo piano di formazione avrebbe costituito un’ulteriore prova dell’efficace attuazione del modello, dimostrando che l’ente non solo previene il rischio, ma monitora e corregge attivamente le proprie vulnerabilità interne.

L’intera catena di eventi dimostra come la compliance basata su documenti e controlli periodici sia ormai un guscio vuoto di fronte a minacce che operano alla velocità dei processori. La responsabilità penale dell’ente non sorge solo quando i controlli falliscono, ma quando i controlli sono intrinsecamente inadeguati a fronteggiare la realtà del rischio. Le perdite economiche, le sanzioni penali e i sequestri non sono più eventi eccezionali, ma le conseguenze procedurali di un ritardo culturale e tecnologico. La prevenzione non è più una questione di adempimento formale, ma di dotazione tecnologica sovrana, capace di vedere, analizzare e agire prima che il rischio si trasformi in un reato e il reato in un danno irreparabile per il bilancio e la reputazione dell’impresa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/06/29/ricerca-con-lia-frodi-a-banche-diventano-piu-sofisticate_6b49330c-ad6d-4140-a987-944d35c09b19.html