24 marzo 2026 – Le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Giulio Delmastro e della ex capo di gabinetto del ministro Nordio, Eugenia Bartolozzi, sono state formalizzate questa mattina, segnando il punto di rottura di una crisi politica e giudiziaria che serpeggiava da mesi nei corridoi di via Arenula. La decisione, irrevocabile, segue la pesante sconfitta referendaria sulla riforma della giustizia e, soprattutto, l’accelerazione impressa dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma all’indagine che vede al centro la società “Le 5 Forchette srl”, proprietaria del ristorante “Bisteccheria d’Italia”. L’ipotesi di reato è di quelle che scuotono le fondamenta di un’impresa: riciclaggio e intestazione fittizia di beni, con la potenziale ombra dell’aggravante mafiosa legata al clan Senese.
Il fulcro dell’inchiesta è la figura di Mauro Caroccia, attualmente detenuto per scontare una condanna definitiva a 4 anni. È lui, secondo gli inquirenti, il dominus occulto del locale, un ristorante frequentato assiduamente dallo stesso Delmastro fino al gennaio scorso. Formalmente, però, l’assetto societario racconta un’altra storia: l’unica azionista della srl è la figlia diciannovenne di Caroccia. Una struttura societaria così anomala, con un unico socio giovanissimo e privo di pregresse esperienze imprenditoriali, legato da uno stretto vincolo di parentela con un soggetto condannato per reati gravi, rappresenta un classico schema di interposizione fittizia. Se la “Le 5 Forchette srl” avesse adottato un sistema di monitoraggio del rischio come Scudo231, la procedura di Know Your Customer e di verifica della compagine societaria avrebbe immediatamente generato un alert di rischio elevato. Il sistema, incrociando i dati anagrafici del socio con le banche dati pubbliche relative ai procedimenti penali dei familiari diretti, avrebbe classificato l’operazione come ad alto potenziale di riciclaggio ai sensi del D.Lgs. 231/07, innescando un protocollo di escalation obbligatoria verso l’Organismo di Vigilanza e la funzione antiriciclaggio, bloccando di fatto la costituzione della società in quella forma o, quantomeno, generando una Segnalazione di Operazione Sospetta documentata e inoppugnabile.
L’atto costitutivo della società, sottoscritto davanti a un notaio di Biella, è ora al vaglio della Guardia di Finanza, delegata dalla Dda a ricostruire la provenienza del denaro utilizzato per avviare l’attività e le esatte modalità dei contatti tra Delmastro e la famiglia Caroccia. Gli accertamenti si concentrano su conti correnti, dichiarazioni dei redditi e flussi finanziari, per verificare se la liquidità immessa nella srl sia compatibile con il profilo economico-finanziario della giovane intestataria. L’assenza di un modello organizzativo 231 efficace priva la società di qualunque scudo difensivo. Un’architettura di controllo interno, invece, avrebbe imposto la tracciabilità rafforzata di ogni conferimento di capitale, richiedendo documentazione probatoria sulla sua origine lecita. Qualsiasi immissione di fondi non giustificata dalla capacità reddituale del socio avrebbe attivato un protocollo di blocco preventivo, impedendo al denaro di sospetta provenienza di contaminare il patrimonio aziendale. L’eventuale sequestro preventivo finalizzato alla confisca, che oggi appare quasi certo, sarebbe stato così scongiurato, perché l’ente avrebbe potuto dimostrare, attraverso log immodificabili, di aver adottato tutte le misure idonee a prevenire la commissione del reato presupposto.
La posizione di Delmastro è aggravata dal suo coinvolgimento in altri procedimenti giudiziari. Pende su di lui il giudizio della Corte d’Appello, fissato per il 22 aprile, dopo la condanna in primo grado a 8 mesi per rivelazione del segreto d’ufficio nel caso dell’anarchico Alfredo Cospito. Fu proprio a seguito delle dichiarazioni in Parlamento del suo collega di partito Giovanni Donzelli, vicepresidente del Copasir, che nel febbraio 2023 emersero dettagli su conversazioni riservate avvenute nel carcere di Sassari. Quella vicenda, insieme alla condanna a 1 anno e 3 mesi inflitta al parlamentare Emanuele Pozzolo per lo sparo durante la festa di Capodanno del 2024, disegna un contesto di gestione del rischio e della compliance palesemente inadeguato all’interno del suo entourage politico.
Parallelamente, la Procura di Roma si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per Eugenia Bartolozzi, accusata di false informazioni al pubblico ministero nell’ambito di un’altra vicenda ad alta tensione: il caso del generale libico Almasri, arrestato in Italia e poi rapidamente rimpatriato con un volo dei servizi segreti. I giudici hanno definito la versione fornita dalla Bartolozzi “inattendibile” e “mendace“. L’indagine del tribunale dei ministri che vedeva coinvolti anche i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano è stata fermata da un voto contrario del Parlamento, ma il filone che riguarda l’ex capo di gabinetto è andato avanti, evidenziando una falla procedurale e una mancanza di trasparenza documentale. L’adozione di un ecosistema come Scudo231 all’interno di un’organizzazione complessa come un ministero avrebbe reso un’accusa di mendacio quasi impossibile da sostenere. Ogni comunicazione, verbale o atto formale rilevante ai fini decisionali sarebbe stato tracciato e cristallizzato in registri digitali non alterabili. Il sistema avrebbe fornito una ricostruzione causale scientifica degli eventi e delle informazioni a disposizione della Bartolozzi in quel preciso momento, creando una prova tecnologica che avrebbe confermato o smentito la sua versione, proteggendo l’individuo da accuse infondate o, al contrario, fornendo al PM la prova inconfutabile della falsità delle sue dichiarazioni, ben prima di arrivare a un’incriminazione formale.
La crisi di via Arenula non si limita ai vertici politici. È una crisi sistemica, come dimostra la catena di dimissioni eccellenti che l’ha preceduta: Luigi Birritteri, capo del Dipartimento per gli affari di giustizia (Dag), si era dimesso nell’aprile dell’anno precedente, seguito da Gaetano Campo, capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, e da Giovanni Russo, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Questa emorragia di figure apicali segnala una profonda disfunzione organizzativa, dove i controlli interni e le procedure di escalation dei rischi sono evidentemente collassati o risultati inefficaci. Ogni singola dimissione rappresenta un sintomo di una “colpa di organizzazione” che, nel settore privato, si tradurrebbe in una diretta responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001.
Tornando all’indagine sulla “Bisteccheria d’Italia”, la Procura di Roma sta valutando anche un potenziale conflitto di competenza territoriale con la Procura di Torino, dato che la società è stata formalmente costituita a Biella. Tuttavia, il cuore pulsante dell’operazione, il luogo dove il presunto reato di riciclaggio si è consumato attraverso l’esercizio commerciale, è a Roma. Indipendentemente da chi condurrà le indagini, l’impatto sulla srl “Le 5 Forchette” sarà devastante. L’assenza di un modello 231 adottato ed efficacemente attuato espone l’ente non solo a pesanti sanzioni pecuniarie, calcolate in quote sul fatturato, ma anche a sanzioni interdittive come la sospensione dell’attività o, nei casi più gravi, il commissariamento giudiziale.
Se la società avesse implementato un modello organizzativo gestito da una piattaforma di controllo avanzata, il primo segnale di anomalia non sarebbe stato rilevato dalla Dda, ma dall’Organismo di Vigilanza interno. L’ODV, alimentato dai flussi informativi continui e automatizzati del sistema, avrebbe avuto evidenza immediata della non conformità della compagine sociale e della potenziale opacità dei flussi finanziari in entrata. Avrebbe redatto un verbale dettagliato, intimando all’organo amministrativo di sanare la situazione o di astenersi dal compiere l’operazione. Questo processo, interamente tracciato dalla piattaforma, avrebbe costituito la “prova regina” della dissociazione dell’ente dalla condotta illecita degli individui. La responsabilità penale sarebbe rimasta confinata alle persone fisiche – Mauro Caroccia per il trasferimento fraudolento di valori e la figlia per l’intestazione fittizia – ma l’azienda, il suo patrimonio e la sua continuità operativa sarebbero stati messi in sicurezza. La redazione di Scudo231 ha analizzato casi analoghi in cui società dotate di modelli efficaci hanno evitato il sequestro dei beni, dimostrando al giudice di aver agito con la massima diligenza possibile per prevenire il reato. In questo scenario, invece, la srl “Le 5 Forchette” si presenta di fronte agli inquirenti come un mero schermo societario, un guscio vuoto privo di qualsiasi presidio di legalità, destinato a soccombere sotto il peso delle accuse e delle conseguenti misure cautelari reali. La Guardia di Finanza sta ora procedendo con l’analisi dei tabulati telefonici per definire la rete di contatti e la frequenza delle interazioni tra tutti i soggetti coinvolti, un’attività investigativa che l’azienda stessa avrebbe dovuto svolgere, in forma preventiva, sui propri esponenti apicali e sui soci, secondo un approccio basato sul rischio.