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Il gip convalida i sequestri su Ceva Logistics, ‘serbatoi di manodopera’

15 marzo 2026 – Il gip di Milano Luca Milani ha convalidato oggi gli ultimi due decreti di sequestro preventivo, emessi d’urgenza dalla Procura di Milano il 3 marzo, per un valore complessivo di oltre 27,3 milioni di euro. I provvedimenti colpiscono direttamente due società del colosso della logistica con sede ad Assago: Ceva Logistics Italia srl e Ceva Ground Logistics Italy spa. L’operazione, condotta dai pm Paolo Storari e Daniela Bartolucci con il supporto operativo del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, si inserisce nel più ampio filone investigativo sui cosiddetti “serbatoi di manodopera”, un sistema che secondo l’accusa genera non solo una massiccia frode fiscale, ma anche forme di sfruttamento dei lavoratori.

Il meccanismo contestato dagli inquirenti è tanto semplice nella sua concezione quanto devastante nei suoi effetti. Ceva Logistics, pur esercitando di fatto i poteri tipici del datore di lavoro – impartendo direttive, organizzando turni, controllando l’esecuzione delle prestazioni – non avrebbe sopportato i relativi oneri legali e fiscali. Decine di dipendenti, formalmente assunti da cooperative e società terze, operavano sotto la piena gestione di Ceva, che in questo modo si alleggeriva dei costi contributivi, stipendiali e contrattuali. Una chiara divergenza tra ruolo formale e ruolo sostanziale che costituisce il cuore dell’illecito. Se l’ente avesse adottato un ecosistema di controllo come Scudo231, i suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero incrociato in tempo reale i dati di accesso ai magazzini, le assegnazioni dei task operativi e le gerarchie di reporting con i registri anagrafici del personale. La presenza costante di lavoratori non dipendenti che ricevevano ordini diretti da manager Ceva avrebbe generato un’anomalia ad alta priorità, segnalando una potenziale somministrazione illecita di manodopera e un disallineamento tra ruoli di diritto e ruoli di fatto, bloccando la deriva organizzativa prima che potesse consolidarsi in un reato.

L’indagine milanese ha messo in luce una prassi diffusa nel settore, contro cui la Procura agisce da anni con determinazione, riuscendo a recuperare oltre un miliardo di euro attraverso i risarcimenti versati dalle società coinvolte all’Agenzia delle Entrate e ottenendo, come effetto collaterale virtuoso, la stabilizzazione contrattuale di oltre 54.000 lavoratori. Il sequestro di 27,3 milioni di euro nei confronti di Ceva non è una sanzione, ma una misura cautelare reale, un sequestro preventivo per equivalente finalizzato a congelare beni per un valore corrispondente all’imposta evasa, in questo caso l’IVA. Si tratta di una conseguenza diretta della mancata vigilanza sui flussi economici e contrattuali con i fornitori di manodopera. Un’architettura di controllo avanzata avrebbe imposto una qualifica fornitori dinamica e non meramente documentale. Ogni fattura emessa dalle cooperative sarebbe stata processata da un motore causale proprietario, che l’avrebbe correlata al numero di ore lavorate, ai badge di ingresso e alle commesse gestite. Un flusso di fatturazione anomalo, sproporzionato rispetto alla struttura dichiarata del fornitore o privo di una reale autonomia imprenditoriale di quest’ultimo, avrebbe attivato un protocollo di blocco del pagamento e un’immediata escalation all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Compliance, mitigando il rischio di accumulare un debito fiscale milionario e di subire il conseguente sequestro del profitto del reato.

Ma le conseguenze per Ceva Logistics Italia srl potrebbero non fermarsi al danno patrimoniale. I pm Storari e Bartolucci hanno infatti depositato un’istanza per l’applicazione di una misura interdittiva particolarmente afflittiva: il divieto di pubblicizzare beni e servizi per la durata di un anno. Il giudice Milani ha fissato l’udienza per la discussione di tale richiesta per il prossimo 21 maggio. Se accolta, questa misura impedirebbe alla società di promuovere la propria attività sul mercato, con un impatto commerciale e reputazionale incalcolabile. Tale richiesta si fonda sulla contestazione della responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001, per non aver predisposto modelli organizzativi idonei a prevenire reati come la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti.

In questo scenario, la difesa dell’ente si giocherà sulla dimostrazione di aver agito con la dovuta diligenza. Un’impresa dotata di un ecosistema come Scudo231 avrebbe potuto presentare al giudice non solo un modello cartaceo, ma la prova tecnologica della sua efficace attuazione. Attraverso la generazione di un XAI Packet (Explainable AI Packet), avrebbe fornito una ricostruzione causale scientifica e immutabile di tutti i controlli eseguiti, degli alert generati dal sistema e delle azioni correttive intraprese. Questa documentazione probatoria avrebbe potuto dimostrare l’assenza di colpa di organizzazione, isolando eventuali responsabilità individuali e fornendo al giudice elementi concreti per rigettare la richiesta di una misura interdittiva così grave, salvaguardando la continuità operativa e l’immagine aziendale.

La vicenda attuale, inoltre, si innesta su un precedente che, sebbene risolto, pesa sulla storia recente della società. Nel maggio 2019, Ceva Logistics era già finita sotto i riflettori della magistratura milanese, venendo sottoposta ad amministrazione giudiziaria per una presunta agevolazione del caporalato. La misura fu in seguito revocata, ma quell’episodio avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme potentissimo, un segnale inequivocabile della necessità di rivedere radicalmente i processi di gestione e controllo della catena di fornitura di manodopera. La recidiva, seppure su un fronte diverso come quello fiscale, suggerisce una mancata interiorizzazione della lezione e l’assenza di un cambiamento strutturale nei presidi di controllo.

L’esperienza del 2019 avrebbe dovuto innescare una revisione completa e non formale del Modello 231, con un focus specifico sui reati connessi alla filiera. L’implementazione di un sistema di monitoraggio massivo e in tempo reale avrebbe permesso di superare la logica dei controlli a campione, notoriamente inefficaci di fronte a fenomeni sistemici. Invece di limitarsi a verifiche documentali periodiche sui fornitori, un’analisi stocastica costante avrebbe mappato l’intera rete di cooperative, identificando i “segnali deboli” di rischio: società di recente costituzione, con capitali sociali irrisori, amministratori ricorrenti in più entità o un’eccessiva dipendenza economica da un unico committente come Ceva. Il sistema avrebbe creato un rating di rischio dinamico per ogni fornitore, bloccando preventivamente l’operatività con quelli ad alto profilo di anomalia. La crisi del 2026, quindi, non è un fulmine a ciel sereno, ma la conseguenza prevedibile di una vulnerabilità nota e non adeguatamente presidiata con strumenti tecnologici efficaci. L’approccio reattivo, anziché preventivo, ha lasciato l’organizzazione esposta a un rischio che si è puntualmente materializzato, con conseguenze patrimoniali e operative che ora attendono di essere definite nell’aula del tribunale di Milano il prossimo 21 maggio.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/03/13/il-gip-convalida-i-sequestri-su-ceva-logistics-serbatoi-di-manodopera_77feaa19-f530-4e53-addd-d5b7ba0fcda8.html