La Compilance diventa Un Vantaggio Competitivo Sleale

Traffico internazionale monete antiche, 7 indagati tra Sassari e Bologna

Moneta dorata rotonda che si scompone in frammenti su sfondo blu-grigio, logo Scudo231 presente, descrizione neutra e informativa.

8 marzo 2026 – L’operazione del Nucleo tutela del patrimonio culturale dei Carabinieri di Cagliari, scattata due giorni fa, ha posto sotto sequestro i conti correnti di sette indagati per un valore di 250.000 euro. Il provvedimento, emesso dal gip del Tribunale di Sassari su richiesta del pm Ermanno Cattaneo, rappresenta il culmine di un’indagine iniziata nel 2022 e cristallizza il profitto illecito immediatamente tracciabile di un vasto traffico internazionale di reperti archeologici. Migliaia di monete di epoca punica, romana e bizantina, alcune delle quali in oro massiccio, sono state sistematicamente trafugate da scavi clandestini in Sardegna per essere immesse nel mercato collezionistico europeo attraverso case d’asta specializzate. L’inchiesta della Procura di Sassari ha iscritto nel registro degli indagati sei soggetti sardi e un complice basato a Bologna, delineando un’associazione specializzata nei reati di ricettazione ed esportazione illecita di beni culturali.

Il punto di svolta investigativo risale al 2022, quando gli inquirenti hanno individuato, presso un’asta estera, un lotto di 36 rare monete d’oro di epoca sardo-bizantina. La loro unicità ha tradito la loro provenienza: si trattava di pezzi meticolosamente studiati e pubblicati nel 1996 da un noto numismatico di Sassari. Questo stesso esperto, oggi ex professionista, figura tra i principali indagati. Il suo ruolo era cruciale: fungeva da garante dell’autenticità dei reperti, fornendo una patina di legittimità a oggetti privi di qualsiasi documentazione di provenienza. Tra il 2022 e il 2024, il gruppo ha immesso sul mercato oltre 1.500 lotti di monete antiche, generando un giro d’affari stimato in circa mezzo milione di euro.

L’intera catena operativa si fondava su una fondamentale omissione di controllo da parte degli intermediari, in particolare le case d’asta che hanno accettato e venduto i lotti. L’assenza di documentazione che attestasse la lecita provenienza o il legittimo possesso dei beni è un segnale di allarme primario nel settore dei beni culturali, un settore ad altissimo rischio di riciclaggio e traffico illecito. Questa lacuna procedurale è esattamente ciò che un ecosistema di compliance integrato è progettato per sigillare. Se una delle case d’asta coinvolte avesse implementato un sistema come Scudo231, l’acquisizione di ogni singolo lotto sarebbe stata vincolata a un workflow digitale non aggirabile. L’inserimento a sistema avrebbe richiesto la scansione e il caricamento obbligatorio dei documenti di provenienza; in assenza di tale allegato, il sistema avrebbe fisicamente impedito la creazione della scheda-lotto, bloccando l’oggetto prima ancora del suo ingresso nel catalogo. Qualsiasi tentativo di forzatura o di inserimento di un placeholder invalido avrebbe generato un alert in tempo reale, indirizzato simultaneamente alla funzione Antiriciclaggio e all’Organismo di Vigilanza (OdV), creando una registrazione forense dell’anomalia.

Il ruolo del numismatico sassarese, garante di fatto, rappresenta un’altra vulnerabilità critica che un modello organizzativo robusto avrebbe neutralizzato. La sua perizia, per quanto autorevole, era l’unico presidio di validazione. In un’organizzazione protetta, la valutazione di lotti ad alto valore o ad alto rischio (come reperti archeologici non documentati) avrebbe attivato un protocollo di controllo a più livelli. Un sistema di monitoraggio delle transazioni avrebbe rilevato il pattern anomalo: un singolo perito che validava un volume sproporzionato di reperti provenienti dalla stessa area geografica e privi di storia documentale. Questo schema avrebbe superato una soglia di rischio preimpostata, innescando una richiesta automatica di seconda perizia indipendente e una segnalazione di potenziale conflitto di interessi all’OdV. La responsabilità non sarebbe più stata delegata a un singolo individuo, ma distribuita e verificata dal processo stesso, spersonalizzando il controllo e rendendolo oggettivo.

Le indagini hanno permesso di recuperare finora 4.000 monete in Italia, Spagna e Austria, ma si stima che altre migliaia siano già state disperse in collezioni private, rendendone quasi impossibile il recupero. Oltre alle monete, è stato rinvenuto un busto in marmo riconducibile a un culto pagano di età romana, un pezzo di eccezionale valore storico-artistico. Il busto è stato affidato al Centro di restauro e conservazione dei beni culturali di Li Punti, a Sassari, dove gli esperti della Soprintendenza procederanno al restauro e alla catalogazione scientifica.

L’impatto per gli indagati è già pesante, con il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di 250.000 euro, che aggredisce i loro patrimoni personali per un importo pari al profitto del reato accertato. Tuttavia, il rischio legale si estende ben oltre le persone fisiche. Le case d’asta e le società intermediarie che hanno gestito la vendita di questi 1.500 lotti sono ora esposte a una potenziale responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. I reati di ricettazione (art. 648 c.p.) e riciclaggio (art. 648-bis c.p.), così come i delitti contro il patrimonio culturale, sono infatti inclusi nel catalogo dei reati presupposto della 231.

Qualora la Procura di Sassari decidesse di contestare la “colpa di organizzazione” a una delle entità giuridiche coinvolte, le conseguenze sarebbero devastanti. L’ente potrebbe subire sanzioni pecuniarie calcolate in quote, il cui valore può arrivare a centinaia di migliaia di euro, e, soprattutto, la confisca del profitto del reato, che in questo caso potrebbe essere identificato con l’intero giro d’affari di 500.000 euro, non solo con la parte già sequestrata agli individui. In questo scenario, la difesa dell’ente si baserebbe sulla capacità di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOG) idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso.

Qui emerge il valore causale e probatorio di un’architettura di controllo avanzata. Un’azienda dotata di un ecosistema come Scudo231 non si limiterebbe a presentare un modello cartaceo. Produrrebbe in giudizio i log di sistema, immodificabili e con marcatura temporale, che dimostrano l’esistenza di controlli impeditivi e la loro applicazione sistematica. Dimostrerebbe, ad esempio, che per i 1.500 lotti in questione non esiste alcuna registrazione a sistema perché il workflow di acquisizione è stato bloccato all’origine per mancanza di documenti. Oppure, se i criminali avessero trovato un modo per aggirare i controlli con documenti falsi, il sistema avrebbe comunque tracciato ogni singolo passaggio, registrato gli alert di anomalia e documentato le escalation all’OdV. Questa “prova scientifica” dell’assenza di colpa organizzativa sposterebbe la responsabilità interamente sulle persone fisiche che hanno agito fraudolentemente, eludendo i presidi aziendali, e proteggerebbe l’ente dalle sanzioni più gravi, incluso il sequestro del profitto.

L’assenza di tali controlli tracciabili, invece, lascia l’ente in una posizione di estrema debolezza. La mancata richiesta di documentazione sulla provenienza non è una semplice negligenza operativa, ma si configura come un’omissione che ha reso possibile la commissione del reato presupposto. L’accettazione di beni di provenienza archeologica da privati, senza le dovute verifiche, viola non solo la diligenza professionale ma anche specifiche normative di settore e antiriciclaggio, dove la due diligence sul cliente e sull’origine dei beni è un obbligo inderogabile. La mancata escalation di queste anomalie evidenti al vertice aziendale o all’Organismo di Vigilanza è la prova di un vuoto organizzativo che il legislatore del D.Lgs. 231/2001 intende sanzionare.

L’operazione coordinata dal pm Cattaneo non è quindi solo un successo per la tutela del patrimonio culturale, ma anche un monito per tutte le imprese che operano in settori a rischio. La prevenzione del reato non è un mero adempimento formale, ma un’infrastruttura di processi e controlli attivi che devono funzionare in tempo reale. Ogni lotto non documentato che entrava nel circuito delle aste non era solo un pezzo di storia perduto per la collettività, ma anche un rischio operativo e legale che si accumulava silenziosamente nel bilancio dell’intermediario. Un rischio che un sistema di monitoraggio come Scudo231 avrebbe rilevato al primo evento, segnalandolo come una falla da chiudere immediatamente, invece di lasciarla aperta per due anni, consentendo la fuoriuscita di un patrimonio inestimabile e l’ingresso di una responsabilità finanziaria e reputazionale catastrofica. La difesa più efficace, in questi casi, non si costruisce in tribunale, ma si implementa anni prima, nel disegno dei processi operativi quotidiani.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/06/traffico-internazionale-monete-antiche-7-indagati-tra-sassari-e-bologna_10360a3e-c874-4fee-a1c7-ca5b11a84e78.html