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Tre incidenti mortali sul lavoro: una vittima a Lucca, l’altra a Catania e la terza nel Reggiano

22 luglio 2026 – Giacomo Pucci, trent’anni, residente a Pescia, viene schiacciato da una pressa all’interno dell’azienda di Altopascio per cui lavora. L’attrezzatura, di diverse tonnellate, era in fase di movimentazione tramite un transpallet elettrico, comunemente detto muletto. Il decesso è istantaneo. La dinamica, brutale e apparentemente banale, attiva una catena di eventi che paralizzerà l’azienda, una ditta di circa 40 addetti specializzata in impianti per l’industria chimica e farmaceutica. Il primo anello debole della catena è l’operazione stessa: la movimentazione di un carico eccezionale in un’area operativa. L’assenza di un protocollo digitale vincolante per l’uso del muletto e per l’accesso all’area durante manovre critiche costituisce una grave lacuna organizzativa. Se l’azienda avesse implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, il transpallet non si sarebbe attivato senza il preventivo login tramite badge di un operatore con certificazione valida e specifica per quel macchinario, registrata a sistema. Qualsiasi tentativo di utilizzo da parte di personale non autorizzato o con formazione scaduta avrebbe generato un alert in tempo reale al preposto e al responsabile della sicurezza, bloccando fisicamente l’avvio del mezzo. Inoltre, l’area di movimentazione della pressa sarebbe stata classificata come “zona a rischio temporaneo elevato”, inibendo tramite sensori di prossimità l’accesso a chiunque non fosse essenziale alla manovra, incluso lo stesso Pucci se il suo ruolo non lo prevedeva in quel preciso istante.

Nelle stesse ore, la tragedia si replica con una precisione agghiacciante. A Catania, un operaio di trent’anni, dipendente di un’azienda di logistica, muore schiacciato da un muletto. A Cavriago, nel Reggiano, un altro lavoratore perde la vita in circostanze analoghe, ancora una volta legate all’uso di un carrello elevatore. Tre incidenti mortali, tre uomini, tre aziende diverse, un unico comune denominatore: il fallimento dei presidi di sicurezza basilari e, a monte, la colpa organizzativa dell’ente.

Ad Altopascio, i primi a intervenire sono i colleghi. Poi i sanitari del 118, che non possono fare altro che constatare il decesso, e i vigili del fuoco per la messa in sicurezza del macchinario. L’arrivo dei Carabinieri e degli ispettori del Dipartimento di prevenzione della Asl di Lucca trasforma la scena della tragedia in una scena del crimine. La gestione dell’emergenza interna, affidata all’iniziativa individuale e al panico del momento, non lascia tracce ordinate e verificabili. Un sistema di gestione integrato, invece, avrebbe attivato un protocollo di crisi automatico: la pressione di un qualsiasi pulsante di emergenza nell’area o un alert generato da sensori di caduta uomo a terra avrebbe immediatamente inviato una notifica geolocalizzata all’Organismo di Vigilanza, al management e alla squadra di primo soccorso interna, cristallizzando in un log immodificabile l’orario esatto dell’evento e le registrazioni delle telecamere di sicurezza degli ultimi minuti, creando così un dossier digitale probatorio istantaneo e inattaccabile, fondamentale per la ricostruzione causale.

Poco dopo giunge sul posto il magistrato di turno della procura di Lucca, Antonio Mariotti. Il suo primo atto è drastico ma inevitabile: dispone il sequestro probatorio dell’intera area produttiva, della pressa e del muletto. L’azienda è, di fatto, operativaente decapitata. La produzione è ferma a tempo indeterminato. Questo provvedimento non è solo una necessità investigativa, ma anche il primo, pesantissimo, impatto economico e operativo sull’ente. La procura di Lucca apre immediatamente un fascicolo per omicidio colposo, un reato che, commesso in violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, fa scattare la responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001, in particolare dell’articolo 25-septies. L’azienda ora non risponde solo per il suo legale rappresentante o per il delegato alla sicurezza, ma risponde come entità giuridica. Rischia sanzioni pecuniarie calcolate in quote, il cui valore può raggiungere cifre elevatissime, e, cosa ancora più devastante, sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione o la sospensione dell’attività.

In un simile scenario, la capacità di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione e Gestione (MOG) prima del fatto è l’unica vera linea di difesa. Un MOG cartaceo, basato su procedure non applicate e controlli sporadici, crolla di fronte alla materialità dell’evento. Con un’architettura di controllo come Scudo231, l’azienda avrebbe potuto consegnare al PM Mariotti non solo procedure, ma la prova tecnologica della loro applicazione. Avrebbe fornito i log di accesso al muletto, la cronologia della manutenzione del mezzo tracciata digitalmente, i registri di formazione di ogni singolo dipendente con i relativi punteggi di apprendimento, le registrazioni degli alert di mancato rispetto delle procedure di sicurezza generati e gestiti nelle settimane precedenti. Questa documentazione non avrebbe cancellato la tragedia, ma avrebbe spostato il focus dell’indagine dalla colpa di organizzazione sistemica a un’eventuale, e a quel punto dimostrabile, condotta imprevedibile del singolo, fornendo all’ente una solida base per chiedere il dissequestro in tempi rapidi e mitigare drasticamente il rischio sanzionatorio.

A Catania, lo scenario procedurale è identico. La procura catanese apre un fascicolo per omicidio colposo, al momento senza indagati, in attesa dei primi rilievi della Polizia di Stato e degli ispettori dello Spresal, il servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Azienda sanitaria. Anche qui, l’area dell’incidente viene posta sotto sequestro e viene disposta l’autopsia sul corpo del lavoratore. La mancanza di indagati nella fase iniziale è una prassi, ma è solo questione di ore prima che vengano iscritti nel registro il datore di lavoro, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e il preposto. L’assenza di un sistema di tracciamento delle deleghe di funzione e delle responsabilità operative rende difficile per gli inquirenti, e per l’azienda stessa, definire con esattezza chi avesse l’obbligo di vigilanza in quel momento e in quel luogo. Un sistema evoluto di compliance mappa e storicizza digitalmente ogni delega, ogni incarico, ogni mansionario, collegandoli ai protocolli operativi specifici. In caso di incidente, è in grado di produrre una “matrice di responsabilità” istantanea, che chiarisce senza ambiguità le catene di comando e controllo, proteggendo chi ha adempiuto ai propri doveri e identificando con precisione le omissioni.

Anche a Cavriago, i Carabinieri e la Medicina del Lavoro avviano gli accertamenti, informando la procura di Reggio Emilia. Tre procure, tre fascicoli, tre aziende che ora devono affrontare un percorso giudiziario lungo e costoso. Gli ispettori della Asl di Lucca iniziano a sentire i testimoni, i colleghi di Giacomo Pucci. Le loro dichiarazioni, rese in un clima di shock e di pressione emotiva, diventeranno parte integrante del fascicolo d’indagine. Spesso, da queste testimonianze emergono prassi consolidate di elusione delle norme di sicurezza, tollerate o addirittura incentivate per ragioni di produttività. È la cosiddetta “prassi contra legem”, un elemento che devasta qualsiasi difesa basata su un MOG puramente formale. Un monitoraggio sistematico e non episodico dei comportamenti operativi, basato su analisi dei flussi di lavoro e non su interviste a campione, avrebbe rilevato queste derive comportamentali. Il sistema avrebbe segnalato all’Organismo di Vigilanza anomalie procedurali ricorrenti, come la mancata attivazione dei dispositivi di sicurezza o l’eccessiva velocità dei muletti in aree promiscue, consentendo di intervenire con azioni correttive e formative mirate prima che la prassi anomala si consolidasse e causasse l’irreparabile.

La reazione del mondo sindacale è immediata e compatta. Le segreterie di Fim, Fiom e Uilm di Lucca proclamano un’ora di sciopero a fine turno per tutti i metalmeccanici della provincia. È un segnale forte, che aggiunge al danno economico e giudiziario anche un gravissimo danno reputazionale. L’immagine dell’azienda è compromessa, i rapporti con la forza lavoro e con la comunità locale sono incrinati. La percezione esterna è quella di un’impresa che ha sacrificato la sicurezza sull’altare del profitto. Anche questo è un asset che un modello di gestione efficace deve proteggere. La capacità di dimostrare, dati alla mano, gli investimenti in sicurezza, le ore di formazione erogate, i controlli effettuati e i quasi-infortuni gestiti e analizzati, costituisce una narrazione alternativa potente, in grado di contenere il danno reputazionale e di mantenere un dialogo costruttivo con le parti sociali, anche nel momento più buio.

Mentre le indagini proseguono, le tre aziende si trovano di fronte a un bivio. Possono subire passivamente l’azione della magistratura, con il rischio concreto di una condanna penale per i vertici e di sanzioni pesantissime per l’ente, o possono tentare di dimostrare la propria “non colpevolezza” organizzativa. Ma questa dimostrazione non si improvvisa. È il risultato di un’architettura di prevenzione costruita nel tempo, giorno per giorno, attraverso controlli rigorosi, flussi informativi tracciati e una cultura della sicurezza che permea ogni livello dell’organizzazione. Senza una prova scientifica e documentale di questo sforzo, fornita da un ecosistema sovrano come Scudo231, la difesa si riduce a una speranza. Una speranza che, di fronte alla realtà di tre vite spezzate, rischia di essere tragicamente insufficiente. Le autopsie disposte, i rilievi tecnici sui macchinari sequestrati e le testimonianze raccolte scriveranno la verità processuale, una verità che per queste tre imprese poteva e doveva essere radicalmente diversa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/26/tre-incidenti-mortali-sul-lavoro-una-vittima-a-lucca-laltra-a-catania_520113ec-e75c-48bb-bf47-9bcf8915a6eb.html