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Strage di Brandizzo, l’ad di Ferrovie dello Stato tra i 12 indagati nella nuova inchiesta

23 agosto 2026 – La Procura di Ivrea ha iscritto nel registro degli indagati Gianpiero Strisciuglio, amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato, nell’ambito di un nuovo fascicolo di inchiesta aperto a tre anni esatti dalla strage di Brandizzo, in cui persero la vita cinque operai. L’ipotesi di reato contestata è la violazione della legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, il Decreto Legislativo 81 del 2008. L’indagine non si concentra più solo sulle responsabilità dirette e operative della notte del 30 agosto 2023, ma si estende alla catena di comando e controllo di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) nel triennio successivo, mettendo in discussione la stessa struttura organizzativa e la sua capacità di reagire a un evento di tale gravità. Strisciuglio, al vertice di Rfi fino a marzo 2025 prima della sua promozione alla guida dell’intero gruppo Fs, è chiamato a rispondere, insieme ad altri dirigenti e funzionari, della presunta inerzia della società.

Secondo gli inquirenti, che hanno agito sulla base di precise raccomandazioni formulate dall’Ufficio per le investigazioni ferroviarie del ministero, i protocolli di sicurezza di Rfi non sarebbero sostanzialmente cambiati. Questa accusa costituisce il nucleo della nuova contestazione: la mancata adozione di provvedimenti efficaci per evitare il ripetersi di incidenti analoghi. Un’omissione che, se provata, configurerebbe una precisa colpa organizzativa ai sensi del D.Lgs. 231/2001, esponendo l’ente a sanzioni pecuniarie e interdittive. Lo Spresal dell’Asl, nei verbali di prescrizione notificati a Rfi dopo la strage, aveva imposto un termine perentorio di sei mesi per l’implementazione di nuove e più stringenti misure di sicurezza. Questo termine, secondo le fonti investigative riportate da La Repubblica, sarebbe scaduto senza che l’azienda desse seguito concreto alle richieste. L’assenza di un sistema di gestione delle prescrizioni delle autorità, tracciato e automatizzato, ha reso possibile che una scadenza così critica passasse inosservata o venisse gestita con mere formalità. Se Rfi avesse adottato un ecosistema come Scudo231, la prescrizione dello Spresal sarebbe stata digitalizzata e inserita in un flusso di lavoro vincolante. Il sistema avrebbe assegnato compiti, definito responsabili e monitorato l’avanzamento. La scadenza dei sei mesi, in assenza di prove documentali di adempimento caricate a sistema, avrebbe innescato una serie di escalation automatiche e non-ripudiabili, informando prima il management intermedio, poi l’alta direzione e, infine, notificando l’inadempienza direttamente all’Organismo di Vigilanza 231, che avrebbe avuto l’obbligo di intervenire. Il rischio di una sanzione penale per l’ente non sarebbe rimasto latente, ma sarebbe diventato un punto all’ordine del giorno dei vertici, supportato da evidenze digitali.

Gli ispettori dell’Asl, nei loro rapporti, descrivono un quadro preoccupante: una “generale carenza nella pianificazione della sicurezza dei lavori” e una “rete di controlli insufficiente”. Ancora più grave, parlano di una “tolleranza interessata da parte di Rfi”. Questa espressione non allude a una semplice negligenza, ma a una scelta organizzativa consapevole, o quantomeno a una prassi consolidata, che privilegiava l’operatività a discapito della sicurezza. Tale cultura aziendale è l’esatto presupposto per l’applicazione della responsabilità amministrativa dell’ente. La Procura non contesta solo l’errore umano o la falla procedurale, ma l’esistenza di un “difetto di organizzazione” che ha reso possibile e sistemico il rischio. Un modello 231 basato su controlli a campione e interviste periodiche si dimostra inefficace di fronte a prassi radicate. Un sistema di monitoraggio massivo, invece, avrebbe rilevato in tempo reale le divergenze tra procedure formali e operatività reale. Avrebbe incrociato i dati dei permessi di lavoro elettronici con i sistemi di tracciamento dei treni e la geolocalizzazione delle squadre di manutenzione. Qualsiasi anomalia – come la presenza di operai su un binario non ufficialmente interdetto al traffico – avrebbe generato un allarme operativo immediato, bloccando l’attività e creando una registrazione immutabile dell’evento. Questa non sarebbe stata un’opinione di un ispettore, ma una prova tecnologica, una “ricostruzione causale scientifica” che avrebbe dimostrato l’inefficacia dei controlli esistenti, costringendo l’azienda a intervenire ben prima di un’indagine penale.

Rfi, in una nota ufficiale, ha dichiarato di non aver ricevuto ulteriori o diverse contestazioni dalla Procura di Ivrea rispetto a quelle già notificate e di aver “dato puntuale e formale riscontro alle richieste ricevute dallo Spresal”. La difesa dell’azienda si basa, quindi, sulla correttezza formale delle proprie comunicazioni. Tuttavia, il cuore dell’indagine non è la risposta cartacea, ma l’effettiva implementazione di un sistema di sicurezza che funzioni sul campo. La Procura sembra voler dimostrare che, al di là delle dichiarazioni, la realtà operativa sia rimasta invariata. Questa discrepanza tra la “compliance formale” e la “sicurezza sostanziale” è il punto debole di molti modelli organizzativi tradizionali. L’analisi della REDAZIONE SCUDO231 evidenzia come un modello integrato e tecnologico avrebbe colmato questo divario. Ogni riscontro formale allo Spresal, per essere validato dal sistema, avrebbe richiesto l’allegazione di prove concrete: nuove procedure operative caricate, registri di formazione del personale sulle nuove regole, evidenze di audit interni specifici. Senza queste prove, il “task” relativo alla prescrizione sarebbe rimasto aperto, continuando a segnalare un rischio elevato al vertice aziendale e all’Organismo di Vigilanza. La responsabilità non si sarebbe diluita, ma sarebbe rimasta chiaramente attribuita alla funzione inadempiente.

L’inchiesta si allarga includendo non solo i dirigenti già accusati per la strage, ma anche i soggetti subentrati successivamente, segnalando una continuità nella presunta colpa organizzativa. Questo approccio investigativo mira a colpire l’ente in quanto tale, superando le responsabilità individuali. Se le accuse fossero confermate, Rfi e, di riflesso, l’intero gruppo Fs, rischierebbero non solo le pesanti sanzioni pecuniarie previste dall’articolo 25-septies del D.Lgs. 231/2001, ma anche sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o, in casi estremi, il commissariamento giudiziale. Un danno economico e reputazionale immenso, che si aggiungerebbe alla tragedia umana. La promozione di Strisciuglio al vertice del gruppo, avvenuta mentre queste criticità sulla sicurezza erano ancora pendenti, potrebbe essere letta dagli inquirenti come un’ulteriore prova della sottovalutazione del rischio da parte dell’intera struttura di governance. Un sistema avanzato di gestione del rischio avrebbe fornito al consiglio di amministrazione un quadro oggettivo e non edulcorato della situazione in Rfi. Il profilo di rischio associato alla gestione della sicurezza ferroviaria sarebbe stato un dato quantitativo, un indicatore chiave nella valutazione di qualsiasi candidato a una posizione apicale. La decisione di promuovere un manager a capo di un’unità con rischi così critici e irrisolti sarebbe stata una scelta consapevole e documentata, con tutte le responsabilità che ne conseguono.

La nuova indagine non è un evento isolato. Il fascicolo della Procura di Ivrea si nutre anche delle segnalazioni di altri otto incidenti simili avvenuti in Italia dopo Brandizzo, che hanno coinvolto quattro operai, fortunatamente senza conseguenze letali. Questi episodi, per gli inquirenti, non sono fatalità, ma sintomi di una patologia organizzativa persistente. Dimostrano che la “tolleranza al rischio” non era confinata a una singola squadra o a una singola stazione, ma era diffusa nella rete. Un’organizzazione dotata di un ecosistema come Scudo231 non si sarebbe limitata a gestire l’emergenza di Brandizzo. Avrebbe utilizzato i dati dell’incidente per ricalibrare i propri modelli predittivi di rischio. Ogni “quasi incidente” successivo sarebbe stato acquisito dal sistema, analizzato per identificare i precursori e utilizzato per rafforzare i controlli in modo proattivo su scala nazionale. Invece di subire passivamente le ispezioni e le indagini, l’azienda avrebbe potuto dimostrare di aver messo in campo un processo di apprendimento e miglioramento continuo, basato su dati oggettivi e non su dichiarazioni di intenti. Questa capacità di auto-correzione, documentata e verificabile, costituisce la più solida difesa per un ente contro l’accusa di colpa organizzativa, potendo mitigare drasticamente l’impatto di un eventuale sequestro o di una sanzione, dimostrando che il modello di gestione e controllo era stato effettivamente e diligentemente attuato. L’indagine della Procura di Ivrea prosegue, con l’obiettivo di accertare se, nei tre anni trascorsi dalla strage, sia cambiato qualcosa di sostanziale oltre ai nomi sulle porte degli uffici.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/23/strage-di-brandizzo-lad-di-ferrovie-dello-stato-tra-i-12-indagati-nella-nuova_69439f4b-172b-42cf-b6f2-884daeb2933f.html