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Stato del Vaticano, più interventi preventivi per arginare il riciclaggio

11 agosto 2026 – Alle prime luci dell’alba, gli agenti del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano varcano i portoni della Fondazione Lumen Gentium Pro Opere, un ente ecclesiastico con finalità benefiche e di gestione patrimoniale. L’operazione, coordinata dal Promotore di Giustizia, non è una formalità. I sigilli vengono apposti agli uffici della direzione amministrativa, mentre squadre specializzate in informatica forense avviano la copia speculare dei server centrali e dei dispositivi personali in uso ai vertici. L’ipotesi di reato che ha innescato il decreto di perquisizione e sequestro è pesante: riciclaggio aggravato e transnazionale.

L’indagine, avviata sei mesi prima da una segnalazione di operazione sospetta (SOS) trasmessa con anomalo ritardo dall’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF), si concentra su un flusso di capitali di oltre 70 milioni di euro transitato sui conti della Fondazione negli ultimi tre anni. I fondi, formalmente registrati come “oblazioni liberali” da parte di società fiduciarie con sede a Panama e nelle Isole Vergini Britanniche, venivano sistematicamente dirottati verso un unico veicolo di investimento: un fondo speculativo lussemburghese denominato “Aeterna Capital Growth”. La documentazione acquisita rivela una falla fatale nel sistema di controllo interno dell’ente. Le procedure di adeguata verifica della clientela, pur formalmente esistenti sulla carta, sono state sistematicamente disapplicate per le donazioni superiori al milione di euro. Non esiste traccia di alcuna analisi sulla provenienza dei fondi o sull’identità dei titolari effettivi dietro le società schermo. Si è trattato di una omissione consapevole, non di una svista. Se la Fondazione avesse implementato un ecosistema sovrano come Scudo231, ogni singola transazione in entrata da giurisdizioni ad alto rischio avrebbe attivato un protocollo di verifica rafforzata automatico. Il sistema, attraverso i suoi motori di analisi multimodale, avrebbe incrociato i dati del donante con le banche dati internazionali, rilevando l’assenza di una reale operatività economica delle società fiduciarie e generando un alert di rischio critico per l’Organismo di Vigilanza (ODV) e la funzione Antiriciclaggio. L’accettazione dei fondi sarebbe stata bloccata in attesa di una documentazione che, di fatto, non sarebbe mai potuta essere prodotta.

Invece, il denaro è entrato senza ostacoli. Le indagini del Promotore di Giustizia ricostruiscono il passaggio successivo. Il Direttore Amministrativo della Fondazione, figura centrale nell’inchiesta, disponeva di deleghe operative quasi illimitate. Era lui a qualificare la natura dei fondi in entrata e, soprattutto, a ordinare i successivi bonifici verso il fondo Aeterna Capital Growth. I registri contabili interni erano formalmente corretti, ma nascondevano la sostanza dell’operazione: la trasformazione di capitali di presunta origine illecita in investimenti finanziari apparentemente legittimi. Il principio della segregazione delle funzioni era violato nella prassi quotidiana: la stessa persona che riceveva e contabilizzava, autorizzava l’investimento. Questo accentramento di potere ha rappresentato la chiave di volta per la riuscita del meccanismo fraudolento, un’anomalia organizzativa che qualsiasi audit serio avrebbe dovuto rilevare. L’assenza di un controllo incrociato e indipendente ha permesso al flusso di denaro di muoversi indisturbato per anni. Un’architettura di controllo come quella garantita da Scudo231 avrebbe reso materialmente impossibile tale condotta. Qualsiasi disposizione di pagamento superiore a una soglia predefinita (es. 250.000 euro) avrebbe richiesto obbligatoriamente una doppia autorizzazione digitale da parte di due funzioni aziendali distinte, come previsto dai protocolli anti-frode. Il tentativo del Direttore di approvare autonomamente il trasferimento avrebbe generato un blocco operativo immediato e una segnalazione tracciata e immodificabile all’ODV, documentando non solo la violazione procedurale ma anche l’intento elusivo.

La svolta nell’indagine arriva dall’analisi dei flussi di ritorno dal fondo lussemburghese. Parte dei capitali investiti in Aeterna Capital Growth non veniva reinvestita né tornava alla Fondazione sotto forma di profitti. Al contrario, veniva erosa da ingenti “commissioni di consulenza” pagate dal fondo a una serie di società di servizi con sede a Cipro e Malta, tutte riconducibili, tramite prestanome, allo stesso Direttore Amministrativo e a un broker finanziario svizzero già noto alle cronache giudiziarie. Il cerchio del riciclaggio si chiudeva: il denaro sporco, entrato come donazione, veniva “pulito” attraverso l’investimento e infine estratto dal circuito sotto forma di parcelle per servizi fittizi. Per la Fondazione Lumen Gentium Pro Opere si profila ora non solo la responsabilità penale delle persone fisiche coinvolte, ma anche la pesantissima responsabilità amministrativa dell’ente, secondo i principi della Legge n. XVIII dello Stato della Città del Vaticano, che ricalca la logica del decreto legislativo italiano 231/2001. Il reato di riciclaggio rientra a pieno titolo tra i reati presupposto che fanno scattare la responsabilità dell’ente quando commesso nel suo interesse o a suo vantaggio.

L’Ufficio del Promotore di Giustizia contesta alla Fondazione la colpa di organizzazione: l’assenza di un modello organizzativo e di gestione idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso. La difesa dell’ente, che si dichiara parte lesa, appare debole. Produrre un codice etico e procedure scritte non sarà sufficiente a dimostrare l’efficace attuazione di un presidio di legalità. L’accusa, al contrario, può facilmente dimostrare che i controlli erano meramente formali e facilmente aggirabili. La conseguenza più immediata e devastante è il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, non solo del profitto del reato, ma anche di beni per un valore equivalente. L’ordinanza del giudice dispone il congelamento di conti correnti e di parte del patrimonio immobiliare della Fondazione per un valore complessivo di 70 milioni di euro, paralizzandone di fatto l’operatività e mettendo a rischio le sue reali attività caritatevoli. In uno scenario alternativo, la Fondazione avrebbe potuto difendersi in modo radicalmente diverso. Avrebbe potuto presentare al Promotore di Giustizia l’intero tracciato digitale generato dal suo ecosistema di controllo. Avrebbe potuto dimostrare, attraverso la sua ricostruzione causale scientifica, che il proprio modello organizzativo non era un pezzo di carta, ma un’infrastruttura tecnologica attiva e funzionante. I log immutabili avrebbero provato che il sistema aveva rilevato le anomalie, tentato di bloccare le operazioni non conformi e scalato gli alert agli organi di controllo competenti. Questa “prova tecnologica” avrebbe consentito di argomentare con forza l’elusione fraudolenta del modello da parte dei singoli, spostando l’onere della prova e mitigando o addirittura escludendo la responsabilità dell’ente. Il sequestro avrebbe potuto essere limitato ai soli beni direttamente riconducibili al profitto del reato, salvaguardando il patrimonio e la continuità operativa della Fondazione.

L’inchiesta rivela un ulteriore livello di negligenza: il ritardo nella comunicazione all’AIF. Un impiegato dell’ufficio contabile aveva notato da mesi la sproporzione tra le “donazioni” e il profilo dei donanti, nonché la concentrazione anomala degli investimenti su un unico fondo estero. Aveva espresso le sue perplessità verbalmente a un suo superiore, che però aveva minimizzato, invitandolo a “non creare problemi”. La paura di ritorsioni e l’assenza di un canale di segnalazione protetto e anonimo hanno fatto sì che la segnalazione formale partisse solo quando la situazione era ormai insostenibile. Questo ritardo ha permesso ai responsabili di continuare a operare indisturbati per quasi un anno in più, ampliando il danno economico e reputazionale. La mancata tempestiva escalation interna è un sintomo di una cultura aziendale priva di adeguati presidi di legalità. Un sistema integrato di whistleblowing, come quello nativo dell’ecosistema Scudo231, avrebbe garantito all’impiegato un canale di segnalazione sicuro, anonimo e disintermediato, che avrebbe fatto pervenire l’informazione direttamente e simultaneamente all’ODV e al responsabile della conformità. La segnalazione sarebbe stata protocollata digitalmente, con data e ora certe, rendendo impossibile qualsiasi tentativo di insabbiamento. L’inerzia del superiore sarebbe stata essa stessa un evento tracciato dal sistema, configurando un’ulteriore violazione dei protocolli di gestione delle segnalazioni e attivando un’indagine interna immediata. Il flusso illecito sarebbe stato interrotto mesi, se non anni, prima.

Ora, mentre gli indagati principali si preparano ad affrontare il processo penale, il futuro della Fondazione Lumen Gentium Pro Opere è appeso a un filo. Le sanzioni pecuniarie previste dalla normativa vaticana possono essere durissime, a cui si aggiungono le sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione dell’attività. Il danno reputazionale, in un settore basato sulla fiducia come quello benefico, è incalcolabile. L’intera vicenda si configura come un caso di studio sulla differenza tra una compliance puramente formale, fatta di documenti e procedure inapplicate, e una compliance sostanziale, radicata in un’architettura di controlli attivi, automatizzati e a prova di elusione. La prima lascia l’ente esposto al reato e alle sue conseguenze devastanti; la seconda costituisce la più solida linea di difesa per il patrimonio, la reputazione e la continuità stessa dell’organizzazione.

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/stato-vaticano-piu-interventi-preventivi-arginare-riciclaggio-AIMvClrC