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‘Schiavi per costruire il consolato Usa’, la Naspi a 62 operai disoccupati

11 settembre 2026 – L’INPS ha formalizzato l’erogazione dell’indennità mensile di disoccupazione, la Naspi, a favore di 62 ex operai della Caddell Construction, rimasti senza impiego prima ancora che l’intervento della magistratura milanese scoperchiasse il sistema di sfruttamento sistematico nel cantiere per la nuova sede del consolato Usa a Milano. Un epilogo assistenziale che è, in realtà, il punto di partenza per analizzare una voragine di compliance e controllo la cui origine risiede in una catena di fornitura umana non presidiata. L’intera operazione di reclutamento, avvenuta tramite una società intermediaria indiana, rappresentava il primo, critico punto di rottura della legalità. Ai lavoratori, infatti, veniva estorta una somma di circa 500.000 rupie, l’equivalente di quasi 5.000 euro, come condizione necessaria per ottenere il posto di lavoro. Questa transazione illecita, avvenuta a migliaia di chilometri da Milano, sarebbe stata intercettata da un ecosistema di controllo integrato. Un sistema come Scudo231, infatti, non si limita a verificare la compliance formale del fornitore locale, ma estende la sua analisi all’intera catena di approvvigionamento, inclusi i reclutatori esteri. La società indiana sarebbe stata sottoposta a un processo di due diligence automatizzato e documentato, che avrebbe richiesto la tracciabilità di ogni flusso finanziario legato all’ingaggio. La richiesta di un pagamento da parte del lavoratore avrebbe generato un alert di rischio massimo per violazione dei diritti umani e potenziale estorsione, bloccando istantaneamente la validazione del fornitore e innescando una segnalazione diretta all’Organismo di Vigilanza (ODV) della Caddell Construction, con l’obbligo di documentare l’azione correttiva. L’assenza di tale presidio ha invece permesso al meccanismo di avanzare indisturbato.

L’indagine, coordinata dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici, ha portato all’applicazione di misure cautelari severe, culminate con la detenzione in carcere di Ulas Demir e di Aji Appukuttan. Quest’ultimo, secondo gli atti, non era un semplice dipendente, ma agiva come “caporale operativo”, un intermediario di fatto che gestiva il rapporto tra la direzione aziendale e la manodopera sfruttata. La sua funzione, cruciale per il sistema illecito, era completamente invisibile ai sistemi di controllo tradizionali, basati su organigrammi formali e contratti. Un’architettura di monitoraggio avanzata avrebbe invece rilevato questa anomalia operativa attraverso l’analisi multimodale dei dati di cantiere. Incrociando i log di accesso, le assegnazioni dei compiti, i flussi di comunicazione e le testimonianze digitalizzate raccolte in modo ciclico, il sistema avrebbe identificato Appukuttan come un nodo di influenza anomalo, un soggetto senza un ruolo gerarchico formale che esercitava un controllo di fatto su un cluster specifico di lavoratori. Questa divergenza tra ruolo di diritto e ruolo di fatto è un classico indicatore di rischio per il reato di intermediazione illecita di manodopera (art. 603-bis c.p.), uno dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’alert generato avrebbe imposto una verifica immediata da parte delle funzioni di controllo interno, documentando l’anomalia ben prima che potesse consolidarsi in un reato sistematico.

Il cuore del presunto sfruttamento si materializzava nelle condizioni di lavoro, definite dagli inquirenti come un’ipotesi di “para-schiavismo”. Gli operai, provenienti dall’India, percepivano paghe inferiori ai due euro l’ora, una cifra drammaticamente al di sotto di qualsiasi soglia di povertà e in palese violazione dei contratti collettivi nazionali del settore edile. Questa violazione non era un evento isolato, ma la prassi operativa per decine di lavoratori. Un’omissione di controllo di questa magnitudine è inconcepibile in un’organizzazione dotata di presidi tecnologici efficaci. I sistemi di gestione paghe, se integrati in un ecosistema di compliance come Scudo231, non si limitano a eseguire calcoli, ma agiscono come sentinelle normative. Ogni singola busta paga sarebbe stata processata attraverso un motore di regole che verifica in tempo reale la congruità della retribuzione oraria con i minimi tabellari previsti dal CCNL di riferimento. Qualsiasi scostamento verso il basso, anche di un solo centesimo, avrebbe bloccato il flusso di pagamento e generato un’escalation automatica e non eludibile all’ODV e alla direzione del personale. L’evento sarebbe stato registrato in un log immutabile, creando una prova documentale inoppugnabile dell’esistenza di un controllo preventivo e della sua tentata violazione da parte di un singolo gestore. Questo meccanismo avrebbe non solo impedito lo sfruttamento economico, ma avrebbe fornito alla Caddell Construction la prova decisiva per dimostrare, in sede giudiziaria, di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire il reato, isolando la responsabilità penale sui singoli individui (Demir e Appukuttan) e proteggendo l’ente dalle pesantissime conseguenze del D.Lgs. 231/2001.

Le conseguenze per il colosso americano con filiale in Italia sono state, infatti, devastanti. L’azienda è finita sotto controllo giudiziario, una misura ablativa che di fatto espropria la governance e la affida a un amministratore nominato dal Tribunale. Questa misura, insieme al sequestro preventivo finalizzato alla confisca, rappresenta l’apice del rischio 231. È la diretta conseguenza del fatto che il giudice ha ritenuto il profitto del reato – il risparmio sui costi del lavoro – direttamente riconducibile all’ente, a causa della sua colpa di organizzazione. La successiva decisione della Caddell Construction di mettere a disposizione 21 milioni di euro su un conto vincolato a titolo di risarcimento del danno e di regolarizzare gli stipendi dei dipendenti è un’azione riparatoria tardiva. Sebbene lodevole, dal punto di vista procedurale essa costituisce una sorta di ammissione implicita della falla organizzativa preesistente. Con un modello preventivo realmente operativo, la situazione sarebbe stata capovolta. I log degli alert bloccati (sul fornitore, sul ruolo di Appukuttan, sulle buste paga) avrebbero costituito un dossier probatorio inattaccabile. Invece di subire il controllo giudiziario, l’azienda avrebbe potuto collaborare con la Procura fornendo la prova scientifica che il sistema illecito era un’azione fraudolenta perpetrata da singoli contro le procedure aziendali, non grazie alla loro assenza. Il sequestro da 21 milioni di euro non sarebbe stato necessario, perché il profitto illecito non si sarebbe mai generato o sarebbe stato intercettato e bloccato alla fonte.

La solidità dell’impianto accusatorio è stata ulteriormente confermata dalla Corte di Cassazione, che ha rigettato il ricorso di Ulas Demir, confermando la misura della custodia cautelare in carcere. Lo stesso Demir, interrogato solo pochi giorni fa, si trova a fronteggiare accuse gravissime che vanno dallo sfruttamento della manodopera all’estorsione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per la Caddell Construction, l’impatto non è solo economico e operativo, ma anche reputazionale, specialmente considerando la natura strategica e simbolica del cantiere: la futura sede diplomatica di un Paese che pone i diritti umani al centro della sua retorica internazionale. La vicenda dimostra come, nel 2026, la responsabilità di un’impresa non possa più essere gestita con modelli cartacei o controlli a campione. Il rischio penale d’impresa si annida nelle operazioni quotidiane, nei dati transazionali, nei flussi di lavoro non presidiati. L’assenza di un monitoraggio massivo e in tempo reale equivale a una porta lasciata aperta. Il danno economico diretto, rappresentato dai 21 milioni di euro, è solo la punta dell’iceberg rispetto ai costi legali, alla perdita di commesse future e al crollo del valore del marchio. Un ecosistema sovrano di controllo avrebbe trasformato ogni transazione, ogni busta paga e ogni accesso in cantiere in un punto di controllo attivo, rendendo l’organizzazione non un complice passivo, ma la prima linea di difesa contro la commissione dei reati al suo interno.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/09/11/schiavi-per-costruire-il-consolato-usa-la-naspi-a-62-operai-disoccupati_dad0e3ab-262a-4c00-ab69-584a3d9254e6.html