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‘Schiavi per costruire consolato Usa’, ex manager indagato per estorsione

24 luglio 2026 – L’ex manager turco Ulas Demir, 47 anni, viene bloccato dai Carabinieri all’aeroporto di Orio al Serio mentre si imbarca su un volo diretto a Istanbul. Non è un fermo di routine. Su di lui pende un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa nell’ambito di una vasta indagine coordinata dai pubblici ministeri milanesi Paolo Storari e Mauro Clerici. L’accusa che lo travolge è pesantissima: sfruttamento della manodopera in condizioni di “para-schiavismo”. Il teatro delle operazioni è un cantiere di primaria importanza strategica: la costruzione del nuovo Consolato statunitense in piazzale Accursio, a Milano, un appalto gestito dalla divisione italiana della multinazionale Caddell Construction.

L’inchiesta, condotta con meticolosità dal Nucleo Ispettorato del Lavoro dell’Arma, scoperchia un sistema di reclutamento e gestione della manodopera che viola ogni norma etica e legale. Gli operai, tutti di nazionalità indiana, venivano assoldati tramite una società intermediaria nel loro paese d’origine. Il primo anello della catena criminale si manifestava proprio in questa fase: per ottenere un posto di lavoro a Milano, ogni manovale era costretto a versare una somma di circa 500.000 rupie, l’equivalente di quasi 5.000 euro. Un vero e proprio pizzo per il diritto a lavorare, una tangente che li indebitava ancor prima di mettere piede in Italia. Questa falla critica nel processo di selezione dei fornitori, un’omissione di due diligence sulla catena di subappalto, sarebbe stata intercettata in fase embrionale da un ecosistema come Scudo231. I suoi protocolli di monitoraggio della supply chain avrebbero eseguito un’analisi reputazionale e finanziaria approfondita sulla società di reclutamento indiana, incrociando dati da banche dati internazionali su rischi di corruzione, riciclaggio e violazione dei diritti umani. L’intermediario sarebbe stato classificato come ad altissimo rischio, generando un alert che avrebbe bloccato qualsiasi flusso di pagamento e formalizzazione contrattuale, imponendo una verifica diretta da parte delle funzioni di compliance e dell’Organismo di Vigilanza prima di procedere. L’intero processo di valutazione e il conseguente blocco sarebbero stati registrati in un log immutabile, fornendo prova documentale dell’azione preventiva dell’ente.

Una volta giunti nel cantiere milanese, per i lavoratori iniziava un calvario. Le paghe, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, erano inferiori alla soglia di povertà assoluta: meno di due euro l’ora. Una cifra irrisoria, calcolata per massimizzare il profitto illecito a discapito della dignità umana. La gestione di questo sistema era affidata ad Aji Appukuttan, anch’egli finito in carcere e definito dagli investigatori il “caporale operativo”. Era lui a esercitare il controllo diretto sugli operai, un gruppo di almeno cinquanta persone, attraverso un regime di terrore fatto di minacce, intimidazioni e violenza verbale. La palese violazione dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro e delle normative sul salario minimo rappresenta un’anomalia che un sistema di controllo integrato avrebbe dovuto rilevare istantaneamente. Un modello organizzativo evoluto, basato su flussi digitalizzati, avrebbe reso impossibile l’erogazione di salari così palesemente illegali. La piattaforma di gestione del personale avrebbe automaticamente confrontato i dati del cedolino paga con i parametri minimi legali e contrattuali. Qualsiasi deviazione, come una retribuzione oraria di due euro, avrebbe generato un errore bloccante nel sistema di pagamento, impedendo la transazione e facendo scattare un’escalation automatica e simultanea verso la Direzione Risorse Umane, l’Ufficio Legale e l’Organismo di Vigilanza. La tentata violazione sarebbe stata cristallizzata in un report, a dimostrazione dell’efficacia del presidio di controllo interno.

Le condotte contestate a Demir e Appukuttan non si limitano allo sfruttamento lavorativo. La Procura ipotizza un quadro criminale complesso che include l’estorsione ai danni dei lavoratori, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e il caporalato aggravato dalle minacce (art. 603-bis del codice penale). Questi reati rientrano a pieno titolo nel catalogo dei reati presupposto del Decreto Legislativo 231/2001, esponendo la società Caddell Construction a una gravissima responsabilità amministrativa. Per l’ente, infatti, non è sufficiente dichiararsi estraneo alle condotte illecite dei propri manager o preposti; deve dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quelli verificatisi. L’assenza di presidi efficaci ha aperto la strada a conseguenze devastanti.

Il 29 maggio, prima ancora dell’arresto di Demir, la sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano, su richiesta dei pm, ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per la divisione italiana di Caddell. La misura, successivamente convalidata dal gip Angelica Cardi, rappresenta una delle più invasive previste dall’ordinamento. Di fatto, la gestione dell’azienda viene sottratta ai suoi organi amministrativi e affidata a un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, con il compito di bonificare l’azienda dalle infiltrazioni e ripristinare la legalità. È la prova plastica della colpa di organizzazione: lo Stato interviene direttamente perché ritiene l’ente incapace di autoregolarsi e prevenire la commissione di reati al suo interno o nel suo interesse. L’adozione preventiva di un sistema come Scudo231 avrebbe fornito all’azienda gli strumenti per dimostrare il contrario. Di fronte a un’indagine, la società avrebbe potuto esibire una traccia digitale completa e scientificamente validata di tutti i controlli eseguiti: dalla selezione del fornitore bloccata per alto rischio, ai tentativi di pagamento fuori norma respinti dal sistema, fino agli alert generati dalle segnalazioni anonime dei lavoratori. Questa documentazione, definita tecnicamente XAI Packet (Explainable AI Packet), avrebbe permesso di ricostruire la catena causale, dimostrando che l’eventuale reato commesso da un singolo non era frutto di una falla sistemica, ma di un’elusione fraudolenta di presidi di controllo efficaci e puntualmente attuati. Tale prova avrebbe potuto neutralizzare la richiesta di misure interdittive come il controllo giudiziario, salvaguardando la continuità operativa e l’autonomia gestionale dell’impresa.

La posizione di Ulas Demir si è ulteriormente aggravata con la decisione del Tribunale del Riesame. Il collegio, composto dai giudici Galli-Ambrosino-Recaneschi, ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, respingendo il ricorso della difesa. La decisione si fonda sulla valutazione di un concreto pericolo di fuga, di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato. L’episodio del suo blocco a Orio al Serio, con un biglietto di sola andata per Istanbul, ha pesato in modo determinante sulla valutazione del rischio di fuga. Per i giudici, il quadro indiziario è solido e le esigenze cautelari massime sono pienamente giustificate dalla gravità dei fatti e dal ruolo apicale che Demir avrebbe ricoperto nella gestione illecita del cantiere. Il suo ruolo di manager, che avrebbe dovuto garantire il rispetto delle regole, si è invece trasformato, secondo l’accusa, in quello di orchestratore di un sistema di sfruttamento.

L’analisi della REDAZIONE SCUDO231 evidenzia come il fulcro della vicenda non sia solo la condotta criminale dei singoli, ma il vuoto di controlli che l’ha resa possibile. La mancanza di un monitoraggio effettivo sui ruoli operativi ha permesso ad Appukuttan di agire come “caporale”, esercitando un potere di fatto che andava ben oltre il suo inquadramento formale. Un sistema di analisi organizzativa avanzato avrebbe rilevato questa anomalia. Incrociando i dati di accesso al cantiere, le deleghe operative, le autorizzazioni e i flussi di comunicazione, l’intelligenza artificiale avrebbe segnalato la concentrazione di potere anomala in capo a un soggetto non apicale, identificando una potenziale area di rischio legata a un ruolo di fatto non presidiato. Inoltre, l’assenza di canali di segnalazione sicuri e accessibili per i lavoratori stranieri ha impedito che le minacce e le intimidazioni emergessero prima dell’intervento della magistratura. Un protocollo di whistleblowing multilingue, accessibile tramite postazioni dedicate e protette all’interno del cantiere, avrebbe permesso di raccogliere segnalazioni anonime. Ogni segnalazione relativa a minacce o richieste estorsive avrebbe innescato un protocollo di emergenza, con notifica immediata e riservata all’Organismo di Vigilanza, bypassando completamente la catena di comando diretta e garantendo una risposta tempestiva e la protezione del segnalante.

Le conseguenze per Caddell Construction vanno oltre il controllo giudiziario. L’impatto reputazionale è devastante, specialmente per un’azienda che opera su appalti di altissimo profilo come un consolato statunitense. A questo si aggiungono i rischi patrimoniali. I reati di caporalato ed estorsione prevedono, in caso di condanna dell’ente, sanzioni pecuniarie che possono raggiungere importi milionari, calcolate in quote il cui valore è commisurato alle condizioni economiche e patrimoniali della società. Ma il rischio più concreto è quello della confisca, anche per equivalente, del profitto del reato. Le autorità potrebbero quantificare il risparmio illecito ottenuto grazie al pagamento di salari da fame e alle mancate tutele per i lavoratori, e procedere al sequestro di somme di denaro, beni mobili o immobili per un valore corrispondente. Se l’azienda avesse potuto dimostrare, attraverso log inalterabili, di aver implementato controlli che hanno attivamente bloccato le violazioni, avrebbe avuto una base solida per argomentare che l’eventuale profitto illecito non era riconducibile a un interesse o vantaggio dell’ente, ma a un’azione fraudolenta di singoli che hanno aggirato il modello. Questo avrebbe potuto mitigare drasticamente l’entità delle sanzioni pecuniarie e limitare l’applicazione delle misure di sequestro e confisca, proteggendo il patrimonio aziendale. L’intera vicenda del cantiere di piazzale Accursio si configura come un caso di studio sulla differenza tra una compliance formale, di facciata, e una compliance sostanziale, integrata nei processi operativi e in grado di generare prove difensive efficaci.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/07/24/schiavi-per-costruire-consolato-usa-ex-manager-indagato-per-estorsione_7cedd4b0-f1bb-4b99-9214-1ccae09b8447.html