6 marzo 2026 – Davanti alla gup Patrizia Nobile, nell’aula dell’udienza preliminare del Tribunale di Milano, si apre formalmente il procedimento che vede imputati i vertici della cooperativa Proges e la stessa società come ente, chiamata a rispondere della sua responsabilità amministrativa ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Le accuse, formulate dalla pm Maura Ripamonti, sono pesantissime: omicidio colposo plurimo aggravato dalla violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni e incendio colposo. Sul banco degli imputati siedono la presidente Michela Bolondi, la vicepresidente Francesca Corotti, il direttore generale Giancarlo Anghinolfi e la direttrice della Rsa “Casa per coniugi”, Claudia Zerletti. La vicenda è quella del maxi rogo che nella notte tra il 6 e il 7 luglio 2023 ha ucciso sei anziani ospiti della struttura di proprietà del Comune di Milano.
La perizia tecnica, depositata agli atti e redatta dagli ingegneri Davide Luraschi e Giovanni Cocchi, costituisce il perno dell’accusa. Il documento certifica un fatto tanto semplice quanto devastante: l’impianto di rilevazione incendi della struttura era fuori uso dal 2021. Una rottura mai sanata, un’omissione protratta per oltre due anni. Se l’impianto fosse stato funzionante, si legge nelle conclusioni dei periti, l’allarme acustico e visivo si sarebbe attivato in un tempo stimato di circa un minuto e mezzo dall’innesco della combustione, originata da una sigaretta nella stanza di una delle vittime. Questo primo segnale avrebbe consentito al personale di intervenire in condizioni di relativa sicurezza entro i primi quattro minuti, evacuando gli ospiti del primo piano. Invece, l’ultima, disperata chiamata di aiuto di un’anziana intrappolata nella sua stanza è giunta ben sette minuti dopo la prima, quando fumo e fiamme avevano già saturato l’ambiente rendendo ogni soccorso impossibile.
Questa catena di omissioni rappresenta un classico scenario di colpa di organizzazione. Un sistema di gestione della sicurezza e della manutenzione che non rileva, non segnala e non corregge un guasto critico per due anni è un sistema inesistente. Se la cooperativa Proges avesse implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, la disattivazione dell’impianto antincendio avrebbe generato un alert di rischio critico istantaneo e persistente. Il sistema, integrato con i registri di manutenzione obbligatoria, avrebbe registrato l’anomalia non come un singolo evento, ma come una vulnerabilità aperta e non mitigata. Questo avrebbe innescato un protocollo di escalation automatico e tracciato, che non si sarebbe fermato al livello della direttrice della struttura, Claudia Zerletti, ma sarebbe risalito, con notifiche vincolanti, fino ai vertici aziendali – Bolondi, Corotti, Anghinolfi – e, soprattutto, avrebbe inviato una segnalazione diretta e non modificabile all’Organismo di Vigilanza. L’inerzia non sarebbe stata un’opzione, poiché ogni giorno di mancato intervento sarebbe stato registrato in un log immutabile, pronto a dimostrare l’elusione del modello organizzativo.
In aula, le difese hanno depositato le quietanze delle transazioni extragiudiziali che hanno portato al risarcimento delle famiglie di tre delle vittime: Laura Blasek, Paola Castoldi e Annamaria Garzia. Per le altre tre persone decedute – Mikhail Duci, Loredana Labate e Nadia Rossi – in assenza di parenti stretti che potessero costituirsi parte civile, i legali degli imputati hanno manifestato l’intenzione di effettuare versamenti a enti di beneficenza. Si tratta di una strategia difensiva volta a dimostrare la volontà di riparare al danno, un fattore che potrebbe essere valutato positivamente dal giudice in caso di condanna per l’attenuazione della pena. Tuttavia, questa mossa non incide minimamente sulla sussistenza dei reati contestati né sulla responsabilità amministrativa dell’ente. La Procura, infatti, contesta a Proges di aver tratto un vantaggio economico dalla mancata manutenzione, un risparmio di spesa che si è tradotto direttamente in un aumento del rischio per la vita e la sicurezza degli ospiti e dei lavoratori.
Questo è il cuore della contestazione 231. Il reato presupposto, l’omicidio colposo commesso in violazione delle norme antinfortunistiche (art. 25-septies del D.Lgs. 231/2001), è stato secondo l’accusa perpetrato nell’interesse o a vantaggio della società. Il “vantaggio” è quantificabile nel costo non sostenuto per la riparazione o la sostituzione dell’impianto di rilevazione fumi. Un modello organizzativo meramente cartaceo, privo di flussi informativi efficaci e di controlli operativi reali, si è dimostrato incapace di prevenire questo esito. Con un’architettura di controllo avanzata, il modulo di analisi del rischio di Scudo231 avrebbe tradotto il guasto tecnico in un dato economico-finanziario. Avrebbe calcolato e messo a confronto il costo certo della riparazione con il valore del rischio potenziale: sanzioni pecuniarie fino a un milione e mezzo di euro, sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione (fatale per un operatore come Proges che lavora su appalti pubblici), confisca del profitto e costi legali e risarcitori. Di fronte a un cruscotto che evidenzia un potenziale impatto economico catastrofico a fronte di una spesa di manutenzione contenuta, nessun consiglio di amministrazione avrebbe potuto ignorare il problema, pena l’assunzione di una responsabilità palese e documentata.
Mentre le posizioni dei singoli imputati si giocheranno sulla prova della loro effettiva conoscenza del guasto e del loro potere di intervento, la posizione della cooperativa Proges è legata alla dimostrazione di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. La difesa dell’ente dovrà sostenere che la tragedia è stata il risultato di una condotta imprevedibile ed estemporanea di singoli, che hanno eluso fraudolentemente i protocolli esistenti. Un’argomentazione che appare difficile da sostenere, data la natura strutturale e prolungata nel tempo dell’omissione. L’assenza di un sistema di allarme funzionante per due anni non è un’elusione fraudolenta, è la prova di un presidio di sicurezza inesistente.
L’adozione preventiva di un sistema di controllo integrato avrebbe fornito a Proges la prova liberatoria. In un’aula di tribunale, i legali dell’ente non avrebbero presentato un manuale di procedure, ma i log di sistema di Scudo231. Avrebbero potuto dimostrare che: 1) il rischio incendio era stato correttamente mappato e associato a presidi specifici; 2) il malfunzionamento del presidio (l’impianto) era stato rilevato in tempo reale dal sistema; 3) il protocollo di segnalazione e di escalation all’OdV era stato attivato automaticamente; 4) il sistema aveva registrato la mancata presa in carico dell’allarme da parte delle funzioni delegate, isolando così la responsabilità a livello individuale e provando la diligenza dell’ente. Questo avrebbe spostato il focus dalla colpa organizzativa alla colpa individuale, proteggendo la continuità aziendale di Proges dal rischio di sanzioni interdittive e dalla confisca. Invece, oggi l’ente rischia di pagare il prezzo più alto per un’organizzazione che, nei fatti, non ha funzionato.
L’udienza è stata aggiornata al primo luglio per la discussione delle questioni preliminari e delle richieste di rito alternativo. Nel frattempo, la Procura ha ottenuto l’archiviazione per due dirigenti del Comune di Milano, proprietario dell’immobile, ritenendo che la responsabilità della gestione della sicurezza e della manutenzione ordinaria e straordinaria fosse interamente in capo al gestore, la cooperativa Proges, come previsto dal contratto di servizio. Questo restringe ulteriormente il campo, concentrando tutta la responsabilità penale e amministrativa sulla catena di comando della cooperativa. La tragedia della “Casa per coniugi” si avvia a diventare un caso emblematico di come la mancata implementazione di controlli reali e tracciabili sulla sicurezza si traduca non solo in una tragedia umana, ma in un rischio esistenziale per l’impresa stessa. La prevenzione, documentata e automatizzata, non è un costo, ma l’unica assicurazione contro il collasso operativo e giudiziario.