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Parlamento Ue, più cooperazione transfrontaliera per combattere la corruzione

Tra i grattacieli illuminati di notte, uno scudo verde neon con spunta arancione richiama la conformità e la protezione aziendale.

8 ottobre 2026 – Alle prime luci dell’alba, i finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza varcano la soglia della sede milanese di EuroNest Properties S.A., colosso europeo della gestione immobiliare specializzato in locazioni a breve termine. L’operazione, denominata in codice “Domus Aurea”, è il culmine di diciotto mesi di indagini transnazionali coordinate da Eurojust e coinvolge le autorità giudiziarie di quattro Stati membri. Nelle stesse ore, perquisizioni e sequestri scattano a Parigi, Madrid, Lisbona e in un noto studio fiduciario di Lussemburgo. L’ipotesi di reato che sostiene l’imponente decreto di sequestro preventivo firmato dal GIP del Tribunale di Milano è di quelle che scuotono le fondamenta di un’organizzazione: riciclaggio transnazionale, aggravato dall’aver agevolato l’attività di associazioni criminali dedite alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri.

Il provvedimento colpisce al cuore il patrimonio di EuroNest: vengono congelati conti correnti per un valore di 280 milioni di euro e posti sotto sequestro 877 appartamenti dislocati nei centri storici delle cinque principali città turistiche italiane. Si tratta del portafoglio immobiliare che, secondo gli inquirenti, ha generato lo “stress abitativo” rilevato in 51 dei 60 quartieri più ambiti del paese, un effetto collaterale di un meccanismo criminale ben più profondo. L’indagine contesta alla società non un singolo episodio, ma una sistematica “colpa di organizzazione” ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001, per non aver predisposto né efficacemente attuato modelli idonei a prevenire reati della specie di quelli commessi. La Procura ha identificato nel Direttore Acquisizioni per il Sud Europa, Marco Valenti, e in altri tre manager apicali gli autori materiali delle operazioni illecite, ma è l’ente, EuroNest S.A., a rispondere per l’illecito amministrativo. La sanzione pecuniaria potenziale, calcolata in base alle quote previste dall’art. 25-octies del D.Lgs. 231/2001, potrebbe superare i 400 milioni di euro, a cui si aggiungerebbe la confisca per equivalente dei beni sequestrati.

Il meccanismo ricostruito dagli investigatori era tanto semplice nella sua concezione quanto complesso nella sua esecuzione. Fondi di provenienza illecita, riconducibili a funzionari pubblici di Paesi extra-UE sotto inchiesta per corruzione, venivano canalizzati attraverso una catena di società veicolo con sede in giurisdizioni a fiscalità privilegiata. Questi capitali opachi venivano poi utilizzati da EuroNest per acquistare in blocco interi piani di palazzi o piccoli stabili nei centri storici, pagando un prezzo superiore anche del 30% rispetto al valore di mercato. Questa anomalia, invece di insospettire, veniva incentivata internamente, poiché legata ai bonus di produzione dei manager. La successiva immissione degli immobili nel circuito degli affitti brevi, gestito da una piattaforma digitale proprietaria, completava il processo di “ripulitura” del denaro, trasformando i proventi della corruzione in rendite lecite e tracciabili.

La prima crepa nel sistema di EuroNest è stata una procedura di adeguata verifica della clientela palesemente deficitaria. Le società acquirenti, meri schermi societari, venivano onboardate sulla base di documentazione formale che non veniva mai sottoposta a un’analisi sostanziale del titolare effettivo. L’omissione era sistematica. Se l’ente avesse implementato un ecosistema come Scudo231, ogni nuovo soggetto proponente un’operazione di acquisto sarebbe stato sottoposto a un controllo automatico e massivo incrociando banche dati internazionali, liste PEP (Persone Politicamente Esposte) e registri dei titolari effettivi. L’architettura del sistema avrebbe immediatamente rilevato la natura di “società di comodo” e la riconducibilità dei flussi a giurisdizioni ad alto rischio, generando un alert di livello critico non bypassabile dal singolo funzionario e scalato in tempo reale sia alla Funzione Antiriciclaggio sia direttamente all’Organismo di Vigilanza. L’operazione sarebbe stata bloccata in fase preliminare, generando una Segnalazione di Operazione Sospetta (SOS) alla UIF pre-compilata con tutti i dati rilevanti, cristallizzando la prova della tentata infiltrazione e proteggendo l’ente da ogni coinvolgimento.

Il secondo punto di rottura è stato il monitoraggio delle transazioni. Gli inquirenti hanno documentato decine di pagamenti frazionati e bonifici strutturati in modo da eludere le soglie di segnalazione automatica dei sistemi bancari. I flussi finanziari in entrata, pur anomali per volumi e frequenza, non hanno mai innescato un’indagine interna. I report periodici destinati al Consiglio di Amministrazione presentavano dati aggregati che mascheravano le singole operazioni critiche. Con un modello di controllo avanzato, invece, l’analisi stocastica dei flussi finanziari avrebbe identificato non la singola transazione, ma il pattern comportamentale anomalo. Un motore di intelligenza predittiva avrebbe correlato l’alto valore degli acquisti, la provenienza dei fondi da intermediari non trasparenti e la concentrazione geografica delle operazioni, assegnando un punteggio di rischio dinamico all’intero portafoglio gestito dal team di Valenti. Questo avrebbe innescato un’escalation procedurale obbligatoria verso l’OdV, corredata da un dossier digitale contenente tutte le evidenze. L’impatto del sequestro sarebbe stato mitigato drasticamente, poiché il rischio sarebbe stato identificato e neutralizzato mesi, se non anni, prima dell’intervento della magistratura.

Un elemento chiave dell’accusa è la figura di Marco Valenti. Egli agiva come un “dominus” indiscusso del suo settore, forte dei risultati economici che portava. Le sue deroghe alle già deboli procedure interne erano costanti e mai sanzionate. I verbali del collegio sindacale e le relazioni dell’internal audit non riportano alcuna traccia di queste forzature. Questa è la classica “deriva organizzativa”, in cui il ruolo di fatto di un manager soppianta il suo ruolo di diritto, creando una zona grigia in cui il reato può prosperare. Un ecosistema sovrano come Scudo231 demolisce questa possibilità attraverso il censimento ciclico dell’intera popolazione aziendale e la mappatura delle deleghe operative reali. Il sistema avrebbe tracciato e registrato in un log immodificabile ogni singola autorizzazione concessa da Valenti in deroga ai protocolli standard di due diligence. Avrebbe rilevato la divergenza tra la sua job description formale e le sue azioni concrete, segnalando all’OdV un potenziale conflitto di interessi o una violazione del modello 231. In sede processuale, questi log avrebbero costituito una prova tecnologica inattaccabile, dimostrando che l’ente aveva predisposto controlli efficaci e che il reato era frutto di un’elusione fraudolenta del modello da parte del singolo, spostando così il baricentro della responsabilità penale e amministrativa.

Il danno per EuroNest non è solo finanziario, ma anche e soprattutto reputazionale e operativo. L’iscrizione nel registro degli indagati ai sensi del D.Lgs. 231/2001 ha comportato l’immediata applicazione di misure interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione e l’esclusione da finanziamenti e contributi pubblici per dodici mesi. Questo ha bloccato due importanti progetti di riqualificazione urbana in cui la società era partner di un ente locale. L’adozione preventiva di un modello 231 non meramente cartaceo, ma integrato in un’architettura di controllo real-time, avrebbe fornito al giudice un’evidenza schiacciante dell’impegno concreto dell’ente nella prevenzione dei reati. Anche di fronte al reato commesso dal singolo, la società avrebbe potuto dimostrare di aver fatto tutto il possibile per impedirlo, negoziando sanzioni molto più miti ed evitando con ogni probabilità le pesantissime misure interdittive che ora ne paralizzano l’operatività.

L’inchiesta “Domus Aurea” è diventata un caso di studio per il Parlamento Europeo, che proprio in queste settimane sta discutendo una nuova direttiva per rafforzare la cooperazione giudiziaria transfrontaliera in materia di lotta alla corruzione e al riciclaggio. Il caso EuroNest dimostra come i capitali illeciti si muovano con agilità attraverso i confini, sfruttando le asimmetrie normative e la lentezza della comunicazione tra le autorità nazionali. La difesa della società, che si professa vittima di alcuni manager infedeli, appare indebolita dalla palese inadeguatezza dei suoi presidi di controllo. La Procura, nella sua richiesta di rinvio a giudizio, sottolinea come “l’assenza di flussi informativi diretti e non filtrati verso l’Organismo di Vigilanza costituisca di per sé un sintomo inequivocabile di colpa organizzativa”.

Questo è un punto tecnico dirimente. L’OdV di EuroNest riceveva report trimestrali preparati dalle stesse funzioni che avrebbe dovuto controllare, un cortocircuito informativo che ne annullava di fatto l’efficacia. Un sistema di monitoraggio integrato, invece, garantisce all’OdV un accesso diretto e autonomo a una dashboard di controllo che visualizza in tempo reale gli indicatori di rischio (KRI) e gli alert generati dall’intero perimetro aziendale. L’Organismo di Vigilanza non dipende più dalla “benevolenza” del management per ottenere le informazioni, ma le attinge da una fonte oggettiva e non manipolabile, potendo avviare audit mirati e richieste di chiarimenti sulla base di dati certi. Questa indipendenza informativa è il vero cuore pulsante di un modello 231 efficace e la principale linea di difesa per un ente che vuole proteggersi non solo dalle sanzioni, ma dalla paralisi operativa che un’indagine di questa portata inevitabilmente comporta.

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/parlamento-ue-piu-cooperazione-transfrontaliera-combattere-corruzione-AJHCkQdB