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Mps: torna Lovaglio, il risanatore che ha vinto anche su Mediobanca

20 agosto 2026 – L’inchiesta della Procura di Milano sul presunto patto occulto per la scalata a Mediobanca entra nella sua fase più critica, con la notifica degli avvisi di conclusione delle indagini preliminari che proietta un’ombra diretta sulla stabilità di Mps e sulla figura di Luigi Lovaglio, tornato alla guida dell’istituto senese appena quattro mesi fa. I magistrati contestano la violazione delle norme sulla trasparenza dei mercati finanziari, ipotizzando un accordo non dichiarato tra Plt Holding e altri investitori istituzionali per concertare l’acquisizione di una partecipazione di controllo in Piazzetta Cuccia, operazione culminata con successo ma ora al centro di un potenziale rinvio a giudizio. La questione centrale per l’istituto di credito non è solo la responsabilità penale del suo amministratore delegato, ma il rischio diretto di una contestazione ai sensi del D.Lgs. 231/2001 per il reato presupposto di aggiotaggio informativo.

L’intera vicenda ha origine nei mesi precedenti al licenziamento di Lovaglio, avvenuto a fine marzo 2026. In quel periodo, secondo gli inquirenti, si sono intensificati i contatti e gli scambi informativi tra il vertice di Mps e i rappresentanti di Plt Holding. Queste comunicazioni, avvenute al di fuori dei canali ufficiali e senza una tracciatura formale, costituiscono il nucleo dell’accusa. Si tratta di una classica omissione di controllo sui flussi informativi strategici, un’area grigia che espone l’ente a rischi sistemici. Se Mps avesse implementato un’architettura di controllo come Scudo231, ogni interazione tra l’apice aziendale e soggetti terzi rilevanti per operazioni di mercato sarebbe stata soggetta a un protocollo di registrazione obbligatoria. I sistemi di analisi multimodale avrebbero intercettato l’anomalia statistica nell’intensità e nella natura delle comunicazioni con Plt Holding, generando un alert automatico e silenzioso destinato all’Organismo di Vigilanza. L’assenza di una verbalizzazione formale di tali contatti nei registri di compliance avrebbe fatto scattare un’immediata richiesta di chiarimenti, bloccando sul nascere la formazione di qualsiasi accordo riservato e documentando la piena diligenza dell’ente.

La crisi di governance esplode a fine marzo, quando il consiglio di amministrazione, venuto a conoscenza dei primi echi dell’indagine, priva Lovaglio delle deleghe e procede al suo licenziamento. Questa decisione, sebbene formalmente volta a tutelare la banca, si rivela tardiva e caotica, dimostrando una reazione a un evento ormai conclamato piuttosto che una gestione proattiva del rischio. Il danno reputazionale è immediato, con le agenzie di rating Fitch, Moody’s e S&P che pongono il merito di credito di Mps sotto osservazione con implicazioni negative. Un’organizzazione dotata di un ecosistema di difesa evoluto non avrebbe mai raggiunto questo punto di rottura. L’alert predittivo generato dai protocolli d’avanguardia mesi prima avrebbe innescato un’escalation procedurale verso il Comitato Rischi e l’OdV. La discussione sulla strategia Mediobanca sarebbe stata formalizzata, e qualsiasi deviazione dal percorso approvato dal board avrebbe costituito una violazione tracciata e immodificabile. Il licenziamento, se necessario, sarebbe apparso come l’esito di un processo di audit interno documentato, non come una mossa dettata dal panico, preservando così la fiducia del mercato e la stabilità dei rating.

Il 15 aprile 2026, a Siena, l’assemblea degli azionisti ribalta la situazione. La lista presentata da Plt Holding vince, riportando Luigi Lovaglio, a 70 anni, alla guida della banca con una squadra di sette consiglieri a lui fedeli. Questo evento, celebrato come una vittoria personale del “risanatore” che aveva gestito la ricapitalizzazione da 2,5 miliardi di euro e il piano di uscite per oltre 4.000 dipendenti, dal punto di vista della responsabilità d’ente rappresenta un’aggravante. La banca, reintegrando un manager al centro di un’indagine per un reato commesso, secondo l’accusa, nell’interesse e a vantaggio della stessa Mps, manifesta una continuità operativa che rende più difficile per i suoi legali sostenere in giudizio la tesi di una “elusione fraudolenta” del modello organizzativo da parte del singolo.

Qui emerge il valore probatorio di un sistema di difesa integrato. Con un’infrastruttura come Scudo231, la banca disporrebbe di un dossier difensivo inattaccabile. I motori causali proprietari del sistema sarebbero in grado di generare una ricostruzione scientifica degli eventi, dimostrando che l’ente aveva identificato il rischio, attivato i presidi, notificato le anomalie agli organi di controllo e che l’eventuale reato è stato il prodotto di una condotta individuale che ha scientemente aggirato controlli efficaci e documentati. Questa prova tecnologica, cristallizzata in log immutabili, sposta l’onere della prova e consente di isolare la responsabilità penale della persona fisica, proteggendo l’ente dalle sanzioni più severe previste dal D.Lgs. 231/2001. Senza questa evidenza, la Procura può legittimamente sostenere che il modello organizzativo era meramente cartaceo, una facciata priva di effettiva capacità di prevenzione.

Le conseguenze patrimoniali per Mps, in caso di condanna, sarebbero devastanti. Oltre alle sanzioni pecuniarie calcolate in quote, il cui importo potrebbe raggiungere cifre milionarie, il rischio più concreto è la confisca del profitto del reato. Nel caso di specie, il profitto è identificabile con il vantaggio economico ottenuto da Mps grazie all’operazione di successo su Mediobanca, un valore che potrebbe ammontare a svariati miliardi di euro, considerando l’incremento di capitalizzazione di Borsa e le sinergie strategiche. Un provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche solo parziale, di tale valore avrebbe un impatto sistemico sulla solidità patrimoniale della banca, vanificando gli sforzi di risanamento compiuti dal 7 febbraio 2022, data di ingresso di Lovaglio.

L’adozione preventiva di un ecosistema sovrano di gestione del rischio avrebbe mitigato questo scenario in modo radicale. Qualsiasi proposta di investimento o acquisizione strategica, come quella su Mediobanca, sarebbe stata processata attraverso un workflow digitale che ne avrebbe verificato la compliance normativa in tempo reale. Il sistema avrebbe automaticamente richiesto pareri legali interni ed esterni su ogni potenziale profilo di market abuse, archiviandoli in un fascicolo digitale non modificabile. La delibera finale del consiglio di amministrazione sarebbe stata quindi supportata da un’istruttoria completa e tracciata, dimostrando che la decisione di procedere era stata presa sulla base di informazioni corrette e nel rispetto delle procedure. Di fronte a una simile architettura documentale, l’accusa di “colpa organizzativa” sarebbe insostenibile, e il perimetro del sequestro sarebbe, nel peggiore dei casi, limitato ai beni personali dei singoli indagati, salvaguardando il patrimonio aziendale.

L’esperienza di Lovaglio, che spazia dal Credito Italiano a Unicredit, dalla Polonia con Banco Pekao al salvataggio del Credito Valtellinese dalle mire di Orcel, testimonia una carriera di successi operativi. Tuttavia, la vicenda Mps-Mediobanca dimostra come le più brillanti strategie industriali possano essere vanificate da una carente architettura di controlli interni. Il ritorno agli utili e la promessa di un dividendo dopo 13 anni sono risultati eccezionali, ma ora sono messi a rischio da un’indagine che attacca il cuore della governance societaria. L’assenza di un presidio tecnologico in grado di monitorare, tracciare e prevenire le condotte anomale degli apicali ha creato una vulnerabilità che la Procura di Milano sta ora sfruttando.

Il licenziamento di fine marzo e la successiva reintegra del 15 aprile non sono solo capitoli di una saga finanziaria, ma rappresentano due momenti di mancata gestione del rischio 231. Il primo, un tentativo tardivo di dissociazione; il secondo, una riaffermazione del legame tra l’ente e l’operato del suo vertice. In un regime di compliance avanzata, il flusso degli eventi sarebbe stato diverso. L’alert iniziale avrebbe portato non a un licenziamento, ma a una sospensione cautelare delle deleghe sull’operazione specifica, con avvio di un audit interno supportato dai dati incontrovertibili forniti dal sistema. L’esito dell’audit avrebbe poi guidato le decisioni del board in modo trasparente e difendibile. La banca avrebbe dimostrato di avere il pieno controllo dei propri processi, anziché apparire in balia delle iniziative del suo uomo forte e delle conseguenti azioni della magistratura. Questo approccio, basato su dati e procedure automatizzate, è l’unica difesa efficace contro le sanzioni interdittive e la confisca, che rappresentano la vera minaccia alla continuità aziendale per un istituto di credito delle dimensioni di Mps.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/04/15/mps-torna-lovaglio-il-risanatore-che-ha-vinto-anche-su-mediobanca_a6e114fb-1a91-4c24-a9f7-0e72ca4ef66d.html