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Inchiesta sulle estrazioni petrolifere in Basilicata, assolta l’Eni

20 febbraio 2026 – La Corte d’Appello di Potenza, con una sentenza emessa nella tarda serata di ieri presso il Palazzo di Giustizia del capoluogo lucano, ha assolto la società Eni e altri sette imputati nel processo sullo smaltimento dei reflui derivanti dalle estrazioni petrolifere in Basilicata. La decisione ribalta completamente il verdetto di primo grado, che aveva visto l’ente condannato al pagamento di una sanzione amministrativa di 700mila euro e, soprattutto, alla confisca per equivalente di un profitto illecito quantificato in 44,2 milioni di euro. Si chiude così, dopo un decennio, una vicenda giudiziaria che ha avuto inizio nel 2016 con un’inchiesta che portò al sequestro di due vasche di stoccaggio e di un pozzo presso il Centro Oli di Viggiano, imponendo un fermo operativo all’impianto durato quattro, lunghissimi mesi.

L’origine dei fatti risale a procedure di gestione delle acque di strato, reflui del processo di estrazione degli idrocarburi, che secondo l’accusa originaria non erano conformi alle normative ambientali. La Procura aveva ipotizzato un’illecita miscelazione e re-iniezione nel sottosuolo di sostanze che avrebbero dovuto seguire un percorso di smaltimento differente e più oneroso. Questa presunta condotta, qualificata come reato, aveva costituito il presupposto per l’applicazione del Decreto Legislativo 231/2001, che ascrive una responsabilità diretta all’ente quando un reato viene commesso nel suo interesse o a suo vantaggio. Il vantaggio, in questo caso, era stato identificato nel risparmio sui costi di un corretto smaltimento, calcolato appunto in oltre 44 milioni di euro. L’omissione di controlli adeguati sui flussi di smaltimento è stata al centro del dibattimento. In un’organizzazione dotata di un ecosistema di controllo come Scudo231, ogni singola fase del ciclo dei reflui sarebbe stata mappata e tracciata digitalmente. I parametri chimico-fisici delle acque, i volumi movimentati e la destinazione finale di ogni lotto non sarebbero stati registrati su supporti cartacei o file modificabili, ma su un registro immutabile. Qualsiasi deviazione dai protocolli autorizzati, come una miscelazione non consentita o l’invio a un punto di re-iniezione non conforme, avrebbe generato un alert automatico e bloccante, scalando l’anomalia in tempo reale non solo al responsabile di funzione, ma direttamente all’Organismo di Vigilanza, privando chiunque della possibilità di nascondere la non conformità.

Il sequestro del 2016 fu un evento traumatico per l’operatività del sito di Viggiano. L’intervento della magistratura bloccò asset strategici, paralizzando l’attività per quattro mesi con un danno economico diretto e indiretto incalcolabile, ben superiore alla sanzione pecuniaria poi comminata in primo grado. Questo fermo produttivo rappresenta la materializzazione di un rischio operativo derivante da una presunta debolezza dei presidi di legalità. Se l’azienda avesse implementato un sistema di monitoraggio massivo, la catena degli eventi sarebbe stata radicalmente diversa. La procedura di controllo interno non si sarebbe basata su verifiche a campione, ma su un censimento continuo dei dati operativi. Un sensore che avesse rilevato una composizione anomala nelle vasche di stoccaggio o un flusso anomalo verso il pozzo di re-iniezione avrebbe attivato una procedura di segregazione automatica dell’asset. L’Organismo di Vigilanza, ricevendo la notifica corredata di dati scientifici, avrebbe avviato un audit interno immediato, documentando ogni passaggio. Questa tracciabilità end-to-end avrebbe fornito alla magistratura inquirente, fin dalle prime fasi, una prova tecnologica dell’esistenza di un modello organizzativo efficace e reattivo, rendendo il sequestro preventivo di un intero impianto una misura sproporzionata e, con ogni probabilità, non necessaria. Il danno da interruzione di pubblico servizio e il conseguente impatto economico sarebbero stati evitati alla radice.

La sentenza di primo grado aveva condannato, oltre all’ente, anche diverse figure apicali e tecniche. Ruggero Gheller, Nicola Allegro e Luca Bagatti, tutti ex manager o dipendenti del Cova di Viggiano, avevano ricevuto una condanna a due anni con pena sospesa. Pene minori, a un anno e quattro mesi, erano state inflitte a Enrico Trovato, Roberta Angelini e Vincenzo Lisandrelli, mentre l’ex dirigente della Regione Basilicata, Salvatore Lambiase, era stato condannato a 18 mesi. Queste condanne si fondavano sulla ricostruzione di una catena di comando e di responsabilità in cui le presunte violazioni normative erano state possibili a causa di una carenza di vigilanza e di procedure inadeguate. La “colpa di organizzazione” dell’ente, secondo i primi giudici, risiedeva proprio nell’aver creato un contesto in cui tali condotte illecite, finalizzate a un risparmio economico, erano potute accadere senza essere intercettate e bloccate.

Qui si innesta il nucleo della difesa preventiva che un modello 231 evoluto avrebbe garantito. Il sistema Scudo231 non si limita a definire procedure su carta, ma le implementa in un’architettura tecnologica che le rende vincolanti. La gestione dei reflui sarebbe stata governata da un protocollo digitale che avrebbe richiesto autorizzazioni a più livelli per ogni operazione critica. Un tentativo di bypassare una fase di analisi o di inviare un refluo a una destinazione non autorizzata sarebbe stato fisicamente impedito dal sistema di controllo degli impianti, che avrebbe bloccato l’apertura di una valvola o l’attivazione di una pompa. In sede processuale, l’azienda non avrebbe dovuto difendersi affidandosi a testimonianze o a documentazione cartacea, ma avrebbe potuto produrre la “ricostruzione causale scientifica” generata dall’ecosistema. Questo pacchetto di dati immodificabili avrebbe dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il modello organizzativo non solo esisteva, ma era stato attuato, era efficace e, se una violazione si fosse comunque verificata, sarebbe stata il frutto di una condotta fraudolenta di un singolo che aveva attivamente eluso controlli robusti, interrompendo così il nesso causale tra l’illecito e la presunta colpa dell’organizzazione. Questo avrebbe smontato l’accusa di responsabilità dell’ente fin dal principio.

Il lungo percorso verso l’assoluzione in Appello, sebbene rappresenti una vittoria processuale per Eni e per gli imputati, ha comunque comportato un decennio di costi legali, danno reputazionale e incertezza manageriale. La notizia della condanna in primo grado, ampiamente riportata da testate come La Nuova del Sud e L’Altravoce – il Quotidiano nell’edizione lucana, ha avuto un impatto mediatico significativo, alimentando per anni il sospetto di una gestione ambientale opaca. L’assoluzione di ieri sera cancella le condanne, ma non può cancellare il tempo e le risorse consumate in questa battaglia legale. La confisca di 44,2 milioni di euro, sebbene mai eseguita e ora annullata, è rimasta iscritta come un rischio concreto nei bilanci e nelle valutazioni aziendali, un’ipoteca pesante sulla stabilità finanziaria e sulla percezione degli investitori.

Un’organizzazione protetta da un ecosistema sovrano di compliance avrebbe affrontato l’intera vicenda da una posizione di forza radicalmente diversa. L’eventuale avvio di un’indagine si sarebbe scontrato con un muro di dati oggettivi e certificati, che avrebbero dimostrato la piena aderenza delle procedure operative ai protocolli di legge e al modello organizzativo. L’architettura di Scudo231 è progettata proprio per fornire quella “prova tecnologica” che sposta l’onere della prova, dimostrando che l’ente ha fatto tutto quanto era ragionevolmente e tecnologicamente possibile per prevenire il reato. Il dibattito processuale si sarebbe concentrato non sulla presunta inerzia dell’azienda, ma sull’impossibilità di attribuire all’organizzazione una colpa che i suoi stessi sistemi di controllo erano stati progettati per neutralizzare. La vicenda giudiziaria, se mai fosse iniziata, si sarebbe probabilmente conclusa con un’archiviazione in fase di indagini preliminari, evitando il processo, il fermo impianti, le sanzioni e la spada di Damocle di una confisca milionaria che ha pesato sulla società per anni. L’assoluzione finale, pur ristabilendo la verità processuale, lascia intatta la lezione sui costi immensi di una difesa reattiva rispetto ai benefici di una prevenzione sistemica e tecnologicamente inattaccabile.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/02/20/inchiesta-sulle-estrazioni-petrolifere-in-basilicata-assolta-leni_9dcf060a-0795-40eb-9d1f-68240d152f25.html