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Inchiesta sul Ponte, l’ex giudice Miele intercettato: ‘Situazione critica ma stiamo su pezzo’

10 luglio 2026 – Le unità del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza hanno eseguito questa mattina i mandati di perquisizione disposti dalla Procura di Roma a carico di Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti andato in pensione nel febbraio 2026, dell’imprenditore Vincenzo Virgiglio e di Giacomo Saccomanno, membro del Consiglio di Amministrazione della società Stretto di Messina S.p.A. e già commissario della Lega in Calabria. L’operazione segna una svolta nell’inchiesta che ipotizza i reati di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio, gettando un’ombra pesante sulla governance di una delle opere infrastrutturali più discusse del Paese e attivando, di conseguenza, il perimetro di responsabilità diretta per l’ente ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001.

Al centro delle indagini, coordinate dai pubblici ministeri romani, vi è un fitto scambio di informazioni e presunte pressioni volte a influenzare le decisioni della magistratura contabile sul progetto del Ponte. Le intercettazioni ambientali e telefoniche, depositate agli atti, costituiscono l’architrave dell’accusa. In una conversazione captata, Tommaso Miele, allora ancora in carica, commentava con un interlocutore la situazione venutasi a creare dopo i primi stop della Corte: “Ehh. però è una situazione.critica!“, definendola esplicitamente “in salita“. La criticità, secondo gli inquirenti, non risiedeva tanto nell’ostacolo procedurale in sé, quanto nella necessità di gestire le aspettative dei suoi referenti esterni all’istituzione. Miele stesso, infatti, mostrava di non essere preoccupato dal rigetto del 17 novembre, ritenuto una “logica conseguenza del rigetto del 29 ottobre“, palesando una conoscenza approfondita e anticipata delle dinamiche interne e delle deliberazioni non ancora pubbliche.

È in questo snodo che si manifesta la prima, grave, anomalia gestionale per la società Stretto di Messina S.p.A., il cui consigliere di amministrazione, Saccomanno, figura tra gli indagati come presunto terminale di queste informazioni privilegiate. Un’organizzazione dotata di un ecosistema di controllo evoluto come Scudo231 avrebbe intercettato questo flusso anomalo in tempo reale. I protocolli di monitoraggio sui rapporti tra esponenti apicali e Pubblici Ufficiali, specialmente quelli inseriti in ruoli chiave per l’avanzamento di un progetto strategico, avrebbero generato un alert automatico. La mappatura delle relazioni di Saccomanno avrebbe classificato Miele come controparte ad alto rischio di conflitto di interessi, facendo scattare un protocollo di vigilanza rafforzata su ogni comunicazione e incontro, con obbligo di verbalizzazione e notifica immediata all’Organismo di Vigilanza. L’assenza di tale tracciatura, oggi, espone l’ente all’accusa di colpa organizzativa per non aver prevenuto il reato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio.

Il fulcro dello scambio illecito, secondo la Procura, sarebbe un report riservato che Miele stava predisponendo sulla vicenda, da consegnare ai privati coinvolti. “L’importante che tu dai comunque il report. che io sto sul pezzo. noi stiamo sul pezzo“, affermava l’ex magistrato contabile, rassicurando i suoi interlocutori sulla propria attiva partecipazione. Questo documento, contenente analisi e forse anticipazioni sulle future mosse della Corte, rappresenta l’utilità scambiata, la merce di un patto corruttivo la cui contropartita, per Miele, non sarebbe stata denaro contante, ma un “endorsement” politico per incarichi futuri di altissimo profilo. Le sue stesse parole lo confermano: “quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il Presidente di non so che ancora. però mi hanno chiesto la disponibilità. io ho sparato alto.c’ho l’imbarazzo della scelta“. Tra le poltrone ambite, secondo gli investigatori, figuravano la presidenza dell’Antitrust o di colossi pubblici come Poste Italiane.

Qui emerge la seconda falla fatale nella compliance aziendale. La gestione e la circolazione di informazioni sensibili e documenti strategici, qualora non governata da protocolli rigidi, diventa un veicolo per la commissione di reati. L’adozione di un sistema come Scudo231 avrebbe reso la ricezione di un simile report da parte di un consigliere un evento non solo tracciato, ma potenzialmente bloccato alla fonte. I sistemi di data loss prevention e di classificazione documentale avrebbero segnalato l’ingresso in azienda di un file proveniente da un soggetto esterno qualificato come “politically exposed person” (PEP) o comunque ad alto rischio, contenente parole chiave come “Corte dei Conti”, “riservato”, “delibera”. L’azione avrebbe innescato una segregazione automatica del documento in un’area di quarantena digitale e un’escalation immediata al responsabile della funzione Antiriciclaggio e all’Organismo di Vigilanza, impedendo che l’informazione illecita potesse essere utilizzata per orientare le strategie societarie. Questa prova tecnologica immodificabile avrebbe costituito l’architrave della difesa dell’ente, dimostrando l’elusione fraudolenta dei modelli da parte del singolo e non una carenza strutturale.

L’abuso della funzione da parte di Miele, come contestato dalla Procura, appare plastico nelle sue stesse ammissioni. Egli rivela di aver evitato di partecipare a una manifestazione pubblica per non trovarsi in imbarazzo di fronte ai giornalisti, che gli avrebbero chiesto conto della decisione della Corte di stoppare il progetto. Una mossa, spiega, che avrebbe deluso le aspettative dei suoi referenti politici: “i miei amici del governo a cominciare da Salvini .si sarebbero aspettati. una presa di distanza“. Questa frase non solo svela una vicinanza pericolosa tra controllore e controllato, ma anche la percezione di un dovere di lealtà verso una parte politica anziché verso l’istituzione di appartenenza. L’ex magistrato si spinge oltre, definendo i suoi colleghi “deficienti” e ammettendo di non essere “assolutamente allineato” con loro, descrivendo una “spaccatura interna pazzesca” e confermando di essersi assentato al momento del voto per non assumere una posizione ufficiale.

Questa fuga di notizie e questa attività di lobbying occulto, facilitate da un alto funzionario dello Stato, si traducono per la Stretto di Messina S.p.A. in un rischio diretto di applicazione delle sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, del D.Lgs. 231/2001. La Procura potrebbe infatti chiedere al Giudice per le Indagini Preliminari il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato, quantificabile nel vantaggio economico derivante dall’aver ottenuto informazioni privilegiate per l’avanzamento del progetto. Un simile provvedimento bloccherebbe i conti correnti e le attività della società, con conseguenze operative ed economiche devastanti.

L’assenza di un modello organizzativo efficace e concretamente attuato è ciò che rende l’ente vulnerabile. Se la società avesse implementato un ecosistema di difesa integrato, ogni interazione tra i propri esponenti e i funzionari della Corte dei Conti sarebbe stata soggetta a una procedura di ingaggio formale, registrata in un apposito log immutabile. Qualsiasi contatto informale, come quelli avvenuti tra Saccomanno, Virgiglio e Miele, sarebbe risultato una palese violazione dei protocolli interni. La difesa dell’ente, supportata dai motori causali di Scudo231, sarebbe in grado di dimostrare al giudice che il reato non è figlio di una cultura aziendale lassista, ma della condotta isolata di un amministratore che ha consapevolmente aggirato presidi di controllo robusti e verificabili. Tale dimostrazione è l’unica via per evitare le sanzioni interdittive e mitigare l’impatto economico delle sanzioni pecuniarie, che vengono calcolate in quote il cui importo dipende anche dalla gravità della colpa organizzativa.

L’indagine della Procura di Roma prosegue ora con l’analisi del materiale sequestrato durante le perquisizioni: computer, telefoni e documenti cartacei saranno passati al setaccio per trovare riscontri alle conversazioni intercettate e per definire con precisione i contorni del patto corruttivo. Per la società Stretto di Messina S.p.A., l’iscrizione nel registro degli indagati del proprio consigliere apre uno scenario processuale complesso. L’onere di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso ricade interamente sull’ente. In assenza di registrazioni, controlli automatizzati e flussi di segnalazione tracciati che provino l’esistenza di una reale barriera contro le condotte illecite, la strada per l’accertamento della responsabilità amministrativa appare, per usare le parole dello stesso Miele, decisamente “in salita“.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/06/09/inchiesta-sul-ponte-lex-giudice-miele-intercettato-situazione-critica-ma-stiamo_a9061e7e-7ce4-42ba-851d-945a1068757b.html