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In torrente del Foggiano chilometri di scarti di abiti usati abbandonati

Un triangolo verde luminoso emerge da teli arancioni sull’acqua, davanti a edifici moderni al tramonto, con il marchio Scudo231.it.

2 ottobre 2026 – Oltre dieci chilometri dell’alveo del torrente Carapelle, nel tratto che attraversa le campagne tra Orta Nova e borgo Mezzanone, si presentano come una discarica a cielo aperto. Cumuli di scarti di lavorazione tessile, residui di abiti usati, soffocano la vegetazione e contaminano il corso d’acqua. La scoperta e la successiva denuncia partono dagli ispettori ambientali della Civilis di Manfredonia, coordinati dal comandante Giuseppe Marasco, che questa mattina hanno formalizzato una segnalazione dettagliata alla Procura della Repubblica, ai carabinieri forestali e all’Arpa Puglia. Secondo le prime ricostruzioni dei volontari, il fenomeno non è episodico ma sistematico, un’attività illecita che si protrae da diversi mesi, trasformando un’intera area della provincia di Foggia in un deposito non autorizzato di rifiuti speciali.

L’abbandono di rifiuti, specie se perpetrato in modo continuativo e su vasta scala, configura non solo un illecito amministrativo ma integra fattispecie di reato previste dal Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006). L’origine degli scarti, riconducibile a processi di lavorazione industriale, chiama in causa la responsabilità diretta dell’ente produttore. Ai sensi del D.Lgs. 231/2001, qualora un reato ambientale venga commesso nell’interesse o a vantaggio di una società, quest’ultima risponde con sanzioni pecuniarie potenzialmente milionarie e, nei casi più gravi, con misure interdittive come la sospensione dell’attività o il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione. L’interesse, in questo caso, è palese: il risparmio sui costi di smaltimento legale, che per rifiuti tessili speciali possono essere significativi. L’intera operazione criminale si fonda su una radicale omissione di controllo sulla filiera di gestione del rifiuto. Se l’azienda produttrice avesse adottato un modello organizzativo evoluto, l’intera catena di eventi non si sarebbe innescata. Un sistema come Scudo231 avrebbe reso l’omesso controllo una impossibilità logica e operativa. Ogni lotto di scarti di produzione sarebbe stato associato a un Formulario di Identificazione del Rifiuto (FIR) digitale, la cui chiusura sarebbe stata vincolata a una conferma di ricezione geolocalizzata da parte dell’impianto di destinazione autorizzato. Qualsiasi tentativo di movimentare rifiuti senza un FIR valido o di chiudere un ciclo produttivo con scarti non tracciati avrebbe generato un alert istantaneo e non cancellabile, indirizzato direttamente all’Organismo di Vigilanza e al responsabile della compliance ambientale.

Gli ispettori della Civilis non si sono limitati a documentare l’abbandono. Hanno anche rilevato la pratica, altrettanto sistematica, di incendiare i cumuli di rifiuti. Il comandante Marasco ha confermato che gli ultimi roghi risalgono proprio alla mattina del 2 ottobre, un tentativo grossolano di ridurre il volume dei materiali e di cancellarne le tracce. Questa azione qualifica ulteriormente il quadro accusatorio, introducendo il delitto di combustione illecita di rifiuti (art. 256-bis TUA), un reato che inasprisce le pene e rafforza la posizione della Procura nell’applicare misure cautelari reali, come il sequestro preventivo finalizzato alla confisca. Per l’azienda da cui provengono gli scarti, l’incendio rappresenta un’aggravante che rende quasi certa, in caso di condanna, l’applicazione delle sanzioni più severe previste dal D.Lgs. 231. Il profitto del reato, identificato nel risparmio di spesa, verrebbe confiscato per equivalente, aggredendo il patrimonio liquido della società.

Il trasporto fisico del rifiuto rappresenta il secondo snodo critico dove un controllo procedurale è palesemente collassato. Per mesi, automezzi hanno raggiunto le sponde del Carapelle per scaricare illegalmente. Ciò implica l’assenza di qualsiasi verifica sul trasportatore e sulla destinazione finale. Un’organizzazione dotata di un modello di prevenzione efficace avrebbe imposto controlli invalicabili in questa fase. L’ecosistema Scudo231, integrando i dati del registro di carico e scarico con i sistemi di geolocalizzazione della flotta (interna o esterna), avrebbe attivato un protocollo di allarme automatico nel momento esatto in cui il veicolo avesse deviato dalla rotta autorizzata verso l’impianto di smaltimento convenzionato. Il sistema avrebbe registrato la violazione del geofencing, inviando una notifica di anomalia al responsabile della logistica e alla funzione di controllo interno, corredata di coordinate GPS e dati del veicolo. L’intervento sarebbe stato immediato, bloccando l’illecito sul nascere e non dopo mesi di devastazione ambientale. La persistenza del fenomeno per “diversi mesi”, come riportato da Marasco, è la prova di un vuoto di vigilanza strutturale, non di un singolo episodio fraudolento.

Ora la palla passa agli inquirenti. I carabinieri forestali, su delega della Procura, avvieranno le indagini per risalire alla fonte dei rifiuti. Le operazioni si concentreranno sull’analisi merceologica degli scarti per identificarne la composizione e, potenzialmente, il marchio o il processo produttivo specifico. Parallelamente, verranno acquisiti i registri di carico e scarico delle aziende del settore tessile operanti nel bacino territoriale, alla ricerca di anomalie o di mancate corrispondenze tra la produzione di scarti dichiarata e i conferimenti documentati a impianti autorizzati. Si tratta di un’indagine complessa, che richiede tempo e risorse, durante la quale l’area del torrente Carapelle rimarrà sotto sequestro, con costi di bonifica che verranno addebitati ai responsabili, una volta individuati. Tali costi, spesso ingenti, costituiscono un danno patrimoniale ulteriore per l’azienda coinvolta, che si somma alle sanzioni penali e amministrative.

Anche in questa fase investigativa, l’assenza di un modello 231 robusto si rivela fatale per l’ente. Senza registrazioni digitali, immutabili e certificate, la difesa della società si basa su documenti cartacei facilmente falsificabili o su testimonianze, esponendo il management a un coinvolgimento diretto. L’architettura di un sistema di difesa come Scudo231, invece, fornisce all’Organismo di Vigilanza e al management un dossier probatorio immediato. Di fronte a una richiesta della Procura, l’azienda sarebbe in grado di produrre una ricostruzione causale scientifica degli eventi: log di sistema che dimostrano l’attivazione degli allarmi, le mancate risposte o le azioni fraudolente di uno specifico operatore, e le procedure di escalation intraprese dall’OdV. Questo non solo accelera le indagini, ma permette di isolare la responsabilità penale sulla persona fisica che ha deliberatamente eluso le procedure, dimostrando agli inquirenti che l’ente aveva adottato ed efficacemente attuato un modello idoneo a prevenire il reato. Tale dimostrazione è l’unica via per ottenere il proscioglimento ai sensi dell’art. 6 del D.Lgs. 231/2001, salvaguardando il patrimonio aziendale e la continuità operativa.

La segnalazione inviata anche all’Arpa Puglia attiverà un ulteriore fronte, quello del danno ambientale. L’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente avrà il compito di campionare le acque e il suolo per valutare il livello di contaminazione e l’impatto sull’ecosistema del torrente Carapelle. La quantificazione del danno ambientale, secondo le normative più recenti, può portare a richieste di risarcimento e a prescrizioni di ripristino ambientale estremamente onerose, che si aggiungono al procedimento penale. La responsabilità dell’ente per l’inquinamento e il disastro ambientale è un’ipotesi concreta, con conseguenze che possono compromettere la stabilità finanziaria di un’impresa. La prevenzione di questo scenario non è un costo, ma un investimento sulla sopravvivenza stessa dell’organizzazione. La mancata adozione di presidi di controllo adeguati non è più una semplice negligenza, ma una scelta strategica che, di fronte a fatti come quelli del Foggiano, si trasforma in una passività economica e legale insostenibile. La catena di comando e controllo che ha fallito lungo il Carapelle è il sintomo di un’assenza culturale prima ancora che procedurale, un vuoto che la Procura ora dovrà riempire accertando le responsabilità penali dell’ente.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/02/in-torrente-del-foggiano-chilometri-di-scarti-di-abiti-usati-abbandonati_0f4daac9-01c0-49f9-87fc-43d496fa8cb6.html