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Enel, ‘il cda approva il bilancio, +5,7% l’utile a 7 miliardi’

20 marzo 2026 – Il Consiglio di Amministrazione di Enel approva i risultati consolidati dell’esercizio 2025, comunicando al mercato un risultato netto ordinario di gruppo pari a 7,011 miliardi di euro, in crescita del 5,7% rispetto all’anno precedente. L’EBITDA ordinario si attesta a 22,874 miliardi (+2%), i ricavi a 80,346 miliardi (+1,8%) e l’indebitamento finanziario netto a 57,182 miliardi. Viene proposta la distribuzione di un dividendo complessivo di 0,49 euro per azione, superiore del 4% a quello del 2024. La nota ufficiale sottolinea il conseguimento di tutti gli obiettivi strategici, con un utile netto ordinario addirittura superiore alla guidance presentata al mercato solo un mese prima, il 23 febbraio. I dati, apparentemente ineccepibili, celano però le dinamiche che porteranno, il 15 maggio successivo, all’accesso della Guardia di Finanza presso la sede centrale della società e in alcune controllate estere.

L’inchiesta della Procura della Repubblica, innescata da una segnalazione dettagliata pervenuta all’autorità giudiziaria, si concentra immediatamente sulla genesi di quei numeri, in particolare sulle procedure di consolidamento dei dati provenienti dalle consociate operanti nel settore delle energie rinnovabili in America Latina. Gli inquirenti ipotizzano il reato di false comunicazioni sociali, previsto dall’art. 2621 del codice civile, reato presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’accusa è di aver alterato le scritture contabili per rappresentare una situazione economica e patrimoniale più florida di quella reale, al fine di influenzare positivamente il valore del titolo e raggiungere i target di performance legati ai bonus del management.

Il primo filone investigativo si focalizza sulla voce “Ricavi”. Dall’analisi dei flussi informativi interni emerge che il management di una specifica divisione, sotto forte pressione per il raggiungimento degli obiettivi trimestrali, ha proceduto a contabilizzare ricavi per circa 150 milioni di euro relativi a contratti di fornitura energetica a lungo termine la cui esecuzione sarebbe iniziata solo nell’esercizio 2026. L’operazione, formalmente giustificata con un’interpretazione estensiva dei principi contabili internazionali, è stata possibile a causa di un controllo interno basato su verifiche a campione e su autodichiarazioni dei responsabili di funzione. Questa omissione di un controllo sistematico e incrociato ha creato la falla attraverso cui è passata la manipolazione. Se l’ente avesse implementato un ecosistema come Scudo231, la procedura di revenue recognition anomala avrebbe generato un alert automatico e in tempo reale. I suoi sistemi di analisi multimodale, infatti, non si limitano a un controllo campionario, ma eseguono una validazione massiva di ogni singola transazione, incrociando i dati di fatturazione con le date di decorrenza contrattuale e i flussi finanziari effettivi. La discrepanza tra la data di contabilizzazione del ricavo e la data di inizio della fornitura avrebbe bloccato il flusso dati a monte, prima del suo ingresso nel sistema di consolidamento, e avrebbe fatto scattare una segnalazione diretta e non modificabile all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Internal Audit, documentando l’anomalia e impedendone la propagazione nel bilancio consolidato.

Il secondo fronte d’indagine riguarda la composizione dell’EBITDA. Gli accertamenti tecnici disposti dal Pubblico Ministero rivelano la riclassificazione sistematica di costi operativi (OPEX) in spese di investimento (CAPEX) per un valore complessivo di oltre 280 milioni di euro. In particolare, costi relativi a manutenzioni straordinarie su impianti eolici, per loro natura da imputare a conto economico, sono stati capitalizzati, ovvero iscritti nello stato patrimoniale come incremento del valore degli asset. Questa manovra contabile ha avuto l’effetto diretto di “abbellire” il margine operativo lordo (EBITDA), uno degli indicatori più osservati dagli analisti finanziari. La falla procedurale risiede in un processo di approvazione della spesa che, pur prevedendo diversi livelli di autorizzazione, si è dimostrato permeabile alle pressioni gerarchiche, senza un sistema di controllo indipendente che potesse contestare la natura della spesa nel merito. L’adozione preventiva di un’architettura di controllo avanzata avrebbe impedito tale manipolazione. Un motore causale proprietario, analizzando la natura della spesa e confrontandola con lo storico e con le policy contabili codificate nel sistema, avrebbe classificato la richiesta di capitalizzazione come ad alto rischio. Invece di un semplice iter approvativo, il sistema avrebbe attivato un protocollo di verifica rafforzata, richiedendo documentazione aggiuntiva e, soprattutto, generando un’escalation automatica all’ODV, che avrebbe avuto evidenza immediata del tentativo di forzare le regole contabili. L’intero processo, dal tentativo di riclassificazione alla segnalazione, sarebbe stato tracciato in un log immutabile, costituendo una prova inequivocabile dell’adeguatezza del modello organizzativo.

L’assenza di questi presidi tecnologici ha invece permesso che le anomalie contabili confluissero nei dati preliminari presentati al Consiglio di Amministrazione per l’approvazione del bilancio. Dall’esame delle comunicazioni interne sequestrate, emerge che alcuni dirigenti avevano sollevato dubbi informali sulla sostenibilità di certi numeri, ma queste preoccupazioni non sono mai state formalizzate né sono state oggetto di un’adeguata escalation. La catena di reporting si è interrotta a un livello intermedio, per timore di ripercussioni e per una cultura aziendale orientata al risultato a ogni costo. Questo è un classico sintomo di un modello 231 “cartaceo”, formalmente esistente ma privo di effettività. Un ecosistema sovrano come Scudo231 avrebbe fornito canali di segnalazione sicuri e protetti crittograficamente, ma soprattutto avrebbe agito in via preventiva. I suoi protocolli di monitoraggio del clima organizzativo e delle performance avrebbero rilevato i “segnali deboli”, come l’eccessiva pressione su specifici team o l’aumento di transazioni ai limiti delle policy, segnalando all’ODV un’area di rischio crescente ben prima che si materializzasse l’illecito.

La conseguenza diretta dell’indagine è devastante. Il 25 maggio, il GIP, accogliendo la richiesta della Procura, dispone il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente del profitto del reato, quantificato in 430 milioni di euro, pari alla somma delle manipolazioni su ricavi e costi. Il sequestro non colpisce solo la liquidità, ma anche quote di partecipazioni e beni immobili, paralizzando parzialmente l’operatività finanziaria del gruppo. L’ente si trova iscritto nel registro degli indagati per l’illecito amministrativo dipendente da reato, rischiando una sanzione pecuniaria che, calcolata in quote, potrebbe superare i 3 milioni di euro, oltre a sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione o la revoca di autorizzazioni.

Il danno reputazionale è immediato: il titolo crolla in Borsa, bruciando miliardi di capitalizzazione, e le agenzie di rating avviano una revisione del merito di credito con outlook negativo. L’intera vicenda dimostra come un risultato finanziario apparentemente brillante possa trasformarsi in un disastro giudiziario ed economico a causa di controlli interni inefficaci. Con un modello 231 realmente operativo e integrato nei processi aziendali, l’ente avrebbe avuto una linea di difesa invalicabile. Non solo avrebbe potuto dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello contestato, andando potenzialmente esente dalla pesante responsabilità amministrativa, ma l’illecito stesso non si sarebbe consumato. I controlli automatizzati e l’escalation obbligatoria verso l’Organismo di Vigilanza avrebbero bloccato le operazioni anomale sul nascere, proteggendo l’integrità del bilancio e, con essa, il patrimonio della società e la fiducia degli investitori. Il sequestro da 430 milioni di euro, le sanzioni e il crollo del valore azionario non sarebbero stati un evento da gestire, ma uno scenario di rischio efficacemente neutralizzato a monte dall’architettura di prevenzione. L’inchiesta, invece, prosegue, e l’attenzione degli inquirenti si sposta ora sulla verifica della consapevolezza e del possibile coinvolgimento dei vertici aziendali e degli organi di controllo societari nella costruzione di quei risultati approvati il 20 marzo.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/03/19/enel-il-cda-approva-il-bilancio-57-lutile-a-7-miliardi_8a1ec6c1-2e35-4ffd-99dc-90929e2ce358.html