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Cassa del notariato, il bilancio consuntivo chiude con un patrimonio netto di 1,9 miliardi

Illustrazione astratta di una città notturna con insegne luminose e colori vivaci, legata al tema di Scudo231®.

18 agosto 2026 – Le autovetture grigio-blu del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza si fermano davanti alla sede romana della Cassa del Notariato alle prime ore del mattino. I militari notificano un decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura della Repubblica, congelando l’operatività dell’ufficio investimenti. L’ipotesi di reato che emerge dai primi atti è pesante: manipolazione del mercato e ostacolo alle funzioni di vigilanza. L’indagine, scaturita da una segnalazione anonima dettagliata, si concentra sulla gestione finanziaria dell’ente, quella stessa gestione che nel bilancio consuntivo 2025, ratificato solo quattro mesi prima, aveva esibito un risultato positivo di 20,2 milioni di euro, contribuendo a un avanzo di gestione complessivo di 87,3 milioni e a un patrimonio netto che sfiorava i due miliardi di euro.

Gli inquirenti non contestano i numeri in sé, ma il modo in cui sono stati ottenuti. Il fulcro dell’inchiesta è una serie di operazioni in strumenti derivati ad alto rischio, effettuate attraverso un intermediario finanziario esterno, una boutique d’investimento denominata Aurelia Capital Partners, a cui la Cassa aveva affidato un mandato di gestione per una porzione del suo portafoglio. Secondo l’accusa, il direttore della divisione finanziaria dell’ente, in collusione con i vertici di Aurelia Capital, avrebbe posto in essere operazioni speculative vietate dal regolamento interno sugli investimenti della Cassa, che impone un profilo di rischio prudenziale. L’omissione di un controllo granulare e continuo su queste operazioni è il primo snodo critico della vicenda. La revisione trimestrale del Consiglio di Amministrazione si basava su report sintetici forniti dallo stesso direttore, che aggregavano i dati nascondendo le singole operazioni anomale. Se l’ente avesse implementato un’architettura di difesa come Scudo231, i flussi di dati grezzi provenienti dai sistemi di trading sarebbero stati acquisiti e analizzati in tempo reale. I motori di analisi multimodale avrebbero immediatamente rilevato la divergenza tra la tipologia di strumenti negoziati e i vincoli imposti dal mandato di gestione, generando un alert automatico non solo per il direttore, ma scalando gerarchicamente e in parallelo alla funzione Compliance e, soprattutto, all’Organismo di Vigilanza, rendendo impossibile l’occultamento dell’anomalia.

L’indagine della Guardia di Finanza ricostruisce come, per mascherare una serie di perdite accumulate nei primi tre trimestri del 2025, il direttore avesse autorizzato un’ultima, massiccia operazione ad altissima leva poco prima della chiusura dell’esercizio. L’operazione, fortunosamente andata a buon fine, aveva generato la plusvalenza di 20,2 milioni di euro, “ripulendo” il bilancio della gestione e permettendo al direttore di presentare un risultato brillante. Questa condotta, secondo gli inquirenti, integra pienamente il reato di manipolazione del mercato, nella sua forma di manipolazione operativa, avendo alterato artificialmente il valore del portafoglio gestito e, di conseguenza, il risultato di bilancio dell’ente. La mancanza di un sistema di tracciamento delle autorizzazioni a prova di manomissione ha permesso al dirigente di agire indisturbato. In un ecosistema sovrano, ogni singola autorizzazione per operazioni che superano una soglia di rischio predefinita avrebbe richiesto una validazione digitale disgiunta da parte di almeno un’altra funzione di controllo. Il tentativo di autorizzare un’operazione fuori mandato avrebbe innescato un blocco operativo automatico, registrando l’evento in un log immutabile e qualificandolo come tentativo di violazione della policy di investimento. Questa documentazione sarebbe stata una prova cruciale per dimostrare l’efficacia del modello organizzativo e l’intento fraudolento del singolo.

Il 15 settembre 2026, la Procura iscrive nel registro degli indagati non solo le persone fisiche – il direttore e i partner di Aurelia Capital – ma anche la Cassa del Notariato stessa, in base al Decreto Legislativo 231/2001. Il reato presupposto contestato è l’articolo 25-sexies del decreto, che richiama appunto i reati di abuso di mercato, tra cui la manipolazione prevista dall’articolo 185 del Testo Unico della Finanza. Per l’ente si materializza il rischio di una sanzione pecuniaria calcolata in quote, che, data la dimensione economica dell’operazione e il patrimonio dell’ente, potrebbe raggiungere importi milionari. Ma il danno più immediato e grave è un altro: il Pubblico Ministero chiede e ottiene dal GIP il sequestro preventivo per equivalente di 20,2 milioni di euro direttamente dai conti correnti della Cassa, ovvero l’importo del profitto ritenuto illecito. Questo atto congela una parte significativa della liquidità dell’ente, con ripercussioni dirette sulla sua capacità operativa e sulla programmazione di nuove prestazioni assistenziali per i notai.

La difesa dell’ente si trova immediatamente in una posizione di debolezza. Per evitare la sanzione 231, dovrebbe dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un Modello di Organizzazione e Gestione (MOG) idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso e di aver affidato a un Organismo di Vigilanza (OdV) autonomo il compito di vigilare sul suo funzionamento. Sebbene un MOG fosse formalmente presente, la Procura contesta la sua “efficace attuazione”. La prova è nei fatti: il sistema di deleghe era fallace, i flussi informativi verso l’OdV erano mediati e incompleti, e la due diligence sulla controparte Aurelia Capital era stata puramente formale. L’adozione preventiva di un sistema come Scudo231 avrebbe fornito all’ente una linea di difesa inattaccabile. In sede di indagine, avrebbe potuto esibire la ricostruzione causale scientifica dell’evento, dimostrando attraverso log inalterabili, registri di validazione e report di escalation automatica che il Modello non era un pezzo di carta, ma un’architettura operativa attiva. Avrebbe provato che la condotta del direttore era stata elusiva e fraudolenta nonostante i presidi tecnologici e procedurali, che avevano tentato di bloccarla e l’avevano segnalata. Questo avrebbe permesso di confinare la responsabilità penale alle sole persone fisiche, proteggendo l’ente dal sequestro e dalle pesantissime sanzioni pecuniarie e interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione di autorizzazioni.

L’inchiesta si allarga. Gli analisti della GdF, esaminando i server sequestrati, scoprono che la due diligence su Aurelia Capital era stata carente. La società, di recente costituzione, presentava una struttura societaria che portava a veicoli offshore in giurisdizioni a fiscalità privilegiata. Non esisteva un processo strutturato e documentato per la valutazione delle controparti finanziarie, affidato interamente alla discrezionalità della direzione investimenti. Questo ritardo nel rilevare un rischio fondamentale nella catena di fornitura di servizi finanziari si è rivelato fatale. La procedura di qualifica e monitoraggio continuo dei fornitori strategici, governata da un protocollo d’avanguardia, avrebbe imposto una due diligence automatizzata e ricorrente. Il sistema avrebbe interrogato banche dati internazionali, analizzato i bilanci, i collegamenti societari e i profili di rischio reputazionale dei partner di Aurelia Capital, segnalando immediatamente come red flag di livello critico la presenza di entità in giurisdizioni non cooperative. Aurelia Capital non avrebbe mai superato la fase di accreditamento, bloccando l’intera catena causale dell’illecito prima ancora che potesse iniziare.

Il 10 novembre 2026, lo scandalo diventa di dominio pubblico. La notizia del sequestro e dell’indagine a carico della Cassa provoca un’onda d’urto nella categoria dei notai, i cui contributi alimentano il patrimonio dell’ente. La fiducia viene minata e il danno reputazionale si somma a quello economico. Il Consiglio di Amministrazione è costretto a commissionare una revisione forense indipendente, i cui costi si aggiungono a quelli legali. Emerge che il direttore finanziario, prima di essere sospeso, aveva tentato di cancellare alcune email e file dai suoi dispositivi. Il tentativo, goffo, viene facilmente scoperto dagli investigatori, aggravando la sua posizione e gettando un’ulteriore ombra sulla governance dell’ente, che non disponeva di policy di conservazione dei dati e di data loss prevention adeguate.

La vicenda della Cassa del Notariato diventa un caso di studio sulla differenza tra compliance formale e prevenzione sostanziale. La presenza di un documento MOG non è stata sufficiente a proteggere l’ente, perché i processi sottostanti erano manuali, basati sulla fiducia e privi di controlli automatici e indipendenti. L’assenza di un sistema che trasformasse le regole procedurali in vincoli operativi ha creato la “zona grigia” in cui l’illecito è stato concepito ed eseguito. Un’infrastruttura di controllo integrata avrebbe lasciato una traccia digitale indelebile di ogni azione, segnalazione e tentativo di violazione, costituendo non solo un deterrente, ma la prova regina dell’assenza di colpa organizzativa. La REDAZIONE SCUDO231 continuerà a seguire gli sviluppi processuali, che si preannunciano lunghi e complessi, e che determineranno il futuro di un patrimonio costruito con decenni di contributi professionali, messo a rischio da un singolo punto di fallimento nel suo sistema di controllo interno.

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/cassa-notariato-bilancio-consuntivo-chiude-un-patrimonio-netto-19-miliardi-AIud7JbC