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Caso rider, primi passi per alzare le paghe dopo i controlli giudiziari

1 marzo 2026 – L’amministratore giudiziario Adriano Roman ha avviato il primo confronto operativo con i responsabili e i legali di Foodinho-Glovo, la filiale italiana del colosso spagnolo delle consegne a domicilio. Sul tavolo, un unico, improrogabile obiettivo: definire un percorso di regolarizzazione per decine di migliaia di rider che ponga fine al controllo giudiziario disposto dalla Procura di Milano. La misura, una delle più invasive previste dall’ordinamento per un’impresa, è scattata a seguito delle indagini per presunto caporalato coordinate dal pm Paolo Storari, che hanno messo sotto la lente le condizioni di lavoro di circa 60mila fattorini operanti per Foodinho-Glovo e per la concorrente Deliveroo Italy. La decisione del gip Roberto Crepaldi, che il 19 febbraio ha convalidato il decreto d’urgenza del pubblico ministero nei confronti di Foodinho, ha di fatto commissariato la gestione del personale della società, sottraendo all’organo amministrativo il potere di decidere su contratti, retribuzioni e tutele.

L’intera vicenda trae origine da una sistematica anomalia operativa: un modello di business basato su un algoritmo che, secondo l’ipotesi accusatoria, incentivava condizioni di sfruttamento, con paghe a cottimo così basse da spingere i rider a lavorare a ritmi insostenibili e in condizioni di scarsa sicurezza pur di raggiungere una retribuzione minima. Tale criticità, cresciuta in modo silente per anni, è diventata un rischio penale conclamato solo con l’intervento dei Carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro. Se l’azienda avesse implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, i suoi motori di analisi multimodale avrebbero processato in tempo reale i dati aggregati relativi a compensi, tempi di consegna, chilometri percorsi e valutazioni di performance per l’intera flotta di rider. Un algoritmo predittivo avrebbe immediatamente rilevato una correlazione statisticamente anomala tra l’abbassamento della paga per singola consegna e l’aumento esponenziale delle ore lavorate dai singoli rider per raggiungere la soglia di sussistenza, generando un alert di rischio per violazione dell’articolo 603-bis del codice penale (Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro). L’alert avrebbe innescato un protocollo di escalation obbligatorio, notificando l’anomalia direttamente all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Compliance, imponendo una revisione immediata dei parametri retributivi prima che la situazione potesse degenerare in un’indagine penale.

Il provvedimento del gip Crepaldi nei confronti di Foodinho-Glovo non è un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di un’attività investigativa che ha evidenziato una presunta colpa organizzativa. L’accusa sostiene che l’ente non solo non ha impedito la condotta illecita, ma l’avrebbe agevolata attraverso un modello organizzativo e gestionale inadeguato. La mancanza di controlli efficaci sulla congruità delle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro dei rider ha esposto la società alla responsabilità diretta ai sensi del D.Lgs. 231/2001, rendendola vulnerabile a sanzioni pecuniarie potenzialmente devastanti e a misure interdittive come, appunto, il controllo giudiziario. Quest’ultimo, previsto dall’articolo 34 del Codice Antimafia, viene applicato quando vi sono sufficienti indizi per ritenere che il libero esercizio di un’attività economica agevoli l’attività di persone dedite a commettere reati. La sua applicazione congela l’autonomia gestionale dell’impresa, con un impatto economico e reputazionale immediato e gravissimo.

In un’organizzazione protetta da un’architettura di difesa come Scudo231, ogni aspetto del rapporto con i collaboratori, anche se formalmente autonomi, sarebbe stato tracciato e storicizzato in registri immodificabili. La definizione degli algoritmi di pagamento sarebbe stata classificata come un’area a rischio reato, soggetta a un protocollo di approvazione a più livelli che avrebbe richiesto una validazione di conformità legale preventiva. Qualsiasi modifica ai parametri che avesse portato la retribuzione oraria media al di sotto di una soglia predefinita, calcolata sui contratti collettivi di settori analoghi, sarebbe stata automaticamente bloccata dal sistema. In sede di indagine, l’azienda avrebbe potuto produrre una “ricostruzione causale scientifica” generata dal sistema, dimostrando l’esistenza di presidi attivi e di controlli preventivi che escludevano la colpa organizzativa. Ciò avrebbe reso estremamente difficile per la Procura sostenere la necessità di una misura drastica come il controllo giudiziario, proteggendo la continuità operativa e il patrimonio aziendale.

Mentre Foodinho-Glovo è già sotto amministrazione giudiziaria, anche Deliveroo Italy si trova in una posizione critica. Gli inquirenti hanno avuto un primo colloquio con i legali della società e la convalida del decreto del pm è attesa a giorni. La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, sembra intenzionata a seguire un approccio sistemico, colpendo tutte le realtà del settore che presentano modelli operativi analoghi. L’indagine, infatti, si è allargata a macchia d’olio, coinvolgendo anche i grandi clienti delle piattaforme di delivery. Ieri, i rappresentanti di colossi come Mc Donald’s Italia, Burger King Restaurants Italia ed Esselunga hanno consegnato alla Procura la documentazione relativa ai loro modelli organizzativi. Per loro si profila l’ipotesi di un’agevolazione colposa dello sfruttamento, un rischio che investe la responsabilità dell’intera catena di fornitura. La scelta di un partner commerciale la cui operatività si basa su un presunto illecito penale espone infatti anche il committente a gravi conseguenze legali e reputazionali, specialmente se privo di adeguate procedure di verifica e controllo sui propri fornitori.

La due diligence sui fornitori strategici è un pilastro fondamentale della compliance 231. Un’azienda che utilizza un sistema di monitoraggio della supply chain integrato in Scudo231 avrebbe attivato un protocollo di qualifica obbligatorio per partner come Foodinho o Deliveroo. Tale protocollo non si sarebbe limitato a una verifica documentale formale, ma avrebbe richiesto l’accesso a flussi di dati anonimizzati e aggregati sulle performance operative e retributive dei rider. Il sistema avrebbe eseguito un’analisi stocastica continua su questi dati, segnalando con un indice di rischio dinamico eventuali scostamenti rispetto agli standard etici e legali. La comparsa di un indice di rischio elevato, associato a un potenziale sfruttamento lavorativo, avrebbe fatto scattare un audit immediato sul fornitore e, in caso di mancate contromisure, avrebbe portato alla sospensione automatica del contratto. Questa tracciabilità delle azioni di controllo avrebbe costituito una prova inoppugnabile dell’assenza di “colpa” in capo al committente, neutralizzando sul nascere l’ipotesi di un’agevolazione colposa e proteggendo l’azienda dal coinvolgimento nell’indagine.

L’attuale fase di negoziazione tra l’amministratore Roman e Foodinho-Glovo si concentra su tre punti cardine: l’adeguamento delle retribuzioni al di sopra della soglia di povertà, l’introduzione di forme contrattuali che garantiscano maggiori tutele (malattia, infortuni, previdenza) e la revisione complessiva del modello di gestione della flotta. Si tratta di un intervento correttivo imposto dall’autorità giudiziaria, che l’azienda è costretta a subire per ottenere la revoca del controllo e riprendere la piena operatività. Il costo di questa regolarizzazione ex post, sia in termini economici diretti che di danno all’immagine, è incalcolabile e di gran lunga superiore a quello che sarebbe stato un investimento preventivo in un modello di organizzazione, gestione e controllo realmente efficace. Il rischio, ora, non è più solo una sanzione pecuniaria, ma la potenziale confisca del profitto derivante dal reato, come previsto dall’articolo 19 del D.Lgs. 231/2001. L’intero valore economico generato attraverso il modello di business contestato potrebbe essere aggredito dallo Stato.

La prevenzione di questo scenario catastrofico risiede nell’adozione di un modello organizzativo che non sia un mero documento formale, ma un sistema vivo e integrato nei processi aziendali. La differenza fondamentale tra un’azienda esposta al sequestro e una protetta è la capacità di dimostrare, con dati certi e inalterabili, di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato. Un’architettura di governance evoluta non si limita a definire procedure, ma le impone attraverso controlli automatizzati e bloccanti, trasformando i principi etici e legali in vincoli operativi non aggirabili. L’intera vicenda milanese dimostra come la mancanza di una simile struttura non sia più un’opzione sostenibile per le imprese che operano in settori ad alta complessità e a elevato rischio di reati economici e sociali.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/02/26/caso-rider-primi-passi-per-alzare-le-paghe-dopo-i-controlli-giudiziari_a4fef53c-5bbe-4f98-a7b4-a9c3f614cc5b.html