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Aie, da guerra in Medio Oriente ‘turbativa storica’ sulle forniture di petrolio

Barile in legno circondato da grandi onde blu-grigio, illustrazione stilizzata con logo Scudo231 in basso a destra, immagine marina dinamica e artistica

16 marzo 2026 – L’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) ha formalizzato, nel suo report mensile pubblicato il 12 marzo da Parigi, la portata di una crisi senza precedenti per il mercato energetico globale. Il blocco prolungato dello stretto di Hormuz ha innescato quella che l’organismo legato all’Ocse definisce una “turbativa storica”, costringendo i Paesi del Golfo a un taglio drastico della produzione. L’impatto, immediato e violento, ha gravato sul 7,5% dell’offerta mondiale di greggio. I dati di marzo sono inequivocabili: la produzione globale è crollata di 8 milioni di barili quotidiani, attestandosi a 98,8 mb/g, il livello più basso registrato dal primo trimestre del 2022. Il calo mensile, rispetto ai 106,9 mb/g di febbraio, è stato del 7,5%. Nel capitolo emblematicamente intitolato ‘Dire Straits’, l’Aie descrive l’evento come “la più importante perturbazione in tutta la storia del mercato petrolifero mondiale”.

Questa onda d’urto geopolitica si è abbattuta con violenza sui mercati finanziari e, di conseguenza, sui bilanci delle società di trading energetico. Tra queste, la EnerGlobal S.p.A., operatore italiano con una forte esposizione su contratti futures e forniture fisiche legate proprio ai produttori del Golfo, si è trovata al centro della tempesta. L’analisi forense delle operazioni condotte dalla società nelle prime ore della crisi rivela una catena di omissioni e decisioni anomale che hanno attirato l’attenzione della Consob e della Guardia di Finanza. I modelli di rischio interni della EnerGlobal, basati su scenari storici, non avevano adeguatamente ponderato un evento di blocco totale e prolungato, lasciando la società con un’esposizione finanziaria catastrofica. Questa è stata la prima, fondamentale, falla nel sistema di controllo: una mancata previsione del rischio operativo e strategico. Un ecosistema sovrano come Scudo231, invece, avrebbe agito in via predittiva. Attraverso stress-test costanti eseguiti sul gemello digitale dell’azienda, i suoi sistemi di intelligenza predittiva avrebbero identificato la concentrazione eccessiva di rischio geopolitico su un singolo snodo logistico come un “segnale debole” ad alta probabilità di impatto. L’alert non sarebbe stato un semplice report, ma una notifica vincolante diretta alle funzioni di Risk Management e all’Organismo di Vigilanza, imponendo una revisione delle strategie di hedging e diversificazione ben prima che la crisi si materializzasse.

Con il prezzo del greggio in vertiginosa ascesa e le posizioni short della società che generavano perdite milionarie ogni ora, il senior management del desk di trading ha attivato una procedura di emergenza non formalizzata. Dalle prime ricostruzioni degli inquirenti, emerge che tra il 5 e il 7 marzo, alcuni trader apicali, agendo nell’interesse della società di contenere le perdite, hanno iniziato a diffondere informazioni non verificate e potenzialmente fuorvianti. Attraverso canali di comunicazione non ufficiali, incluse chat criptate e contatti informali con analisti e giornalisti di settore, hanno veicolato notizie relative a presunti accordi alternativi di fornitura già siglati da EnerGlobal con produttori nordafricani, capaci di compensare interamente i mancati carichi dal Golfo. Si tratta di una condotta che integra la fattispecie di manipolazione del mercato, reato presupposto ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’assenza di un monitoraggio granulare e in tempo reale sulle comunicazioni esterne ha permesso a questa anomalia di propagarsi senza alcun controllo interno. Se la società avesse implementato un’architettura di difesa come quella di Scudo231, i motori di analisi multimodale avrebbero intercettato in tempo reale il contenuto di tali comunicazioni. L’utilizzo di parole chiave sensibili (“accordo segreto”, “fornitura garantita”, “compensazione totale”) in contesti non autorizzati avrebbe fatto scattare un alert di non conformità, generando un’escalation automatica verso la funzione Compliance e l’OdV. Il sistema avrebbe creato un log immutabile del tentativo di violazione, fornendo una prova documentale decisiva e, in alcuni casi, bloccando preventivamente l’invio dei messaggi.

L’effetto di queste informazioni sul mercato è stato immediato, seppur di breve durata. Il titolo EnerGlobal ha registrato un anomalo rimbalzo, e i prezzi di alcuni derivati specifici hanno subito una temporanea flessione, permettendo alla società di chiudere alcune delle sue posizioni più esposte con perdite significativamente ridotte. Il profitto derivante da questa operazione illecita è stato stimato dalla Procura in diverse decine di milioni di euro. Tuttavia, l’anomalia non è sfuggita agli algoritmi di vigilanza della Consob, che hanno segnalato i volumi di scambio e le comunicazioni sospette. È scattata l’indagine, culminata in un’acquisizione di atti e dati informatici presso la sede di EnerGlobal. Gli inquirenti hanno contestato ai manager il reato di cui all’art. 185 del Testo Unico della Finanza (Abusi di mercato) e, di conseguenza, hanno iscritto la stessa EnerGlobal S.p.A. nel registro degli indagati per l’illecito amministrativo dipendente da reato, come previsto dal D.Lgs. 231/2001. Il punto critico per l’ente è che il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale, agendo chiaramente a vantaggio della società stessa. La difesa della società si è rivelata immediatamente complessa, in quanto il suo Modello Organizzativo, pur esistente sulla carta, non prevedeva protocolli specifici e verificabili per la gestione di comunicazioni in scenari di crisi di tale portata, né sistemi di tracciamento efficaci.

La conseguenza più grave per l’operatività di EnerGlobal è stata la richiesta, da parte del Pubblico Ministero, di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato. Un provvedimento che, se concesso dal GIP, avrebbe congelato una parte sostanziale della liquidità aziendale, compromettendone la continuità operativa. Inoltre, il rischio concreto è l’applicazione di sanzioni pecuniarie calcolate in quote, che possono raggiungere importi elevatissimi, e di sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione. Anche in questa fase, il divario tra un approccio tradizionale alla compliance e uno tecnologicamente integrato è evidente. Un’organizzazione dotata di un ecosistema di controllo avanzato avrebbe potuto dimostrare, attraverso una ricostruzione causale scientifica degli eventi, l’esistenza di un modello efficacemente attuato e fraudolentemente eluso dai singoli. I log inalterabili del sistema avrebbero certificato che i protocolli di comunicazione erano attivi, che gli alert per le violazioni erano stati generati e che i manager avevano deliberatamente utilizzato canali esterni non monitorati per aggirare i controlli. Questa prova tecnologica immodificabile avrebbe potuto spostare l’onere della prova, supportando la tesi difensiva dell’ente e mitigando drasticamente il rischio di sequestro e di applicazione delle sanzioni più severe.

L’indagine ha inoltre messo in luce un’ulteriore debolezza procedurale: la gestione delle deleghe e dei poteri di firma in situazioni di emergenza. Le decisioni che hanno portato alla manipolazione informativa sono state prese da un comitato ristretto, bypassando i normali flussi autorizzativi. Mancava una segregazione dei compiti chiara e, soprattutto, applicata da un sistema informatico che la rendesse invalicabile. Un ritardo nell’escalation verso il Consiglio di Amministrazione e l’Organismo di Vigilanza ha permesso che la condotta illecita si protraesse per quasi 48 ore. L’adozione di un sistema come Scudo231 avrebbe imposto un workflow digitale rigido. Qualsiasi operazione finanziaria o comunicazione strategica al di sopra di una soglia di rischio predefinita, specialmente in condizioni di mercato dichiarate “critiche” dal sistema stesso, avrebbe richiesto una validazione a più fattori da parte di funzioni aziendali separate e indipendenti (es. Trading, Risk Management, Compliance). L’impossibilità fisica di procedere senza queste approvazioni, registrate e tracciate, avrebbe bloccato l’iniziativa sul nascere o, quantomeno, avrebbe lasciato una traccia inequivocabile del dissenso o della mancata approvazione da parte delle funzioni di controllo, scagionando di fatto la responsabilità dell’ente. La vicenda di EnerGlobal, nata da un evento geopolitico globale, si è trasformata in un caso di studio sulla fragilità dei modelli di governance tradizionali di fronte a shock sistemici e sulla conseguente, inevitabile, esposizione al rigore del D.Lgs. 231/2001.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/03/12/aie-da-guerra-in-medio-oriente-turbativa-storica-sulle-forniture-di-petrolio_bb027195-e729-4509-afe9-57737bdf47f9.html