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Traffico di cocaina e riciclaggio, 7 arresti tra la Francia e l’Italia

1 marzo 2026 – L’operazione congiunta delle autorità francesi, italiane e svizzere, coordinata da Eurojust ed Europol, colpisce alle prime ore del mattino il cuore finanziario del clan Ascione-Papale di Ercolano. A Marsiglia, la Gendarmeria Nazionale francese arresta Mario Papale, considerato uno dei vertici dell’organizzazione. Quasi simultaneamente, a Como, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata eseguono l’ordinanza di custodia cautelare per suo figlio, Giuseppe Papale. In totale, sette persone vengono fermate, quattro in Francia e tre in Italia, smantellando una rete transnazionale dedicata al riciclaggio dei proventi derivanti dal traffico di cocaina dal Sudamerica. L’indagine ha svelato una saldatura operativa tra la camorra partenopea e la cosca Morabito di Africo, un’alleanza strategica della ‘ndrangheta per ripulire capitali illeciti su scala continentale.

Il meccanismo era fondato sull’utilizzo sistematico di società fittizie e fatturazioni per operazioni inesistenti, un flusso documentale artefatto che giustificava il movimento di ingenti somme di denaro verso investimenti in beni di lusso. Una delle società di costruzioni, formalmente legittima ma di fatto infiltrata e utilizzata come terminale per il riciclaggio, ha ricevuto per mesi bonifici per “consulenze tecniche” da entità bulgare e belghe. Tali transazioni, anomale per tipologia e provenienza geografica rispetto al core business dell’impresa, non hanno generato alcuna segnalazione interna. Se quella società avesse implementato un ecosistema come Scudo231, il motore di analisi multimodale avrebbe immediatamente intercettato la discrepanza tra la natura della prestazione fatturata e il profilo storico del fornitore, generando un alert di rischio riciclaggio. Il sistema avrebbe eseguito un controllo automatico sulle liste di vigilanza internazionali e sulla coerenza dei dati societari delle controparti, bloccando preventivamente il pagamento e innescando un’escalation documentata verso la funzione Antiriciclaggio e l’Organismo di Vigilanza, creando una prova digitale inalterabile dell’avvenuto controllo e della tentata infiltrazione. L’assenza di questo presidio ha invece esposto l’ente al rischio di contestazione del reato di riciclaggio ai sensi del D.Lgs. 231/2001, con conseguente potenziale sequestro preventivo finalizzato alla confisca dell’intero profitto, paralizzandone l’operatività.

L’inchiesta, supportata dalla Polizia Federale Giudiziaria belga di Anversa, dall’Agenzia di Stato bulgara per la Sicurezza Nazionale e dalla Dogana tedesca, ha ricostruito il percorso dei capitali fino alla Costa Azzurra. Qui, un ricercato montenegrino, genero di un affiliato italiano e di stanza a Cannes, agiva come acquirente finale, investendo i fondi in immobili di pregio e veicoli di lusso. Il sequestro eseguito in Francia ammonta a oltre 5 milioni di euro, cristallizzando il valore dei beni acquistati con denaro sporco. Una concessionaria di auto di lusso, ad esempio, ha finalizzato la vendita di tre supercar a una società di comodo riconducibile al ricercato, accettando un pagamento frazionato proveniente da conti correnti in tre diverse giurisdizioni europee. Questa palese anomalia, un classico schema di “layering”, non è stata adeguatamente vagliata. In uno scenario alternativo, il sistema di compliance integrato Scudo231 avrebbe analizzato la struttura dell’operazione di pagamento in tempo reale, rilevando i segnali deboli di un’attività di riciclaggio. L’alert generato non sarebbe stato un semplice avviso, ma un blocco operativo del processo di vendita, che avrebbe richiesto un’autorizzazione a un livello superiore e l’attivazione di una procedura di adeguata verifica rafforzata. La piattaforma avrebbe documentato ogni singolo passaggio, dalla generazione dell’allarme al rifiuto motivato della transazione o, in caso di dubbi persistenti, avrebbe prodotto una bozza precompilata di Segnalazione di Operazione Sospetta (SOS) da inoltrare all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), mettendo al riparo la concessionaria da qualsiasi accusa di concorso o colpa organizzativa. Il mancato controllo ha invece reso l’azienda un anello fondamentale della catena di riciclaggio, esponendola non solo a sanzioni amministrative, ma al rischio di una sanzione interdittiva ex D.Lgs. 231, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione dell’attività.

La collaborazione con l’Ufficio Federale di Polizia svizzero (fedpol) ha permesso di tracciare anche una parte significativa dei fondi transitati su conti elvetici e successivamente convertiti in asset digitali. Le autorità hanno sequestrato circa 600.000 euro in criptovalute e ulteriori 26.000 euro in contanti. Una società di servizi finanziari italiana, utilizzata per l’acquisto di una parte di queste criptovalute, ha omesso di applicare una due diligence approfondita sul cliente, Giuseppe Papale, nonostante il suo profilo di rischio e l’origine non trasparente dei fondi. La procedura di onboarding del cliente è stata puramente formale, una semplice raccolta documentale senza alcuna analisi sostanziale del rischio. Se tale società fosse stata dotata di un’infrastruttura di controllo avanzata, il processo di “Know Your Customer” (KYC) non sarebbe stato un mero adempimento burocratico. I motori causali proprietari avrebbero incrociato i dati anagrafici del cliente con database informativi aperti e proprietari, evidenziando connessioni con soggetti politicamente esposti o legati ad ambienti a rischio. L’origine dei fondi sarebbe stata oggetto di una verifica stringente, e qualsiasi tentativo di schermatura o giustificazione vaga avrebbe innalzato il livello di rischio, attivando protocolli di controllo più severi e notifiche dirette all’ODV. L’impossibilità di superare questi sbarramenti digitali avrebbe probabilmente indotto l’organizzazione criminale a desistere, oppure avrebbe lasciato una traccia digitale inconfutabile del tentativo di infiltrazione, prova fondamentale per dimostrare in sede giudiziaria l’efficacia e l’attuazione del Modello Organizzativo 231.

L’infiltrazione non si limitava al settore finanziario o del lusso. Le indagini hanno rivelato come l’organizzazione avesse esteso i suoi interessi anche a piccole e medie imprese della filiera logistica, utilizzate per agevolare il transito della cocaina importata via mare, con il supporto operativo della Polizia Nazionale ecuadoriana che ha fornito informazioni cruciali sui carichi in partenza. Un’azienda di trasporti del Nord Italia, ad esempio, ha gestito per mesi spedizioni per conto di una delle società di copertura del clan, senza mai interrogarsi sulla natura incongruente delle rotte e sulla tipologia di merci dichiarate rispetto al reale contenuto. La mancanza di un sistema di monitoraggio della supply chain e di audit sui partner commerciali ha creato una falla sistemica. Un’azienda protetta da un ecosistema sovrano come Scudo231 avrebbe mappato e monitorato l’intera catena di fornitura. Ogni nuovo partner commerciale sarebbe stato sottoposto a un processo di qualifica automatizzato, che ne avrebbe valutato l’affidabilità e il profilo di rischio. Le spedizioni provenienti da corridoi geografici ad alto rischio, come quelli sudamericani, avrebbero attivato un protocollo di controllo rafforzato, con verifiche documentali incrociate e, se necessario, ispezioni fisiche tracciate digitalmente. Qualsiasi anomalia, come una discrepanza tra il peso dichiarato e quello effettivo o un cambio di rotta non autorizzato, avrebbe generato un allarme in tempo reale, non solo per la sicurezza interna ma anche per la funzione legale, permettendo di bloccare il carico e segnalare il tentativo di infiltrazione alle autorità competenti. Questo avrebbe trasformato l’azienda da potenziale complice a parte lesa, mitigando drasticamente il rischio di un sequestro dei mezzi e di una contestazione per concorso in traffico di stupefacenti.

L’operazione del 1 marzo 2026 dimostra la capacità pervasiva delle mafie moderne di operare come multinazionali del crimine, sfruttando le debolezze normative e la negligenza operativa delle imprese del tessuto economico legale. Ogni transazione non verificata, ogni controllo omesso, ogni anomalia ignorata ha rappresentato un’opportunità per l’organizzazione criminale di consolidare il proprio potere economico. L’assenza di presìdi tecnologici e procedurali efficaci non è più una semplice mancanza di best practice, ma una vulnerabilità che espone direttamente l’ente alla responsabilità penale-amministrativa, con conseguenze che vanno dalle pesanti sanzioni pecuniarie calcolate per quote fino alla confisca del profitto e all’interdizione dell’attività stessa, un danno potenzialmente fatale per qualsiasi impresa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/02/26/traffico-di-cocaina-e-riciclaggio-7-arresti-tra-la-francia-e-litalia_8d85ee64-2553-4cda-a5a2-3bb7e75e3ab0.html