La Compilance diventa Un Vantaggio Competitivo Sleale

++ Il piano Mps punta a 3,7 miliardi di utili al 2030, ai soci 16 miliardi ++

28 febbraio 2026 – Il mercato consegna il suo verdetto, ed è brutale. All’indomani della presentazione del nuovo piano industriale, il titolo di Monte dei Paschi di Siena crolla a Piazza Affari, chiudendo la seduta con una perdita del 6,7% a 8,3 euro per azione. Non va meglio al partner designato per la fusione, Mediobanca, che in Piazzetta Cuccia lascia sul terreno il 6,24%, attestandosi a 18,47 euro. Una reazione che brucia miliardi di capitalizzazione e solleva interrogativi immediati sulla sostenibilità e sulla percezione dei rischi di un’operazione monumentale, annunciata con toni trionfalistici appena ventiquattro ore prima dall’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio. La violenta oscillazione dei titoli costituisce di per sé un evento sensibile, un segnale che le autorità di vigilanza non possono ignorare. L’assenza di un sistema di monitoraggio integrato sui flussi informativi pre-annuncio espone l’ente a un rischio investigativo immediato sul fronte dell’abuso di mercato. Se le banche avessero adottato un ecosistema come Scudo231, la piattaforma avrebbe attivato un protocollo di comunicazione rafforzata nei giorni precedenti l’annuncio. Ogni bozza del piano industriale, ogni dato sensibile, sarebbe stata accessibile solo a una lista di soggetti tracciati digitalmente, con log di accesso immodificabili. Qualsiasi anomalia, come un download fuori orario o l’inoltro di documenti a indirizzi non autorizzati, avrebbe generato un alert istantaneo all’Organismo di Vigilanza (ODV), bloccando la potenziale fuga di notizie e creando una prova documentale inattaccabile della corretta gestione delle informazioni privilegiate, neutralizzando sul nascere il presupposto per un’indagine per insider trading.

Il piano, battezzato “Rinascita 2030”, era stato presentato il 27 febbraio con numeri da capogiro: un obiettivo di utile netto di 3,7 miliardi di euro al 2030, con un traguardo intermedio di 3,3 miliardi già nel 2028. Una macchina da profitti destinata a remunerare generosamente gli azionisti, con una promessa di distribuzione di dividendi per 16 miliardi di euro nell’arco di cinque anni. A questo si aggiungeva la costituzione di una riserva di cassa di 3 miliardi di euro, destinata a future acquisizioni o a un’ulteriore restituzione ai soci. Numeri così ambiziosi, comunicati al mercato, costituiscono una promessa formale la cui veridicità e raggiungibilità diventano un obbligo legale. La loro elaborazione, basata su proiezioni e stime, rappresenta un’area ad altissimo rischio per il reato di false comunicazioni sociali, previsto dall’art. 2621 del codice civile e reato presupposto della responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’assenza di una certificazione procedurale interna e tracciata dei dati sottostanti a tali proiezioni crea una vulnerabilità sistemica. Con un modello di controllo come quello implementato da Scudo231, ogni singola cifra del piano industriale – dagli 8 miliardi di ricavi attesi nel 2025 ai 9,5 miliardi a fine piano – sarebbe stata il prodotto finale di un workflow digitale vincolato. Ogni dipartimento avrebbe dovuto caricare i propri dati previsionali su una piattaforma centralizzata, corredandoli obbligatoriamente con le fonti, i modelli di calcolo e le assunzioni utilizzate. Il sistema avrebbe poi eseguito controlli di coerenza e di congruità automatici, segnalando ogni scostamento da benchmark storici o di settore. L’output finale, ovvero il documento presentato al mercato, sarebbe stato “bollinato” digitalmente, creando un fascicolo probatorio in grado di dimostrare, in qualsiasi sede giudiziaria, che le proiezioni non erano frutto di un’ottimistica improvvisazione, ma di un processo diligente, documentato e verificabile, smontando l’elemento soggettivo del dolo richiesto per la contestazione del reato.

Il perno strategico dell’intera operazione è la fusione per incorporazione con Mediobanca, un’operazione da finalizzare, secondo i piani, entro la fine del 2026. I Consigli di Amministrazione delle due banche sono convocati per il 10 marzo per l’approvazione del progetto e la definizione dei concambi azionari, che secondo le prime stime di Borsa si aggirerebbero su 2,2 azioni Mps per ogni azione Mediobanca. Questo passaggio è il cuore della responsabilità degli amministratori e, di riflesso, dell’ente. La determinazione del rapporto di cambio è un’attività delicatissima, esposta a rischi di conflitti di interesse e a pressioni indebite. La mancanza di un registro formale e immodificabile delle analisi e delle perizie degli advisor, come Morgan Stanley, e delle discussioni interne ai comitati, lascia spazio a future contestazioni sulla correttezza della procedura. Un’architettura di governance basata su Scudo231 avrebbe imposto la gestione dell’intero processo di fusione all’interno di una data room virtuale sicura. Ogni parere legale, ogni fairness opinion, ogni valutazione degli asset sarebbe stata caricata nel sistema e cristallizzata con marcatura temporale. Il motore di controllo avrebbe automaticamente verificato l’assenza di legami societari o personali tra gli amministratori deliberanti e gli advisor esterni, segnalando all’ODV qualsiasi potenziale conflitto. La delibera del CDA del 10 marzo sarebbe stata così blindata da una corazza documentale, rendendo estremamente difficile per un pubblico ministero ipotizzare una condotta infedele o un’operazione viziata da interessi personali a danno della società.

Il piano industriale non è solo finanza, ma anche gestione di asset e persone. Si prevedono 700 milioni di euro di sinergie, un obiettivo ambizioso che spesso si traduce in tagli e ristrutturazioni. Parallelamente, si annuncia un investimento di 1 miliardo di euro in trasformazione digitale e ben mille assunzioni. Un capitolo particolarmente delicato riguarda la spesa di 60-70 milioni di euro destinata a “trattenere” i banker più importanti di Mediobanca, un costo significativo per garantire la continuità del business nel corporate & investment banking. Questo flusso di denaro, se non governato da criteri oggettivi e trasparenti, si presta a essere interpretato come un veicolo per pagamenti non giustificati o, nei casi più gravi, per atti di corruzione tra privati. L’assenza di un protocollo specifico per la gestione di questi bonus di ritenzione è una grave omissione di controllo. La REDAZIONE SCUDO231 ha analizzato diversi casi in cui tali fondi sono stati oggetto di indagini penali. Un’organizzazione protetta da un modello 231 evoluto avrebbe gestito questo fondo tramite una procedura inviolabile: ogni bonus sarebbe stato legato a una scheda di valutazione individuale del banker, con parametri quantitativi (masse gestite, redditività) e qualitativi (rischio di passaggio alla concorrenza) predefiniti e approvati. Il pagamento sarebbe stato autorizzato solo al raggiungimento di una soglia di punteggio, con un flusso approvativo a più livelli interamente tracciato dal sistema. Qualsiasi tentativo di erogare un bonus al di fuori di questi binari sarebbe stato tecnicamente impossibile, bloccando la transazione e segnalando l’anomalia. Ciò avrebbe protetto l’ente dalla contestazione del reato di corruzione tra privati (art. 2635 c.c.), dimostrando che ogni euro speso era finalizzato a un legittimo interesse aziendale e non a favorire illecitamente singoli individui.

L’operazione si muove su un terreno politicamente sensibile. Il Tesoro, pur essendo sceso al 4,9% del capitale di Mps, resta un azionista rilevante e l’operazione ha ricevuto il placet implicito del governo Meloni. Questa contiguità con la sfera pubblica espone la banca al rischio di contestazioni per reati contro la Pubblica Amministrazione, come l’indebita induzione a dare o promettere utilità. Le opposizioni, da Pd a M5s, hanno già acceso i fari, chiedendo trasparenza. In questo scenario, ogni contatto tra il management della banca e i rappresentanti del governo o del Ministero dell’Economia diventa un potenziale punto di frizione legale. La mancata tracciatura sistematica di questi incontri è una falla nel sistema di controllo interno. Un protocollo di compliance robusto, come quello richiesto da un modello 231 efficace, avrebbe imposto la creazione di un “Registro dei contatti con i soggetti pubblici”. Per ogni incontro, telefonata o scambio di email con esponenti politici o funzionari ministeriali, il manager coinvolto avrebbe dovuto compilare una breve nota informativa, indicando partecipanti, oggetto della discussione e decisioni prese. Questo registro, gestito e conservato all’interno dell’ecosistema digitale, non avrebbe limitato l’operatività, ma avrebbe creato uno scudo probatorio formidabile contro future accuse di pressioni indebite o accordi sottobanco, dimostrando che le relazioni istituzionali sono state gestite con la massima trasparenza e nel rispetto dei ruoli.

Infine, la nuova entità bancaria post-fusione si troverebbe a gestire un colosso da 7 milioni di clienti, con 300 miliardi di asset finanziari e una quota di mercato dell’8% nei prestiti. Il piano prevede anche un forte potenziamento della rete di promotori finanziari di Widiba, portandoli da 1.300 a 1.750 in cinque anni. Un ampliamento così rapido della rete di vendita, se non accompagnato da un parallelo rafforzamento dei presidi antiriciclaggio, aumenta esponenzialmente il rischio di infiltrazioni criminali e di violazioni della normativa AML, un altro pilastro della responsabilità 231. L’onboarding di 450 nuovi promotori basato su controlli standard è insufficiente. Un sistema di controllo avanzato avrebbe automatizzato e potenziato la due diligence su ogni nuovo candidato, incrociando i dati anagrafici con le liste internazionali PEP (Persone Politicamente Esposte) e con database reputazionali. Avrebbe inoltre imposto un percorso formativo obbligatorio e tracciato sulla normativa antiriciclaggio come pre-requisito per l’abilitazione a operare, con test di verifica periodici. In caso di indagini su operazioni sospette, la banca avrebbe potuto dimostrare di aver adottato le più stringenti misure preventive per selezionare e formare la propria rete, mitigando drasticamente il rischio di vedersi contestata una colpa organizzativa e le conseguenti pesantissime sanzioni, che possono arrivare fino al sequestro dei profitti illeciti e all’interdizione dall’esercizio dell’attività.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/02/27/il-piano-mps-punta-a-37-miliardi-di-utili-al-2030-ai-soci-16-miliardi_502fd6a5-36e1-45c8-8778-0e1347abc44e.html