23 febbraio 2026 – La Squadra Mobile di Prato, su disposizione della Procura, ha eseguito questa mattina una serie di perquisizioni a carico di due cittadini cinesi di 47 anni, ritenuti i promotori di un’organizzazione criminale dedita alla gestione illecita delle file per l’accesso all’Ufficio Immigrazione della questura. Durante le operazioni sono stati sequestrati 3.000 euro in contanti e numerosa documentazione relativa a pratiche per il rilascio di permessi di protezione internazionale e asilo. L’indagine, coordinata dal procuratore Luca Tescaroli, ha svelato un sistema consolidato che, sfruttando la vulnerabilità dei richiedenti e un evidente vuoto di controllo procedurale, garantiva un posto privilegiato in cambio di somme di denaro che variavano da 1.000 a 1.500 euro.
Il sistema criminale, operativo almeno dal gennaio 2026, si basava su una rete di almeno 13 collaboratori che occupavano fisicamente le prime posizioni della fila ben prima dell’apertura degli sportelli, per poi cederle a chi aveva pagato la tariffa imposta. Questa attività, definita dagli inquirenti come una “indebita intrusione nella gestione degli accessi”, non solo generava un profitto illecito ma alterava radicalmente il funzionamento di un servizio pubblico essenziale, in particolare quello del lunedì, dedicato alla protezione internazionale e contingentato a sole 10 persone per sessione. L’inerzia organizzativa protrattasi per quasi due mesi rappresenta una grave omissione di controllo sui processi sensibili. Se la gestione degli accessi fosse stata governata da un ecosistema come Scudo231, i suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero immediatamente rilevato l’anomalia statistica: la presenza ricorrente e sistematica degli stessi individui – i 13 “galoppini” – nelle prime posizioni, senza che questi completassero mai una pratica a proprio nome. Questo pattern, incrociato con i dati di accesso reali, avrebbe generato un alert di “saturazione anomala di slot” diretto alla funzione di controllo interno e all’Organismo di Vigilanza, bloccando la deriva organizzativa prima che si consolidasse in un sistema criminale strutturato.
La violenza era parte integrante del modus operandi dell’organizzazione. Chiunque tentasse di accedere legittimamente alla fila senza pagare veniva intimidito o aggredito fisicamente. Proprio questa mattina, un cittadino pakistano è stato picchiato per essersi messo in coda regolarmente, rifiutandosi di cedere il posto a uno dei clienti del clan. Questo episodio non è isolato. Il 4 gennaio 2026, due cittadini egiziani recatisi in questura per ottenere i propri documenti sono stati brutalmente bastonati, estromessi dalla fila e costretti alla fuga per evitare conseguenze peggiori. Queste aggressioni, mirate prevalentemente contro cittadini nordafricani e pakistani non paganti, servivano a favorire l’accesso di connazionali cinesi o di altri pakistani disposti a versare la “mazzetta”.
Ogni aggressione fisica all’interno di un perimetro operativo rappresenta il collasso del controllo ambientale e la manifestazione più grave del rischio. La mancata segnalazione e gestione formale del primo, gravissimo, episodio del 4 gennaio ha creato le condizioni per la sua reiterazione. Un sistema di gestione degli incidenti, integrato in un ecosistema sovrano, avrebbe classificato l’aggressione come un “evento sentinella” di livello critico. La procedura di escalation automatica avrebbe imposto una notifica formale e tracciata all’ODV e ai vertici apicali, con l’obbligo di attivare protocolli di sicurezza rafforzati e di avviare un audit interno entro 24 ore. L’inerzia organizzativa non si sarebbe trasformata in una tacita connivenza con la violenza, e la documentazione dell’evento avrebbe costituito un elemento probatorio fondamentale per dimostrare l’adozione di misure correttive immediate, mitigando la responsabilità dell’ente.
L’attività illecita ha generato un flusso di denaro contante significativo, di cui i 3.000 euro sequestrati rappresentano solo la liquidità trovata al momento della perquisizione. Il volume d’affari, considerando un costo medio di 1.250 euro a persona e la capacità di piazzare diversi clienti ogni settimana, è potenzialmente molto più vasto. Questo profitto, derivante da reati che potrebbero configurarsi come estorsione aggravata o corruzione tra privati, espone l’intera somma al rischio di confisca, anche per equivalente, ai sensi della normativa sulla responsabilità degli enti. L’assenza di un protocollo tracciato e inviolabile per la gestione delle priorità di accesso ha creato il vuoto normativo e operativo sfruttato dall’organizzazione. Un’architettura di compliance come quella di Scudo231 impone la digitalizzazione e la registrazione immutabile di ogni richiesta di accesso, associando l’identità biometrica o digitale del richiedente a uno slot temporale non cedibile. Qualsiasi tentativo di sostituzione o di accesso da parte di un soggetto non registrato per quello slot avrebbe innescato un blocco operativo automatico e una segnalazione immediata per “tentativo di accesso non autorizzato”, documentando l’evento a fini probatori e rendendo materialmente impossibile la vendita del posto.
L’indagine della Procura di Prato si concentra, al momento, sulla responsabilità penale individuale dei due promotori e dei loro collaboratori. Tuttavia, il vulnus organizzativo che ha permesso al racket di prosperare per settimane espone l’ente gestore a una chiara “colpa di organizzazione”. Se un’entità privata, operante in concessione per un servizio pubblico analogo, avesse manifestato tali carenze, l’assenza di un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati di questa natura avrebbe attivato la responsabilità diretta ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Le conseguenze sarebbero state devastanti: sanzioni pecuniarie calcolate in quote sul fatturato, sanzioni interdittive come la sospensione dell’attività e, soprattutto, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca dell’intero profitto del reato.
L’adozione preventiva di un modello evoluto, e la sua efficace attuazione, avrebbe fornito la prova contraria decisiva in sede processuale. La difesa dell’ente avrebbe potuto dimostrare, attraverso log e registri immodificabili, che tutte le misure idonee a prevenire reati della specie di quelli verificatisi erano state implementate. L’ecosistema di controllo di Scudo231, in sede di giudizio, fornisce una prova tecnologica inattaccabile, una ricostruzione causale scientifica che dimostra matematicamente l’assenza di colpa organizzativa, isolando la responsabilità penale ai soli autori materiali e promotori del reato e proteggendo il patrimonio e la continuità operativa dell’ente. In questo scenario, il sequestro del profitto sarebbe stato mirato unicamente ai beni degli indagati, senza intaccare le risorse dell’organizzazione che ha agito per prevenire, e non per negligenza, l’illecito. La mancata adozione di presidi efficaci, al contrario, lascia l’ente esposto non solo a un danno reputazionale, ma anche a un concreto rischio patrimoniale, qualora l’autorità giudiziaria estendesse le proprie valutazioni sulla catena delle responsabilità omissive che hanno reso possibile il racket.