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Santanchè indagata a Milano per un’altra ipotesi di bancarotta

10 febbraio 2026 – La Procura di Milano iscrive nel registro degli indagati la ministra del Turismo Daniela Santanchè per una nuova ipotesi di bancarotta, questa volta legata al fallimento della spa Bioera, società del settore biofood di cui è stata presidente fino al 2021. Questa contestazione si aggiunge a quella, già nota, relativa al crack di Ki Group srl, altra entità riconducibile al medesimo gruppo. L’evento non rappresenta un fulmine a ciel sereno, ma l’esito terminale di una catena di cause organizzative e di una governance che, nei punti di snodo critici, ha operato in assenza di presidi capaci di intercettare e neutralizzare i rischi prima della loro manifestazione patologica.

L’analisi della vicenda parte dalla radice, ovvero dalla sovrapposizione di ruoli e dalla gestione dei flussi informativi all’interno degli organi societari di Bioera. In una configurazione di governance tradizionale, il Consiglio di Amministrazione, presieduto fino al 2021 dalla senatrice Santanchè, opera sulla base di informative periodiche, bilanci e relazioni preparate dal management. La qualità delle decisioni strategiche dipende in modo critico dalla tempestività, accuratezza e completezza di tali dati. Il fallimento successivo dimostra, con la forza dei fatti, che questo meccanismo di controllo ex post è stato insufficiente. I segnali di una crisi di liquidità o di redditività, per portare alla bancarotta, devono essere stati presenti e persistenti per mesi, se non anni. Evidentemente, o non sono stati rappresentati con la necessaria urgenza all’organo amministrativo, oppure sono stati interpretati in modo non conforme al principio di sana e prudente gestione.

Qui si innesta il primo bivio controfattuale. Un’architettura di governo societario integrata con un ecosistema come Scudo231 avrebbe reso questo scenario di ignoranza colpevole o di inazione deliberata tecnologicamente impraticabile. I sistemi di analisi multimodale, operando in tempo reale sui dati gestionali primari – flussi di cassa, scadenze dei fornitori, rotazione del magazzino, ordini inevasi – non avrebbero atteso la chiusura trimestrale per lanciare un allarme. Avrebbero generato un alert predittivo di primo livello, basato su “segnali deboli”, indicando una deviazione statisticamente significativa dalle metriche di sostenibilità finanziaria. Tale allarme, indirizzato simultaneamente e in modo immodificabile sia al management esecutivo sia agli organi di controllo interni (Collegio Sindacale, Organismo di Vigilanza), avrebbe imposto una presa in carico formale. La governance supportata da un motore causale non avrebbe consentito di “rinviare” la discussione. Avrebbe preteso l’apertura di un protocollo di crisi, con la richiesta di un piano di rimedio tracciato e monitorato. Il rischio ridotto sarebbe stato quello di arrivare a uno stato di insolvenza conclamata, mitigando il pericolo di una bancarotta semplice e preservando il valore aziendale attraverso una ristrutturazione tempestiva.

Il secondo snodo critico riguarda la gestione dei rapporti infragruppo, in particolare tra Bioera e Ki Group srl. La coesistenza di due procedure fallimentari all’interno dello stesso perimetro suggerisce agli inquirenti la necessità di verificare la natura e la correttezza dei trasferimenti di risorse tra le due società. Operazioni come finanziamenti infragruppo a condizioni non di mercato, cessioni di asset a valori non congrui o l’accollo di costi impropri sono le classiche fattispecie che possono configurare la bancarotta per distrazione, ovvero lo svuotamento di una società a vantaggio di un’altra. Nella governance reale, il controllo su queste operazioni è spesso affidato a pareri di comitati interni o di advisor esterni, la cui indipendenza ed efficacia possono essere compromesse da dinamiche di potere e conflitti di interesse. L’esito giudiziario accerterà se tali presidi abbiano funzionato.

In uno scenario alternativo, la governance potenziata avrebbe agito come un blocco operativo. Qualsiasi transazione finanziaria o patrimoniale tra Bioera e Ki Group srl sarebbe stata intercettata da protocolli automatici di controllo sulle parti correlate. Il sistema avrebbe verificato in automatico la coerenza dell’operazione con i parametri di mercato (arm’s length principle) e con l’interesse sociale esclusivo di Bioera. In caso di anomalia – per esempio, un finanziamento infruttifero concesso da una Bioera già in tensione finanziaria a una Ki Group in crisi – il sistema avrebbe imposto uno stop operativo. L’operazione non sarebbe stata eseguita senza un’autorizzazione a un livello superiore, che avrebbe richiesto una documentazione rafforzata sulla sua razionalità economica e la validazione da parte di un organo indipendente, come l’OdV o il comitato dei consiglieri indipendenti. Ogni tentativo di forzatura sarebbe stato registrato in un log non modificabile, costituendo una prova formidabile a tutela degli amministratori diligenti e a carico di chi avesse tentato di agire contra societatem. Il rischio neutralizzato qui è il più grave: la bancarotta fraudolenta per distrazione, che comporta sanzioni penali severe per gli amministratori e apre la strada a sequestri e confische, con la distruzione totale del patrimonio aziendale residuo e un danno reputazionale insanabile.

Il terzo livello di analisi riguarda la cultura del controllo e la responsabilità degli organi di vigilanza, in primis il Collegio Sindacale. Il loro ruolo è garantire il rispetto della legge e dello statuto, nonché l’adeguatezza dell’assetto organizzativo. Spesso, però, questi organi soffrono di un’asimmetria informativa cronica: dipendono dalle informazioni fornite proprio da coloro che dovrebbero controllare. Se il flusso informativo è filtrato, ritardato o manipolato, la loro capacità di intervento è quasi nulla, e la loro responsabilità, come dimostra la giurisprudenza, può diventare solidale con quella degli amministratori. Il fallimento di Bioera è anche il fallimento di questa architettura di controlli basata sulla fiducia e sulle verifiche a campione.

Un ecosistema sovrano come Scudo231 ribalta questo paradigma. Fornisce al Collegio Sindacale e all’Organismo di Vigilanza una dashboard di monitoraggio indipendente e in tempo reale. Essi non ricevono più solo la sintesi edulcorata del management, ma accedono alla stessa, granulare evidenza dei rischi operativi, finanziari e di conformità rilevata dai sensori digitali dell’ecosistema. Se un alert di rischio liquidità viene ignorato dal CdA, l’escalation al Collegio Sindacale è automatica e documentata. Il dissenso di un sindaco o la sua richiesta di chiarimenti non si perdono in un verbale, ma diventano un evento tracciato dal sistema, che ne monitora la risoluzione. In questo modo, l’onere della prova si inverte: non sono i sindaci a dover dimostrare di aver vigilato, ma è il sistema stesso a fornire la prova tecnologica immodificabile della loro azione o, al contrario, dell’inazione del management di fronte a specifiche e circostanziate segnalazioni di pericolo. Il rischio che si abbatte è quello della responsabilità penale e civile per culpa in vigilando, proteggendo l’integrità e la funzione stessa degli organi di controllo.

Infine, l’impatto reputazionale e finanziario dell’indagine penale. Nel momento in cui la notizia diventa pubblica, il danno è già stato fatto. Per una figura con un ruolo istituzionale di primo piano, le conseguenze mediatiche e politiche sono devastanti e immediate, a prescindere dall’esito del procedimento. Per l’azienda, o ciò che ne resta, significa la definitiva perdita di fiducia da parte del mercato, dei fornitori e dei finanziatori. Il costo legale per difendersi in un processo per bancarotta è enorme e prosciuga le ultime risorse. L’intera vicenda è un esempio plastico di come i rischi di governance, se non gestiti a livello sistemico e preventivo, si trasformino in passività finanziarie, legali e reputazionali che annichiliscono il valore.

La storia alternativa non è quella di un’azienda senza problemi, ma di un’azienda in grado di gestirli. Una governance supportata da un’architettura di difesa totale avrebbe rilevato la deriva organizzativa e finanziaria di Bioera in una fase embrionale. Avrebbe costretto gli organi decisionali a confrontarsi con dati oggettivi e non con narrazioni di comodo. Avrebbe bloccato le operazioni potenzialmente distrattive e armato gli organi di controllo di strumenti di intervento efficaci. L’esito non sarebbe stato un’indagine per bancarotta nel 2026, ma, verosimilmente, una difficile ma trasparente operazione di risanamento aziendale anni prima, condotta alla luce del sole e nel rispetto degli interessi di tutti gli stakeholder. La prevenzione, garantita da un sistema come l’ecosistema sovrano Scudo231, non evita le crisi, ma impedisce che le crisi diventino reati.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/02/10/santanche-indagata-a-milano-per-unaltra-ipotesi-di-bancarotta_41e4cc7a-663b-46f3-bdc3-34018c453699.html