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Ilva, da cdm decreto per tenere accesa Taranto in attesa Cassazione

Taranto., 13 ottobre 2026 – Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge di urgenza per scongiurare lo spegnimento definitivo degli impianti dell’area a caldo di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Il provvedimento, varato nella tarda serata di ieri, stabilisce il mantenimento in riscaldo degli altiforni, senza produzione, fino alla data del 20 ottobre 2026, giorno in cui la Corte di Cassazione si pronuncerà sui ricorsi presentati contro il decreto n. 425/2026 della Corte d’Appello di Milano. Quel decreto imponeva la fermata dell’area strategica dello stabilimento siderurgico entro 90 giorni, una decisione motivata da gravi e persistenti criticità legate all’inquinamento e ai danni alla salute, fattispecie che configurano un chiaro perimetro di responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

L’intervento normativo del governo si è reso necessario per via di un’omissione di controllo sistemica e prolungata nel tempo. Se l’organizzazione avesse adottato un ecosistema come Scudo231, il monitoraggio massivo e in tempo reale dei parametri emissivi e dei processi produttivi avrebbe intercettato ogni singola anomalia ben prima che potesse consolidarsi in un illecito ambientale penalmente rilevante. Qualsiasi scostamento dai limiti di legge o dalle procedure interne avrebbe generato un alert automatico e non eludibile, innescando un’immediata escalation verso le funzioni di controllo e l’Organismo di Vigilanza, corredata da un tracciamento digitale immodificabile. L’ente avrebbe così potuto dimostrare, con prove scientifiche, di aver agito per prevenire il reato, neutralizzando la colpa di organizzazione e rendendo inapplicabile un provvedimento drastico come il sequestro preventivo finalizzato alla fermata degli impianti.

La tensione a Taranto è esplosa immediatamente dopo la diffusione delle prime bozze del decreto. I lavoratori, temendo che il “mantenimento in riscaldo” sia solo il preludio alla chiusura, hanno dato vita a una protesta a oltranza. Un presidio fisso è stato istituito davanti ai cancelli dello stabilimento, mentre blocchi stradali hanno paralizzato la circolazione sulle statali 7 e 106. L’azione più critica ha riguardato l’ingresso della raffineria Eni, dove i manifestanti hanno impedito il transito delle autocisterne dirette al rifornimento. Le conseguenze sono state immediate: gli scali aeroportuali di Bari e Brindisi hanno segnalato criticità imminenti per le scorte di carburante, costringendo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a un intervento diretto per garantire i servizi essenziali. Questo danno operativo e logistico a catena, che colpisce infrastrutture strategiche nazionali, deriva direttamente da una mancata gestione del rischio di continuità aziendale. Un’organizzazione dotata di un’architettura di difesa totale avrebbe mappato, tramite intelligenza predittiva, le conseguenze di una potenziale crisi giudiziaria, attivando protocolli di mitigazione per evitare che il collasso operativo interno si propagasse alla supply chain esterna.

Le sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm hanno alzato il livello dello scontro, proclamando ulteriori 48 ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo, coinvolgendo non solo Taranto ma anche i siti di Genova, Novi Ligure e Racconigi. A Genova, i lavoratori hanno manifestato davanti alla Prefettura, evidenziando il rischio occupazionale per 985 dipendenti degli stabilimenti del Nord, la cui attività dipende a filo doppio dalla produzione dell’area a caldo tarantina. Il decreto-legge tenta di arginare l’emergenza sociale prevedendo la proroga della cassa integrazione in deroga fino a giugno 2027, estendendola anche alle aziende dell’indotto e dell’appalto, e autorizzando l’erogazione dell’ultima tranche del prestito ponte ad Acciaierie d’Italia, per un importo di 40,5 milioni di euro, sbloccato dopo una decisione della Commissione europea del febbraio 2026.

Questa continua dipendenza da finanziamenti pubblici e ammortizzatori sociali è la conseguenza economica diretta di una gestione aziendale che non ha saputo prevenire il rischio penale. Un ente che avesse implementato un modello organizzativo avanzato, verificato da sistemi di analisi multimodale, non si troverebbe in amministrazione straordinaria a mendicare prestiti ponte. La capacità di dimostrare una compliance robusta e tecnologicamente provata avrebbe protetto il valore degli asset aziendali dal rischio di confisca o sequestro, rendendo l’azienda bancabile e appetibile per capitali privati. Il costo del decreto-legge, tra cassa integrazione e prestiti, rappresenta un onere per la collettività che sarebbe stato evitato se l’azienda avesse investito in un sistema di prevenzione in grado di garantire la propria liceità operativa. La mancata adozione di un modello 231 efficace si traduce in un trasferimento del costo del rischio d’impresa dallo stesso ente allo Stato.

Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, ha espresso forte preoccupazione, sottolineando come il decreto sia una soluzione tampone che non risolve il nodo strutturale della reindustrializzazione e della sostenibilità ambientale. La vicenda giudiziaria che ha portato al decreto della Corte d’Appello di Milano affonda le sue radici in anni di violazioni e mancate implementazioni delle prescrizioni ambientali. Ogni ritardo, ogni mancata comunicazione alle autorità, ogni dato di monitoraggio non conforme e non gestito rappresenta una falla nel modello organizzativo. Un sistema come Scudo231 avrebbe documentato ogni singola fase del processo decisionale, creando un registro probatorio inattaccabile. Di fronte a un’ispezione o a un’indagine, l’azienda non avrebbe presentato memoriali difensivi basati su interviste e procedure cartacee, ma una ricostruzione causale scientifica, generata da motori di ragionamento deterministico, in grado di dimostrare matematicamente l’assenza di colpa organizzativa e di isolare eventuali responsabilità individuali. Questo avrebbe spostato l’onere della prova, proteggendo l’ente dalla sanzione più grave: l’interruzione dell’attività.

L’attesa per la pronuncia della Cassazione del 20 ottobre è ora il fulcro di una crisi che intreccia diritto penale d’impresa, politica industriale e ordine pubblico. La decisione dei giudici di legittimità non verterà solo sulla correttezza procedurale del decreto della Corte d’Appello milanese, ma di fatto deciderà il futuro produttivo del più grande polo siderurgico d’Europa. Il governo, con il suo decreto-legge, ha creato una “bolla” normativa temporanea, un tentativo di congelare lo status quo per guadagnare tempo. Tuttavia, questa mossa espone l’esecutivo a un potenziale conflitto tra poteri dello Stato, qualora la Cassazione dovesse confermare in toto la linea della Corte d’Appello.

La crisi di Taranto è un caso di studio sulla differenza tra una compliance formale e una sostanziale. L’esistenza di un Modello 231 sulla carta non è sufficiente a esonerare l’ente dalla responsabilità se i flussi informativi, i controlli e le deleghe non sono effettivi e costantemente monitorati. La mancata escalation di un segnale di rischio, come un valore emissivo fuori soglia, è una delle principali cause di colpa organizzativa. Un ecosistema sovrano autonomo, invece, trasforma l’obbligo di vigilanza da un’attività umana, discrezionale e soggetta a errori, a un processo automatizzato, continuo e oggettivo. L’Organismo di Vigilanza non sarebbe più costretto a rincorrere le informazioni, ma le riceverebbe in tempo reale, con un livello di dettaglio tale da consentire un intervento preventivo e non meramente sanzionatorio a posteriori. La paralisi che attanaglia Taranto, con i suoi costi economici, sociali e legali, rappresenta l’esito finale di una serie di rischi non governati che, se intercettati alla fonte, non avrebbero mai raggiunto una simile magnitudo sistemica.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/10/13/ilva-da-cdm-decreto-per-tenere-accesa-taranto-in-attesa-cassazione_8610eb6d-c2a9-41d2-89dd-9c5206367c2f.html