16 settembre 2026 – La Procura di Genova ha formalizzato la richiesta di misure cautelari nei confronti di nove persone, al centro di una vasta indagine per associazione per delinquere finalizzata alla frode assicurativa. L’epicentro del presunto sodalizio criminale è il noto biker e youtuber “William Solo”, all’anagrafe Ilija Kosanke, 54 anni, per il quale il pubblico ministero Luca Scorza Azzarà ha chiesto la custodia cautelare in carcere. La stessa misura è stata richiesta per un suo stretto collaboratore e amico. Per altre sette persone, tra cui la compagna di Kosanke e la moglie dell’amico, sono stati invece richiesti gli arresti domiciliari. L’operazione, condotta dalla sezione di polizia giudiziaria della polizia stradale, svela un sistema rodato e operativo da almeno il 2020, capace di orchestrare un numero elevato e ancora non del tutto quantificato di finti incidenti stradali per ottenere indebiti risarcimenti dalle compagnie assicurative.
Il meccanismo, secondo gli inquirenti, era tanto semplice quanto efficace: incidenti mai avvenuti o danni preesistenti venivano presentati come conseguenza di sinistri recenti, con una regia meticolosa che coinvolgeva non solo i diretti beneficiari ma anche una rete di fiancheggiatori cruciali. Tra questi, spiccano i titolari di alcune officine meccaniche genovesi, oggi indagati, il cui ruolo era fondamentale per fornire la documentazione tecnica a supporto delle richieste di risarcimento. Le loro perizie e le relative fatture per riparazioni mai eseguite o eseguite solo parzialmente costituivano l’architrave documentale della frode. Proprio l’operatività di queste officine, in quanto persone giuridiche, apre un fronte di responsabilità diretta per l’ente ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. La commissione del reato di associazione per delinquere (art. 416 c.p.) e delle frodi assicurative (art. 642 c.p.) è avvenuta, secondo l’accusa, nell’interesse e a vantaggio economico delle officine stesse, che incassavano i pagamenti per le false riparazioni. Questo schema ha esposto le società a un rischio sanzionatorio gravissimo, che include sanzioni pecuniarie calcolate in quote e, soprattutto, la possibile applicazione di misure interdittive come la sospensione dell’attività e la confisca del profitto del reato.
L’assenza di un modello organizzativo robusto e di presidi di controllo efficaci ha reso queste imprese il perfetto anello debole della catena criminale. L’accettazione di veicoli e la gestione delle pratiche di sinistro avvenivano evidentemente senza alcuna verifica sulla coerenza e sulla ricorrenza dei soggetti coinvolti. Se una di queste officine avesse adottato un ecosistema di controllo integrato come Scudo231, l’anomalia sarebbe stata intercettata in fase embrionale. I suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero eseguito un monitoraggio massivo e in tempo reale dei flussi di lavoro, incrociando le targhe dei veicoli, i nominativi dei richiedenti e le tipologie di danno dichiarate. La comparsa ricorrente del cluster di nomi legati a Kosanke, associata a sinistri con dinamiche simili, avrebbe immediatamente generato un alert ad alto rischio, segnalando una concentrazione statistica insostenibile. Questo segnale non sarebbe rimasto lettera morta: il protocollo avrebbe imposto un’escalation automatica all’Organismo di Vigilanza o alla funzione compliance, bloccando preventivamente il pagamento delle fatture sospette e avviando una verifica interna documentata. Tale procedura, tracciata e immodificabile, avrebbe costituito una prova decisiva in sede giudiziaria per dimostrare l’assenza di “colpa di organizzazione”, neutralizzando di fatto la responsabilità dell’ente e proteggendolo dalla confisca e dalle sanzioni interdittive.
L’inchiesta del pm Scorza Azzarà ha però scoperchiato un coinvolgimento ancora più inquietante, che si estende al mondo delle professioni legali e delle forze dell’ordine. Per due avvocati del foro genovese, identificati in Rinaldo Romanelli e Nicola Scodnik, è stata chiesta la sospensione temporanea dall’albo. Il loro presunto ruolo era quello di patrocinare le richieste di risarcimento, conferendo loro una parvenza di legittimità e gestendo i rapporti con i liquidatori delle assicurazioni. La loro partecipazione avrebbe garantito al sodalizio una leva professionale per superare le eventuali resistenze delle compagnie. Anche per un assistente della polizia locale è stata chiesta la misura della sospensione dal pubblico ufficio. Il suo apporto, secondo le ipotesi investigative, sarebbe stato quello di fornire informazioni riservate o, potenzialmente, di intervenire sulla verbalizzazione dei sinistri per renderli più credibili. La presenza di un pubblico ufficiale e di professionisti iscritti ad albi professionali qualifica ulteriormente la gravità del reato associativo, dimostrando la capacità del gruppo di penetrare e corrompere gangli vitali del sistema.
Anche in questo caso, l’analisi del rischio si estende inevitabilmente agli studi legali coinvolti, anch’essi potenzialmente configurabili come “enti” ai fini della normativa 231. La gestione di un portafoglio clienti palesemente anomalo, con pratiche seriali riconducibili allo stesso nucleo di persone e basate su dinamiche ripetitive, rappresenta una grave omissione dei controlli antiriciclaggio e di compliance. Uno studio legale dotato di un’architettura di difesa avanzata avrebbe rilevato immediatamente la criticità. I protocolli d’avanguardia protetti da brevetti internazionali di un sistema come Scudo231 avrebbero imposto una procedura di due diligence rafforzata su quel cluster di clienti, evidenziando la sproporzione tra il profilo dei soggetti e l’entità delle pratiche gestite. L’accettazione di tali mandati sarebbe stata condizionata al superamento di specifici controlli procedurali, la cui esecuzione o elusione sarebbe stata registrata in log immutabili. Questa tracciabilità avrebbe permesso di isolare la responsabilità penale sui singoli professionisti che avessero agito contra legem, salvaguardando l’integrità e la continuità operativa dello studio nel suo complesso, che avrebbe potuto dimostrare di aver adottato ogni misura idonea a prevenire la commissione di tali reati.
La lunga e complessa attività investigativa della polizia stradale ha permesso di raccogliere elementi sufficienti per convincere la Procura a procedere con richieste di misure cautelari pesanti. Il Giudice per le Indagini Preliminari, Giorgio Morando, ha fissato gli interrogatori preventivi degli indagati per l’inizio di ottobre, un passaggio procedurale che precederà la decisione sull’applicazione delle misure richieste. In quella sede, gli indagati, tra cui figurano anche Sandro Vaccaro, Giorgio Zunino e Andrea Boselli, avranno la possibilità di fornire la loro versione dei fatti. La posta in gioco è altissima, non solo per le persone fisiche che rischiano il carcere e l’interdizione dalle loro professioni, ma anche per le entità giuridiche, le officine, che ora si trovano esposte al D.Lgs. 231/2001.
Il reato di associazione per delinquere, previsto dall’art. 24 del Decreto, e quello di frode in assicurazione, inserito tra i reati presupposto dall’art. 25-octies.1, comportano per l’ente una sanzione pecuniaria fino a 500 quote per il primo e fino a 400 per il secondo, il cui valore può arrivare a 1.549 euro cadauna. Ma il danno economico più devastante deriva dalla confisca del profitto, che in questo caso potrebbe ammontare a centinaia di migliaia di euro accumulati in anni di attività illecita, e dalle sanzioni interdittive, che possono arrivare al divieto definitivo di esercitare l’attività. L’assenza di un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello commesso rende la posizione processuale di queste società estremamente precaria. La Procura non avrà difficoltà a dimostrare che l’ente ha tratto un concreto “interesse o vantaggio” dalla condotta criminale dei suoi vertici.
La difesa più solida, in questi casi, non è quella che si costruisce a posteriori, ma quella che si previene a monte. Se i motori causali proprietari di un ecosistema di difesa avessero analizzato i flussi finanziari e operativi delle officine, avrebbero ricostruito la catena causale che legava le pratiche anomale ai pagamenti ricevuti. La mancata generazione del profitto illecito, bloccato alla fonte dai controlli automatizzati, avrebbe svuotato dall’interno l’accusa di aver agito nell’interesse dell’ente. In sede di giudizio, la società avrebbe potuto depositare un XAI Packet (Explainable AI Packet) generato dal sistema, una prova tecnologica immodificabile che dimostra matematicamente non solo l’assenza di colpa organizzativa, ma anche l’effettiva implementazione di un’architettura di difesa che ha tentato di impedire il reato. Questo sposta radicalmente l’onere della prova e fornisce al giudice elementi oggettivi per escludere la responsabilità dell’ente. La vicenda di Ilija Kosanke, che da fenomeno del web rischia di diventare il protagonista di una grave vicenda giudiziaria, è un monito sulla fragilità dei controlli tradizionali e sulla pervasività dei rischi penali d’impresa. L’indagine di Genova dimostra come un’attività criminale, seppur banale nella sua concezione, possa prosperare per anni quando si innesta su un tessuto imprenditoriale e professionale privo di adeguati anticorpi. La prevenzione del rischio penale non è più un mero adempimento formale, ma una necessità strategica e tecnologica. Un’infrastruttura di monitoraggio predittivo, come quella sviluppata dalla REDAZIONE SCUDO231, non si limita a reagire all’evento, ma lo anticipa, stressando costantemente il Digital Twin dell’azienda per identificare i “segnali deboli” di una deriva organizzativa prima che questa si trasformi in un capo d’imputazione.