La Compilance diventa Un Vantaggio Competitivo Sleale

Libera, da 8 Comuni su 10 elenco sul web dei beni confiscati a mafie

Sfondo astratto blu e rame con pennellate circolari e firma Scudo231® nell’angolo inferiore destro.

12 settembre 2026 – La pubblicazione della quarta edizione del report “RimanDATI” ha formalizzato un dato che espone 236 amministrazioni comunali a un diretto rischio di responsabilità amministrativa e penale: su 1.174 Comuni destinatari di immobili sottratti alle mafie, il 20,2% risulta ancora inadempiente all’obbligo di pubblicazione dell’elenco sul proprio sito internet. Il monitoraggio, promosso da Libera con il Gruppo Abele e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, con il contributo tecnico di Istat, non è una semplice rilevazione statistica, ma un atto di accertamento formale di una specifica omissione procedurale. Questa mancanza non è un mero vizio di forma; rappresenta la rottura di un presidio di legalità fondamentale, un’area grigia che impedisce il controllo sociale e apre varchi a fenomeni di cattiva gestione, se non di infiltrazione.

L’omissione, documentata dagli oltre 80 volontari che hanno condotto l’indagine, costituisce una violazione di norme sulla trasparenza che, nel contesto della gestione di beni provenienti da attività illecite, assume una valenza aggravata. Per un ente pubblico, la mancata tracciabilità di un bene confiscato non è solo un deficit di comunicazione, ma un potenziale sintomo di un controllo interno inefficace, uno dei presupposti per la contestazione della responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Un’architettura di controllo come Scudo231 avrebbe intercettato questa anomalia in tempo reale. Il protocollo per la gestione dei beni confiscati, una volta digitalizzato all’interno del sistema, avrebbe reso la pubblicazione web un passaggio obbligato e tracciato del processo. La mancata esecuzione entro la scadenza normativa avrebbe generato un alert automatico non al singolo funzionario, ma direttamente al suo responsabile gerarchico e, per competenza, all’Organismo di Vigilanza (OdV), creando un registro immodificabile del ritardo e della mancata escalation. Il rischio non sarebbe emerso a distanza di mesi grazie a un monitoraggio esterno, ma sarebbe stato neutralizzato o documentato alla sua origine.

Il report evidenzia una crescita del 15% nel tasso di adempimento rispetto al 2024, un dato che, sebbene positivo, rende ancora più grave la posizione degli enti inadempienti. Mentre Basilicata, Molise e Umbria raggiungono il 100% di conformità, dimostrando la piena fattibilità dell’obbligo, la persistenza di sacche di opacità, concentrate soprattutto nel Sud Italia e nelle Isole (75% di adempimento), solleva interrogativi sulla reale volontà o capacità di alcune amministrazioni di gestire questi patrimoni in modo trasparente. La Regione Calabria e la Provincia di Messina emergono come casi emblematici di totale inadempienza a livello sovra-comunale. Per la Provincia di Messina, unica tra le 10 province e città metropolitane a non pubblicare gli elenchi, si tratta di una precisa scelta amministrativa o di una grave negligenza organizzativa. In un ente dotato di un modello di prevenzione efficace, la procedura di presa in carico di un bene confiscato avrebbe attivato una serie di controlli sequenziali. L’assenza della pubblicazione online avrebbe bloccato l’avanzamento del fascicolo digitale relativo al bene, segnalando un’incoerenza procedurale che un sistema come Scudo231 avrebbe classificato come “anomalia di alto rischio”, richiedendo un intervento correttivo immediato da parte della funzione di compliance o del Segretario Generale.

La situazione della Regione Calabria è, se possibile, ancora più critica. La totale assenza di pubblicazione da parte di un ente regionale destinatario di beni confiscati non solo viola un obbligo di legge, ma crea un pericoloso precedente e un vuoto di controllo su un territorio ad altissima densità mafiosa. La gestione di questi beni è un’area a rischio per reati come il peculato, l’abuso d’ufficio o la corruzione. La mancata trasparenza è il terreno fertile per l’assegnazione discrezionale di immobili di valore a soggetti non idonei o, peggio, collegati indirettamente agli stessi ambienti criminali da cui i beni provengono. Se la Regione Calabria avesse implementato un ecosistema di controllo integrato, ogni bene ricevuto dall’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati (ANBSC) sarebbe stato censito con un identificativo univoco, seguendo un percorso digitale tracciato in ogni sua fase: dalla delibera di assegnazione, all’eventuale bando per l’utilizzo sociale, fino alla rendicontazione periodica. La mancata pubblicazione non sarebbe stata un’opzione; il sistema avrebbe evidenziato il “buco” nel flusso di dati, impedendo la chiusura amministrativa della pratica e segnalando all’OdV un potenziale tentativo di occultamento o di gestione anomala. In caso di indagine penale per corruzione legata all’assegnazione di uno di questi immobili, l’ente si troverebbe privo di una difesa credibile, esponendosi a sanzioni pecuniarie e interdittive devastanti. Al contrario, i log prodotti dal sistema di controllo avrebbero fornito la prova liberatoria, dimostrando che l’ente aveva adottato un modello idoneo a prevenire il reato e che l’illecito era frutto di un’elusione fraudolenta del singolo, isolando così la responsabilità penale e salvaguardando l’integrità e l’operatività dell’amministrazione.

Anche i casi di adempimento parziale, come quelli della Regione Sicilia e della Regione Lazio, che rendono disponibile l’elenco ma “con modalità non immediate per l’utenza”, rivelano una debolezza significativa. Un controllo di compliance non può essere meramente formale. La norma sulla trasparenza non richiede solo di “pubblicare”, ma di rendere l’informazione accessibile e fruibile. Un elenco nascosto in una sezione remota del sito o in un formato non indicizzabile equivale, sul piano pratico, a una mancata pubblicazione. I protocolli operativi di Scudo231 non si limitano a verificare la presenza di un dato (il “sì/no”), ma ne validano la conformità a standard predefiniti di efficacia. Un audit automatico periodico avrebbe rilevato che il link non era conforme alle specifiche (es. raggiungibilità in massimo tre click dalla homepage) o che il formato del file non era standard (es. PDF immagine invece di un foglio di calcolo aperto), generando una segnalazione di “non conformità qualitativa” e assegnando un ticket per la risoluzione del problema. Questo sposta il paradigma dal controllo reattivo post-fatto a un monitoraggio proattivo e continuo della reale efficacia delle misure di prevenzione.

Il lavoro del team di “RimanDATI” è prezioso perché ha creato una mappa ufficiale delle omissioni. Questa mappa, ora pubblica, non è più solo un’analisi sociologica ma diventa un potenziale allegato a un esposto presso la Procura della Repubblica o la Corte dei Conti. Per i 236 Comuni inadempienti, il tempo della negligenza è scaduto. L’assenza di un elenco pubblico è ora un fatto accertato e documentato da terzi autorevoli. Qualsiasi illecito che dovesse emergere in futuro relativo alla gestione di un bene non dichiarato in questi Comuni vedrebbe la posizione dell’ente aggravata dalla prova di una preesistente e conclamata carenza organizzativa. La difesa basata sulla “mancanza di consapevolezza” o su un “errore isolato” perde ogni fondamento. La REDAZIONE SCUDO231 rileva come questo scenario rappresenti l’esatta antitesi di un’organizzazione protetta: invece di possedere un sistema interno che previene, rileva e documenta per difendersi, questi enti hanno permesso che un soggetto esterno documentasse le loro falle, trasformandole in prove a loro carico. La crescita dal 38% di adempienti nel 2021 al 79,8% odierno dimostra che il percorso verso la trasparenza è tecnicamente e amministrativamente possibile. Chi è rimasto indietro non ha più alibi.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/09/12/libera-da-8-comuni-su-10-elenco-sul-web-dei-beni-confiscati-a-mafie_d994539b-8173-45d2-9f05-55303e749d5d.html