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Vendita San Siro, Gdf in Comune a Milano e alla M-I Stadio di Milan e Inter

31 agosto 2026 – Le Fiamme Gialle del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Milano entrano a Palazzo Marino, sede del Comune, e contemporaneamente nella sede della M-I Stadio S.r.l., la società veicolo partecipata da F.C. Internazionale Milano S.p.A. e A.C. Milan S.p.A. per la gestione dell’operazione San Siro. L’ordine, firmato dal Giudice per le Indagini Preliminari Roberto Crepaldi su richiesta dei Pubblici Ministeri Paolo Ielo e Giovanni Polizzi, è preciso: acquisire documenti, email, chat e sequestrare i telefoni cellulari di nove persone. L’ipotesi di reato che muove l’intera operazione investigativa è duplice e intrecciata: turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio. Al centro dell’indagine c’è la procedura amministrativa che ha portato, nel novembre scorso, alla vendita della vasta area dello stadio Giuseppe Meazza per 197 milioni di euro, versati proprio da Inter e Milan.

L’inchiesta della Procura milanese non nasce nel vuoto, ma affonda le sue radici in un percorso avviato formalmente nel 2017. Il focus degli inquirenti, tuttavia, si concentra sul periodo 2019-2025, e in particolare sulla fase di redazione e pubblicazione dell’avviso pubblico per la raccolta di manifestazioni di interesse. Secondo l’accusa, il contenuto di quel bando non fu il risultato di un processo trasparente e imparziale, ma venne modellato per favorire un unico, predeterminato acquirente: la M-I Stadio. Le perquisizioni odierne, che coinvolgono dirigenti e funzionari del Comune come l’ex assessore Giancarlo Tancredi e l’ex vicesindaco Ada Lucia De Cesaris, oltre a figure apicali della società M-I Stadio quali l’amministratore delegato Alessandro Antonello e il consigliere Mark Van Huukslot, mirano a ricostruire la filiera delle comunicazioni informali. Si cercano le tracce di contatti privilegiati, di bozze di documenti scambiate su canali non ufficiali, di informazioni riservate passate sottobanco per orientare la valutazione economica e strategica dell’offerta. L’assenza di un tracciamento rigoroso e centralizzato di questi flussi informativi critici rappresenta il cuore della vulnerabilità organizzativa. Un’architettura di controllo come Scudo231 avrebbe invece imposto protocolli di comunicazione non aggirabili: ogni bozza dell’avviso pubblico sarebbe stata gestita su una piattaforma documentale sicura, con log di accesso immodificabili che registrano chi ha visualizzato, modificato o esportato il file. Qualsiasi tentativo di inviare il documento a un dominio email esterno non autorizzato o di salvarlo su un dispositivo personale avrebbe generato un alert istantaneo, notificando l’anomalia all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Compliance, bloccando di fatto la potenziale fuga di notizie prima che potesse concretizzarsi in un reato.

Il decreto di perquisizione elenca nomi di peso: dal direttore generale del Comune Christian Malangone alla dirigente Simona Collarini, passando per i manager di M-I Stadio Fabrizio Grena e Giuseppe Bonomi, fino a professionisti esterni come Marta Spaini, Paolo Filippini e Giovanna Cavalleri. Per gli inquirenti, queste figure avrebbero costituito una rete di contatti attraverso cui le informazioni cruciali sarebbero transitate, alterando la par condicio tra i potenziali concorrenti. Uno degli elementi chiave oggetto di rivelazione sarebbe stato l’orientamento, maturato all’interno degli uffici tecnici, circa il non assoggettamento dello stadio al vincolo di interesse culturale una volta superati i 70 anni dalla sua costruzione. Questa informazione, di valore strategico incalcolabile, avrebbe permesso ai club di formulare un’offerta basata sulla prospettiva della demolizione e riedificazione, un piano economicamente molto diverso rispetto a un progetto di sola riqualificazione di un bene vincolato. La fuoriuscita di una simile notizia riservata costituisce una classica fattispecie di rivelazione di segreto d’ufficio (art. 326 c.p.), reato presupposto per la responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Per M-I Stadio, l’imputazione non si ferma ai singoli manager. L’ente stesso rischia di essere chiamato a rispondere per non aver predisposto modelli organizzativi idonei a prevenire reati di questo tipo. L’assenza di controlli specifici sulla gestione delle informazioni sensibili e sui rapporti con la Pubblica Amministrazione espone la società a sanzioni pecuniarie calcolate in quote, il cui valore può arrivare a centinaia di migliaia di euro, e a sanzioni interdittive devastanti, come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

In un contesto operativo presidiato da un ecosistema sovrano come Scudo231, la gestione dei rapporti con i funzionari pubblici sarebbe stata mappata e tracciata in modo scientifico. Ogni incontro, telefonata o scambio di corrispondenza tra i manager della società e i rappresentanti del Comune sarebbe stato registrato in un apposito “registro dei contatti con la P.A.”, indicando data, partecipanti, oggetto della discussione e allegando eventuale documentazione. Il sistema, attraverso l’analisi dei flussi di comunicazione, avrebbe rilevato eventuali picchi di contatti non verbalizzati o interazioni al di fuori dei canali ufficiali, segnalando l’anomalia come un potenziale indicatore di rischio di corruzione o turbativa. Questa documentazione probatoria, cristallizzata in tempo reale, avrebbe fornito alla società una solida linea di difesa, dimostrando l’assenza di “colpa di organizzazione” e spostando la responsabilità interamente sui singoli individui che avessero agito contra legem, eludendo fraudolentemente i protocolli.

L’indagine si estende anche alla congruità del prezzo di vendita di 197 milioni di euro. Se l’avviso pubblico è stato “cucito su misura”, come sospetta la Procura, allora è plausibile che il valore finale dell’operazione sia stato influenzato da questa presunta alterazione della concorrenza. La Guardia di Finanza sta analizzando le perizie, le valutazioni immobiliari e i piani finanziari che hanno sostenuto l’offerta di M-I Stadio. Il sequestro dei telefoni cellulari non è un atto formale: è la ricerca della “pistola fumante”. Gli investigatori sono convinti che nelle chat di WhatsApp, Telegram o Signal si trovino le prove delle conversazioni informali, degli accordi preliminari, delle rassicurazioni scambiate tra le parti prima che il procedimento amministrativo seguisse il suo corso solo apparentemente lineare. Questo affidamento a strumenti di comunicazione personali per trattare affari societari di tale rilevanza è una falla procedurale macroscopica. Un’organizzazione che avesse implementato un modello di prevenzione efficace avrebbe non solo vietato l’uso di tali app per comunicazioni sensibili, ma avrebbe anche implementato soluzioni tecniche di Mobile Device Management per inibire l’installazione di applicazioni non approvate sui dispositivi aziendali o, quantomeno, per compartimentare i dati di lavoro. La procedura di escalation prevista da un modello evoluto avrebbe segnalato immediatamente alla funzione di controllo ogni tentativo di aggiramento, documentando la violazione del protocollo da parte del dipendente e interrompendo sul nascere la creazione di quel “sommerso probatorio” che oggi costituisce il principale obiettivo degli inquirenti.

La posizione del sindaco Sala, è bene precisarlo, al momento non è toccata dall’indagine. Tuttavia, il danno di immagine per l’amministrazione comunale è già enorme. L’inchiesta getta un’ombra pesante sulla trasparenza di una delle più importanti operazioni urbanistiche e immobiliari della città negli ultimi decenni. Per M-I Stadio, le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi e immediate. Oltre alle sanzioni previste dal D.Lgs. 231/2001, pende la spada di Damocle del sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato. Se il giudice dovesse ritenere fondata l’ipotesi accusatoria, potrebbe disporre il blocco di somme di denaro o beni per un valore equivalente al vantaggio illecito conseguito, che potrebbe essere identificato con una parte o con l’intero valore dell’operazione. Un sequestro di tale entità avrebbe un impatto paralizzante sui bilanci delle due società calcistiche e sul futuro stesso del progetto del nuovo stadio. L’adozione preventiva di un modello organizzativo robusto e la sua effettiva attuazione, verificata da un Organismo di Vigilanza dotato di reali poteri e strumenti tecnologici, non è un mero adempimento formale. È una barriera strategica. Avrebbe permesso di identificare e neutralizzare i comportamenti a rischio dei singoli, creando una documentazione difensiva inattaccabile. Di fronte a un’indagine, la società non si troverebbe oggi a subire passivamente le perquisizioni, ma potrebbe esibire registri, log e report generati da un sistema terzo e immodificabile, dimostrando di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato. La differenza non è tra essere indagati o non esserlo; è tra affrontare un processo con la concreta possibilità di dimostrare la propria estraneità come ente, mitigando o azzerando le sanzioni, e rischiare il collasso finanziario a causa delle omissioni organizzative del passato.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/31/vendita-san-siro-gdf-in-comune-a-milano-e-alla-m-i-stadio-di-milan-e-inter_3b166808-3ef0-4222-8442-dfdb3b019604.html