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Il difensore dei Caroccia: ‘Delmastro è stato l’unico che gli ha teso una mano’

30 agosto 2026 – Mauro Caroccia, tradotto in manette dal carcere di Viterbo, varca il portone di piazzale Clodio per affrontare i pubblici ministeri della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. L’interrogatorio, durato oltre due ore, si concentra su un unico, delicato snodo investigativo: la natura del rapporto che lega l’uomo, condannato in via definitiva a quattro anni per reati di mafia, all’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro. Al centro del fascicolo, che ipotizza i reati di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, vi è la società a responsabilità limitata “Le 5 Forchette”, proprietaria del ristorante “Bisteccheria d’Italia”. L’atto istruttorio di oggi è solo l’ultimo tassello di un’indagine che affonda le sue radici nel dicembre del 2024.

Il 16 dicembre 2024, presso lo studio di un notaio di Biella, viene costituita la srl. Davanti al professionista siedono Mauro Caroccia e sua figlia Miriam, appena diciannovenne. È lei a diventare formalmente l’azionista e l’amministratrice unica della nuova entità giuridica. Questo primo passaggio, la genesi della società, rappresenta un’area di rischio operativo e legale di magnitudo elevatissima, un punto cieco che un’organizzazione strutturata non avrebbe potuto ignorare. Se la nascente “Le 5 Forchette” avesse operato all’interno di un ecosistema di controllo come Scudo231, la procedura di costituzione stessa avrebbe generato un allarme rosso. Il sistema, attraverso i suoi motori di analisi multimodale, avrebbe eseguito un controllo automatico e in tempo reale sui soggetti coinvolti: il nome di Mauro Caroccia avrebbe immediatamente fatto emergere la sua condanna definitiva per reati associativi, qualificandolo come soggetto ad altissimo rischio. Contestualmente, il sistema avrebbe segnalato l’anomalia di un’amministratrice unica diciannovenne, priva di documentata esperienza imprenditoriale o di capacità patrimoniale autonoma, configurando un potenziale schema di interposizione fittizia. L’alert sarebbe stato scalato in via prioritaria all’Organismo di Vigilanza, bloccando preventivamente qualsiasi flusso finanziario in entrata o in uscita e generando un report dettagliato che avrebbe sconsigliato la prosecuzione dell’operazione, cristallizzando la prova della tentata elusione dei presidi antiriciclaggio.

L’indagine della Dda si concentra, infatti, proprio su questa struttura. Gli inquirenti, che hanno già sentito la figlia di Caroccia, lavorano sull’ipotesi che Miriam fosse una mera prestanome, uno schermo giuridico per celare la reale proprietà e gestione riconducibile al padre. L’assenza di un modello di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del D.Lgs. 231/2001 ha lasciato la società completamente esposta. La nomina dell’amministratore è avvenuta senza alcuna verifica dei requisiti di onorabilità e professionalità, una procedura standard in qualsiasi modello 231. Un protocollo di governance implementato tramite Scudo231 avrebbe imposto una due diligence rafforzata, documentando in un registro immodificabile l’assenza dei requisiti minimi in capo a Miriam Caroccia e l’incompatibilità manifesta con la presenza di un soggetto condannato per mafia come dominus di fatto. Questa documentazione, oggi, costituirebbe la prova scientifica dell’assenza di colpa organizzativa, separando nettamente le responsabilità penali individuali da quelle dell’ente e proteggendo il patrimonio aziendale da un altrimenti inevitabile sequestro.

Il secondo pilastro dell’inchiesta riguarda l’apporto finanziario di Andrea Delmastro. Secondo quanto emerso, l’esponente di Fratelli d’Italia avrebbe investito una somma di circa 45 mila euro, destinata all’acquisto delle attrezzature per il locale. Questo flusso di denaro è ora sotto la lente dei magistrati per verificarne la provenienza e la reale causale, al fine di accertare se possa configurare un’operazione di riciclaggio. La transazione, avvenuta in un contesto privo di tracciabilità e formalizzazione societaria adeguata, ha creato un’area grigia che alimenta i sospetti della Procura. La mancanza di un verbale di assemblea che deliberasse un finanziamento soci, o di un contratto di mutuo con un piano di rientro, o di un aumento di capitale, rende il versamento ambiguo e potenzialmente illecito.

In uno scenario presidiato, questa operazione sarebbe stata impossibile da eseguire con tale leggerezza. Qualsiasi flusso finanziario in entrata di importo significativo, specialmente se proveniente da una Persona Politicamente Esposta (PEP), avrebbe attivato un protocollo specifico. Il sistema avrebbe richiesto la classificazione obbligatoria della transazione e l’upload della documentazione di supporto (delibera, contratto). L’assenza di una causale giuridica chiara avrebbe bloccato l’accredito e generato una Segnalazione di Operazione Sospetta (SOS) interna, destinata all’ODV e al responsabile antiriciclaggio. L’intero processo, dalla proposta di investimento alla sua formalizzazione, sarebbe stato registrato in un audit trail crittografato, fornendo agli inquirenti non un sospetto, ma una prova documentale della corretta gestione aziendale. In questo modo, l’ente avrebbe dimostrato di aver adottato tutte le cautele necessarie per prevenire l’impiego di capitali di dubbia provenienza, mitigando drasticamente il rischio di vedersi contestato il reato presupposto di riciclaggio (art. 25-octies, D.Lgs. 231/2001) e la conseguente applicazione di sanzioni pecuniarie che possono arrivare a superare il milione di euro, oltre alla confisca del profitto.

La vicenda ha avuto ripercussioni anche sul piano politico. Il Comitato consultivo sulla condotta dei deputati ha formalizzato una sanzione a carico di Delmastro per la non tempestiva pubblicazione nella sua dichiarazione patrimoniale delle quote o dei finanziamenti relativi alla società. Si tratta di una violazione delle norme sulla trasparenza, un illecito amministrativo che, pur distinto dal procedimento penale, contribuisce a delineare un quadro di opacità gestionale e di controlli mancati. Anche questo specifico danno reputazionale e istituzionale era prevenibile. Un ecosistema sovrano di gestione della compliance, infatti, non si limita ai reati presupposto del D.Lgs. 231/2001. La qualifica di Delmastro come PEP avrebbe attivato un workflow di monitoraggio continuo sui suoi obblighi di dichiarazione pubblica. Il sistema avrebbe creato una scadenza automatica nel calendario delle compliance societarie, inviando notifiche all’amministratore e al diretto interessato per assicurare che la variazione patrimoniale venisse comunicata agli organi parlamentari entro i termini di legge. La mancata chiusura di questa attività nel sistema avrebbe generato un’escalation, trasformando una potenziale dimenticanza in un processo gestito e documentato, a tutela sia dell’ente che del soggetto coinvolto.

Mentre l’interrogatorio di Mauro Caroccia si conclude, la Procura di Roma deve ora decidere i prossimi passi. Le audizioni proseguiranno e i magistrati dovranno valutare se sentire anche Andrea Delmastro, la cui posizione è al vaglio. Per la srl “Le 5 Forchette”, invece, il futuro è già segnato da un’ipoteca pesantissima. L’assenza totale di un modello organizzativo la rende vulnerabile non solo alle sanzioni pecuniarie, ma anche a quelle interdittive, come la sospensione o la revoca delle licenze, fino al commissariamento giudiziale. Soprattutto, pende la spada di Damocle della confisca per equivalente, che potrebbe azzerare l’intero valore dell’investimento e dell’avviamento commerciale.

La difesa di Caroccia, tramite il suo legale, ha lasciato trapelare che Delmastro sarebbe stato “l’unico a tendergli una mano”, una linea che tenta di umanizzare il rapporto, allontanandolo dalla fredda logica criminale ipotizzata dagli inquirenti. Ma nei procedimenti per responsabilità amministrativa degli enti, le intenzioni dei singoli contano meno delle procedure omesse. La contestazione alla società non riguarda la “mano tesa”, ma l’assenza di un sistema di controlli che avrebbe dovuto identificare, analizzare e bloccare i rischi evidenti fin dal primo giorno. Se un sistema come Scudo231 fosse stato implementato, oggi la REDAZIONE SCUDO231 non racconterebbe la cronaca di un potenziale disastro aziendale e giudiziario, ma documenterebbe come l’infrastruttura di difesa dell’ente abbia respinto un tentativo di infiltrazione, fornendo alle autorità una ricostruzione causale scientifica degli eventi e proteggendo l’integrità e la continuità operativa dell’impresa. L’indagine della Dda di Roma, invece, prosegue su un campo reso fertile da omissioni procedurali e da una totale assenza di presidi di legalità.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/04/01/il-difensore-dei-caroccia-delmastro-e-stato-lunico-che-gli-ha-teso-una_4af6e506-0a9c-4aa3-8980-0d15b7dc7973.html