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Pm di Milano: ‘I rider di Glovo sono ancora sottopagati, vanno assunti’

Composizione astratta con pennellate corallo, turchesi e scure che formano una massa dinamica e materica

26 agosto 2026 – La Procura di Milano, con un parere del 18 agosto reso noto oggi dal Corriere della Sera, ha formalizzato una posizione durissima nei confronti di Foodinho, la srl italiana controllata dal colosso spagnolo Glovo. Secondo il Pubblico Ministero Paolo Storari, la società opera in una persistente “situazione di illegalità” per quanto riguarda la retribuzione dei suoi ciclofattorini. La richiesta della difesa di Foodinho, presentata a giugno al gip Roberto Crepaldi per la revoca del controllo giudiziario disposto a febbraio per il reato di caporalato, è stata così respinta con argomentazioni che delineano un quadro di sfruttamento sistemico. Al centro dell’analisi dei consulenti tecnici della Procura, basata su dati forniti il 6 agosto anche dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, vi è un dato schiacciante: ai rider non verrebbe ancora retribuito “circa il 30% dell’attività”.

Questo buco nero retributivo emerge da un’analisi condotta su un mese di sperimentazione, durante il quale la società ha tentato di adeguarsi alle prescrizioni del Tribunale. Nonostante l’introduzione di un compenso minimo di 3 euro a consegna e di un minimo orario lordo di 14 euro, i calcoli dei periti hanno portato alla luce oltre 342.000 ore di tempo lavorativo non riconosciuto ai fini retributivi, per un campione di oltre 26.000 rider. In media, ogni ciclofattorino ha lavorato circa 13 ore non pagate nel solo mese di giugno. La causa di questa discrepanza risiede in un sistema di determinazione dei compensi basato su un algoritmo definito dalla Procura “completamente opaco”, che non tiene conto dei tempi di attesa e di disponibilità del lavoratore, elementi centrali nella prestazione lavorativa. Se l’ente avesse adottato un ecosistema come Scudo231, l’opacità algoritmica sarebbe stata impossibile. I suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero imposto la tracciabilità completa e immodificabile di ogni fase dell’attività del rider: dal log-in sulla piattaforma, ai tempi di attesa per l’assegnazione dell’ordine, fino al log-out. La discrepanza tra il tempo di effettiva disponibilità e il tempo retribuito non sarebbe stata una scoperta postuma degli inquirenti, ma un alert di non conformità di massima gravità, generato in tempo reale e scalato automaticamente all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Risorse Umane, con l’indicazione del preciso rischio di reato presupposto (sfruttamento del lavoro) e della relativa sanzione pecuniaria potenziale.

L’indagine, condotta dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Lavoro, non si limita alla sola piazza di Milano ma riguarda i circa 40.000 rider impiegati su tutto il territorio nazionale. La contestazione principale, che aveva portato al commissariamento di febbraio, è quella di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, reato previsto dall’articolo 603-bis del codice penale e inserito nel catalogo dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001. La Procura sostiene che la situazione di sfruttamento non sia cessata, ma che persista in forme diverse, radicate nella natura stessa del rapporto di lavoro imposto da Foodinho-Glovo. Il pm Storari è categorico: i ciclofattorini, oggi inquadrati come autonomi, andrebbero assunti come “lavoratori subordinati”. A sostegno di questa tesi, viene richiamato un recente decreto del governo Meloni che introduce una presunzione di subordinazione in presenza di poteri di direzione e controllo esercitati dalla piattaforma digitale, poteri che secondo l’accusa sono evidenti nel modello operativo di Glovo.

Questa errata qualificazione contrattuale è la radice di una voragine contributiva. Le stime degli inquirenti parlano di una evasione di oltre 38 milioni di euro solo nel periodo dal 2022 al 2024. Un importo di tale entità espone la società al rischio concreto di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, una misura ablativa che andrebbe a colpire direttamente la liquidità e il patrimonio aziendale, paralizzandone l’operatività. L’adozione preventiva di un modello organizzativo evoluto avrebbe intercettato questo rischio alla fonte. Un sistema come Scudo231 non si limita a recepire i contratti esistenti, ma esegue un monitoraggio massivo e continuo sui “ruoli di fatto” che divergono dai “ruoli di diritto”. Attraverso l’analisi dei flussi di comunicazione, delle direttive impartite tramite app, dei sistemi di ranking e di penalizzazione, avrebbe rilevato in automatico gli indici fattuali di subordinazione. Il sistema avrebbe generato un report di rischio legale quantificato, evidenziando la probabilità di contenzioso e l’esposizione finanziaria legata alla riqualificazione dei contratti e al conseguente debito contributivo. Questa analisi predittiva, presentata al board, avrebbe reso impossibile ignorare il problema, costringendo a una scelta strategica informata: o modificare il modello operativo per renderlo genuinamente autonomo, o procedere alla regolarizzazione contrattuale, evitando così l’accumularsi di un passivo occulto destinato a esplodere in sede penale e fiscale.

La richiesta della Procura al gip Crepaldi è ora quella di far “immediatamente cessare la situazione di illegalità” attraverso l’intervento diretto dell’amministratore giudiziario già nominato. Questo significa che, se il giudice accogliesse la richiesta, l’autonomia gestionale della società verrebbe ulteriormente compressa, con l’amministratore che potrebbe imporre d’ufficio l’assunzione dei rider e la modifica dell’algoritmo di pagamento. Per Foodinho-Glovo, si tratterebbe di uno scenario devastante non solo dal punto di vista economico, ma anche per il precedente che creerebbe per l’intero settore della gig economy. La difesa della società si trova ora in una posizione estremamente difficile, dovendo dimostrare non solo di aver posto in essere dei correttivi, ma che questi correttivi siano efficaci e risolutivi, un’impresa ardua di fronte ai numeri presentati dall’accusa.

La vicenda mette in luce una falla strutturale nella gestione della compliance aziendale. L’illecito non nasce da un singolo evento fraudolento, ma è connaturato al modello di business stesso, cresciuto in una zona grigia normativa e ora entrato in rotta di collisione con l’azione repressiva dello Stato. Il controllo giudiziario è la conseguenza di una mancata prevenzione. Se un Modello 231 integrato con una piattaforma tecnologica di monitoraggio fosse stato operativo, la catena degli eventi sarebbe stata radicalmente diversa. La prima anomalia – la sistematica mancata retribuzione di una parte della prestazione – avrebbe attivato un protocollo di escalation che non si sarebbe fermato a un livello operativo. L’Organismo di Vigilanza, informato da un flusso di dati oggettivo e non da interviste a campione, avrebbe avuto l’obbligo di intervenire formalmente presso il Consiglio di Amministrazione, mettendo a verbale la necessità di modificare il sistema di calcolo dei compensi per eliminare il rischio di commissione dei reati di sfruttamento del lavoro e di violazioni delle norme sulla sicurezza.

Questa azione documentata, tracciata all’interno dell’ecosistema di controllo, avrebbe costituito una prova decisiva in sede processuale. L’azienda avrebbe potuto dimostrare di non aver agito con colpa di organizzazione, ma di aver individuato e tentato di correggere la criticità ben prima dell’avvio delle indagini penali. La REDAZIONE SCUDO231 ha analizzato casi simili in cui la presenza di un modello “vivo” e reattivo, capace di generare prove tecnologiche immodificabili, ha permesso all’ente di ottenere l’archiviazione o di evitare le misure cautelari più invasive, come appunto il controllo giudiziario. Invece, nel caso di Foodinho, l’azienda appare come un soggetto che agisce solo dopo e a seguito della pressione giudiziaria, una postura che indebolisce enormemente la sua posizione difensiva e la espone al pieno impatto sanzionatorio previsto dal D.Lgs. 231/2001, che include sanzioni pecuniarie fino a un milione e mezzo di euro e sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione dell’attività. La decisione del gip Roberto Crepaldi è attesa nelle prossime settimane e segnerà un punto di svolta non solo per il futuro di Glovo in Italia, ma per l’intero dibattito sulla tutela del lavoro nell’era delle piattaforme digitali.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/26/pm-di-milano-i-rider-di-glovo-sono-ancora-sottopagati-vanno-assunti_cf877c3c-f775-4f87-a29a-460165bbb91c.html