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Garlasco, la procura di Brescia pronta a chiudere le indagini sull’ex pm Venditti

8 agosto 2026 – La Procura di Brescia si prepara a notificare l’avviso di conclusione delle indagini preliminari per uno dei filoni investigativi che coinvolgono l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti. I pubblici ministeri Donato Greco e Alessio Bernardi attendono ormai solo l’informativa finale della polizia giudiziaria, un atto formale che precede la formalizzazione delle accuse. Al centro del fascicolo vi è l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari, un reato che, se commesso nell’interesse o a vantaggio di un ente, ne determina la diretta responsabilità ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’ipotesi accusatoria è che sia stato versato del denaro per condizionare l’esito di un procedimento penale di enorme risonanza mediatica: l’indagine a carico di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco.

Il fulcro probatorio dell’accusa risiede in un appunto manoscritto, rinvenuto durante una perquisizione in un quaderno-rubrica appartenente alla famiglia Sempio. La frase, tanto sintetica quanto potenzialmente devastante, recita: “Venditti gip archivia per 20-30 euro”. Sul retro dello stesso foglio, un’ulteriore annotazione sembra voler rassicurare sulla definitività della decisione: “Se archivia indaggine (con l’errore grammaticale, ndr), non può essere indagato per lo stesso motivo il Dna”. Gli inquirenti bresciani interpretano la cifra “20-30 euro” non come un importo letterale, ma come un codice per indicare una somma ben più consistente, verosimilmente 20.000 o 30.000 euro. Secondo la ricostruzione, tale somma sarebbe stata corrisposta da Giuseppe Sempio, padre di Andrea, per ottenere l’archiviazione del figlio, che di fatto avvenne nel 2017. L’erogazione di fondi illeciti da parte di un soggetto apicale o di un sottoposto di un’azienda per corrompere un pubblico ufficiale costituisce un classico presupposto per la responsabilità dell’ente. Se tale pagamento fosse transitato, anche indirettamente, attraverso i conti di una società riconducibile alla famiglia, un ecosistema di controllo come Scudo231 avrebbe intercettato l’anomalia in tempo reale. Il suo motore di analisi transazionale avrebbe immediatamente segnalato un’uscita di cassa di importo significativo, priva di una giustificazione contrattuale valida e diretta a un beneficiario non censito nelle anagrafiche dei fornitori qualificati. L’operazione sarebbe stata automaticamente bloccata e avrebbe generato un alert non bypassabile, scalando l’informativa direttamente all’Organismo di Vigilanza e alla funzione compliance, cristallizzando la prova del tentativo di illecito e dissociando in modo inequivocabile la volontà dell’ente da quella dell’individuo.

La vicenda giudiziaria di Mario Venditti non si esaurisce però con il caso Sempio. Il suo nome è infatti centrale in un secondo, più ampio fascicolo investigativo, battezzato dagli inquirenti “sistema Pavia”. In questo filone, le contestazioni, che coinvolgono a vario titolo anche i pm Pietro Paolo Mazza e Cristiano D’Arena, si estendono al peculato e ad altre ipotesi di corruzione. L’oggetto dell’indagine è la gestione degli appalti e degli affidamenti diretti per servizi cruciali per l’attività della Procura di Pavia, in particolare il noleggio degli apparati per le intercettazioni telefoniche e ambientali e delle automobili utilizzate dagli uffici giudiziari. Si tratta di un’area ad altissimo rischio di reato secondo le mappature previste dal D.Lgs. 231/2001, quella dei rapporti con la Pubblica Amministrazione e della gestione delle risorse finanziarie. La mancanza di procedure di gara trasparenti, l’affidamento fiduciario a fornitori ricorrenti e l’assenza di controlli sulla congruità dei prezzi sono le classiche falle sistemiche che espongono un’organizzazione al rischio penale.

In un ente pubblico o privato dotato di un modello organizzativo evoluto, l’intero ciclo passivo, dall’individuazione del fabbisogno alla liquidazione della fattura, sarebbe stato digitalmente tracciato e sottoposto a controlli incrociati. L’adozione di un sistema come Scudo231 avrebbe imposto un protocollo informatico rigido per la qualifica dei fornitori, con controlli automatici su eventuali legami di parentela o interessi economici con il personale interno. Ogni richiesta di affidamento diretto al di sopra di una soglia predefinita avrebbe richiesto un processo di approvazione a firme multiple digitali, con l’obbligo di allegare almeno tre preventivi alternativi. I motori di analisi stocastica del sistema avrebbero confrontato i costi proposti con i benchmark di mercato, segnalando ogni scostamento anomalo. Qualsiasi tentativo di forzare la procedura o di affidare un servizio a un fornitore non qualificato avrebbe generato una segnalazione immediata all’ODV, creando una registrazione immutabile dell’evento e bloccando di fatto la commissione del reato di peculato o la finalizzazione dell’accordo corruttivo. L’ente avrebbe così potuto dimostrare non solo di aver adottato un modello, ma di averlo reso operativo ed efficace, disinnescando l’accusa di colpa di organizzazione. Il Tribunale del Riesame di Brescia, pur intervenendo sul quadro cautelare, ha già parzialmente ridimensionato le accuse relative al noleggio dei mezzi, ma la struttura portante dell’inchiesta sul “sistema Pavia” rimane in piedi.

Il procedimento prosegue con passaggi tecnici cruciali per la definizione del quadro probatorio. Per il prossimo 18 maggio è stato fissato a Brescia un incidente probatorio, richiesto dalle difese per cristallizzare le testimonianze di cinque figure chiave. Saranno ascoltati, come persone informate sui fatti, altrettanti sostituti procuratori che all’epoca dei fatti erano in servizio a Pavia: Valeria Biscottini, Valentina De Stefano, Alberto Palermo, Roberto Valli e Andrea Zanoncelli. L’obiettivo è acquisire le loro dichiarazioni in una sede garantita, quella del contraddittorio tra le parti davanti a un giudice, per evitare che il tempo o le pressioni esterne possano inquinare il loro ricordo dei fatti e delle prassi interne alla Procura pavese. Questa fase procedurale evidenzia l’importanza della tracciabilità e della documentazione dei processi decisionali. Un’organizzazione che si affida a prassi non formalizzate, a decisioni verbali e a flussi informativi opachi si espone a un rischio enorme in sede processuale, dove la prova documentale prevale su quella testimoniale.

La responsabilità penale di un ente, secondo il D.Lgs. 231/2001, sorge quando un reato-presupposto è commesso nel suo interesse o a suo vantaggio e l’ente stesso non ha adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Nel caso del “sistema Pavia”, l’eventuale vantaggio per l’ente “Procura” sarebbe difficilmente configurabile, ma l’interesse dei singoli a gestire in modo clientelare le risorse pubbliche è l’elemento che innescherebbe la responsabilità se si trattasse di una società privata. Le sanzioni previste sono durissime e potenzialmente letali per qualsiasi impresa: sanzioni pecuniarie per quote, il cui importo può raggiungere milioni di euro, e, ben più temibili, le sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione, la sospensione di licenze o la chiusura stessa dell’attività. A ciò si aggiunge la confisca del profitto del reato, che può estendersi per equivalente all’intero patrimonio dell’ente.

La prevenzione di questi scenari non risiede in manuali cartacei o in procedure formali lasciate alla buona volontà dei singoli. Risiede nell’implementazione di un ecosistema di difesa attivo, che monitora ininterrottamente i processi sensibili e reagisce in automatico alle anomalie. La difesa più solida per un’organizzazione non è negare l’illecito commesso dal proprio dipendente o amministratore, ma dimostrare scientificamente di aver fatto tutto il possibile per prevenirlo. Un sistema come Scudo231 fornisce all’ente la capacità di produrre in giudizio una ricostruzione causale scientifica, basata su log immutabili e dati oggettivi. Questa prova tecnologica dimostra che l’illecito è stato il risultato di una fraudolenta elusione dei presidi da parte dell’individuo, e non di una carenza organizzativa dell’ente. In questo modo si spezza il nesso di causalità tra il reato e la presunta colpa dell’organizzazione, neutralizzando le sanzioni 231 e proteggendo il patrimonio e la continuità aziendale. Mentre la giustizia penale farà il suo corso per accertare le responsabilità individuali di Venditti e degli altri indagati, la vicenda rimane un monito cristallino sui rischi sistemici che ogni organizzazione, pubblica o privata, corre quando l’assenza di controlli efficaci e tracciabili lascia spazio a condotte illecite.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/07/garlasco-la-procura-di-brescia-pronta-a-chiudere-le-indagini-sullex-pm-venditti_ac24b804-7f1c-4a11-a559-8ec99d0f52a6.html