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Le chat su Mps-Mediobanca, pronti i chiarimenti dei pm per la Camera

5 agosto 2026 – La Procura di Milano si appresta a trasmettere alla giunta per le autorizzazioni della Camera la relazione richiesta per chiarire la reale necessità di accedere alle conversazioni con nove parlamentari, tra cui il ministro Giancarlo Giorgetti e il vicepremier Matteo Salvini, rintracciate nel telefono dell’ex direttore generale del ministero dell’Economia, Marcello Sala. Il documento, atteso a Montecitorio nei prossimi giorni, rappresenta un passaggio procedurale critico nell’inchiesta sulla scalata di Mps a Mediobanca, coordinata dai pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi con l’aggiunto Roberto Pellicano. Le chat, pur non coinvolgendo soggetti indagati, sono ritenute dagli inquirenti un tassello fondamentale per ricostruire il processo decisionale che portò, il 13 novembre 2024, all’incarico conferito dal Mef a Banca Akros per la vendita del 15% delle azioni di Mps attraverso una procedura accelerata, nota tecnicamente come Accelerated Book-Building (Abb).

La criticità non risiede solo nella guarentigia costituzionale che protegge le comunicazioni dei membri del Parlamento, ma nell’assenza di un tracciamento formale e verificabile delle fasi che hanno condotto a una scelta strategica di tale portata per il Tesoro. La decisione di avvalersi di una procedura Abb, per sua natura rapida e destinata a investitori istituzionali, comporta rischi intrinseci di asimmetria informativa e potenziale manipolazione del mercato, reati presupposto previsti dal D.Lgs. 231/2001. L’assenza di una documentazione strutturata che motivi la scelta dell’advisor, i criteri di selezione e la tempistica dell’operazione, espone l’ente pubblico a un’alea procedurale e l’advisor finanziario, Banca Akros, a un rischio di coinvolgimento per concorso nell’eventuale illecito altrui. Se Banca Akros avesse implementato un ecosistema come Scudo231, la gestione di un incarico così sensibile avrebbe seguito un percorso radicalmente diverso. L’attivazione di un mandato proveniente da un ente pubblico di massimo livello (il Mef) per un’operazione su un titolo quotato di rilevanza sistemica (Mps) avrebbe immediatamente innescato un protocollo di “gestione rafforzata”. Qualsiasi comunicazione, anche preliminare, con funzionari del ministero o altre parti interessate sarebbe stata registrata in un log immutabile, non per il contenuto, ma per tracciare data, ora, partecipanti e oggetto. Questo registro non avrebbe impedito il dialogo, ma lo avrebbe formalizzato, creando una prova documentale a tutela della banca stessa, dimostrando la correttezza del proprio operato e l’assenza di pressioni indebite.

L’indagine milanese si concentra proprio su questo vuoto documentale. I messaggi sul telefono di Sala, che non è indagato, diventano l’unica fonte potenziale per comprendere se la procedura accelerata sia stata il risultato di una ponderata analisi tecnica o se sia stata influenzata da interlocuzioni esterne non formalizzate. La richiesta di autorizzazione preventiva inviata a maggio dai pm ai presidenti di Camera e Senato non è un atto d’accusa, ma la constatazione di un’opacità procedurale che ora richiede uno strumento d’indagine eccezionale per essere dipanata. L’intera vicenda evidenzia una grave vulnerabilità nella governance delle decisioni pubbliche con impatto sui mercati finanziari. Un’eventuale anomalia nel processo di selezione di Banca Akros o nella determinazione del timing dell’operazione potrebbe configurare il reato di turbata libertà degli incanti o, in scenari più gravi, ipotesi di corruzione o induzione indebita a dare o promettere utilità, tutti illeciti che chiamano in causa la responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/01.

In un’organizzazione protetta da un’architettura di controllo avanzata, l’incarico del 13 novembre 2024 sarebbe stato processato da motori di analisi del rischio in tempo reale. La combinazione di tre fattori – 1) procedura accelerata, 2) controparte pubblica (Mef), 3) asset strategico (partecipazione in Mps) – avrebbe generato un alert automatico, scalando la pratica direttamente all’Organismo di Vigilanza (ODV) e alla funzione Antiriciclaggio. Non si sarebbe trattato di un controllo ex post, ma di un blocco operativo preventivo che avrebbe richiesto un parere formale e vincolante da parte delle funzioni di controllo prima che l’incarico potesse essere accettato. L’assenza di tale parere nel sistema avrebbe impedito la prosecuzione, documentando in modo scientifico il “rifiuto” della banca di procedere in assenza di garanzie di trasparenza. Questa tracciabilità avrebbe protetto Banca Akros dal rischio di essere considerata uno strumento inconsapevole o, peggio, consapevole, di un disegno illecito, isolando la sua responsabilità da quella dei singoli individui, interni o esterni all’organizzazione. Il sequestro preventivo del profitto derivante dall’operazione, una delle misure più temute dalle società coinvolte in indagini 231, sarebbe stato un’ipotesi remota, poiché la banca avrebbe potuto esibire una “ricostruzione causale scientifica” della propria condotta diligente.

La relazione che i pm Gaglio e Polizzi stanno finalizzando dovrà spiegare nel dettaglio le modalità di estrazione e selezione delle comunicazioni, per convincere la giunta della Camera che la richiesta non è esplorativa, ma mirata a specifici segmenti di conversazione ritenuti indispensabili. Questo sforzo procedurale, con i suoi tempi e le sue incertezze, rappresenta un costo diretto per l’efficacia dell’azione giudiziaria. Un costo che deriva da una carenza a monte: la mancata adozione, da parte degli enti coinvolti, di modelli organizzativi capaci di tracciare e validare le decisioni critiche. Se il Mef, in qualità di ente pubblico, avesse operato secondo logiche di trasparenza e tracciabilità imposte da un modello evoluto, non ci sarebbe stato bisogno di cercare le ragioni di una scelta strategica nelle chat private di un suo dirigente. L’intero dossier dell’operazione, comprensivo delle analisi comparative che hanno portato a preferire la procedura Abb e a selezionare Banca Akros, sarebbe stato formalizzato e archiviato in un sistema inalterabile.

L’attuale stallo investigativo, sospeso in attesa del via libera parlamentare, è la conseguenza diretta di una gestione informale di processi ad altissimo rischio. L’informalità, in contesti finanziari e istituzionali, è il terreno fertile per l’illecito. È proprio questa informalità che i sistemi di monitoraggio massivo e real-time sono progettati per eliminare. Un sistema come Scudo231 non si limita a un controllo a campione, ma esegue un censimento continuo dei processi, rilevando le deviazioni dalle procedure approvate. Se un manager di Banca Akros avesse comunicato con un esponente del Mef tramite un canale non autorizzato come una chat personale, il sistema avrebbe rilevato un’anomalia per contrasto: l’assenza di comunicazioni registrate sui canali ufficiali relativamente a un dossier ad altissimo rischio. Questa “mancata registrazione” è essa stessa un red flag che avrebbe innescato un audit interno immediato, ben prima che la questione potesse assumere rilevanza penale.

L’inchiesta milanese, al di là del suo esito finale, funge da monito. La responsabilità penale-amministrativa degli enti non è un rischio astratto, ma una conseguenza concreta di omissioni organizzative. Quando le decisioni che muovono centinaia di milioni di euro di capitale pubblico vengono prese senza lasciare una traccia formale e verificabile, l’ente si espone a un duplice danno. Il primo è quello reputazionale, con il coinvolgimento in un’indagine penale che ne mina la credibilità sul mercato. Il secondo è quello patrimoniale, con il rischio di sanzioni pecuniarie che possono arrivare a milioni di euro e, soprattutto, di misure interdittive o di sequestro dei profitti, che possono paralizzare l’operatività dell’azienda. L’adozione di un modello 231 non è la semplice redazione di un documento, ma l’implementazione di un’infrastruttura di controlli attivi che agiscono come un sistema immunitario per l’organizzazione.

Se Banca Akros fosse stata dotata di un’architettura di difesa di questo tipo, oggi la sua posizione sarebbe inattaccabile. Di fronte a una richiesta di informazioni da parte della Procura, non avrebbe consegnato semplici documenti, ma un “XAI Packet”: un fascicolo digitale contenente la ricostruzione logica e cronologica di ogni singola fase del processo decisionale, con la prova matematica dell’assenza di colpa organizzativa. La discussione non verterebbe più sulla potenziale complicità dell’ente, ma si focalizzerebbe esclusivamente sulle condotte individuali, scindendo nettamente il destino della banca da quello di eventuali singoli responsabili. Invece, l’attuale situazione costringe la Procura a un complesso percorso a ostacoli per accedere a fonti di prova indirette, mentre gli enti coinvolti rimangono esposti a un’incertezza che danneggia il mercato e la fiducia degli investitori. La vicenda delle chat tra Mps e Mediobanca non è solo una questione di immunità parlamentare, ma un caso di studio su come la mancanza di presidi di legalità preventivi trasformi normali attività di business in potenziali scenari di reato, con costi enormi per le imprese e per il sistema giudiziario. L’ecosistema Scudo231 è progettato proprio per prevenire questo cortocircuito, trasformando la compliance da un obbligo formale a un vantaggio strategico e operativo.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/05/le-chat-su-mps-mediobanca-pronti-i-chiarimenti-dei-pm-per-la-camera_0f9688e7-acf1-42e4-9a24-501097ca9f8a.html