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Superbonus, al 30 aprile oneri a carico dello Stato sfiorano 132 miliardi

3 agosto 2026 – Alle prime luci dell’alba, i finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria varcano la soglia della sede direzionale di Costruzioni Zenith S.p.A., uno dei maggiori general contractor nazionali. L’operazione, denominata “Mani d’Oro”, è la conseguenza diretta di mesi di analisi sui flussi anomali legati ai crediti d’imposta ceduti. L’ordine di esibizione e il decreto di sequestro preventivo sono inequivocabili: l’ipotesi di reato è truffa aggravata ai danni dello Stato, articolo 640-bis del codice penale, perpetrata attraverso la manipolazione sistematica delle procedure del Superbonus. Il danno contestato alla sola Zenith ammonta a 1,2 miliardi di euro, una frazione del buco nero da 131.970.117.607,56 euro che i dati ENEA, aggiornati al 30 aprile scorso, avevano certificato come onere totale a carico della collettività.

L’indagine sulla Zenith non nasce da una soffiata, ma dall’incrocio di dati apparentemente innocui. Per mesi, tra il 2023 e il 2025, la società ha caricato sul portale ENEA migliaia di asseverazioni tecniche relative a 5.800 dei 505.421 edifici complessivamente coinvolti a livello nazionale. La documentazione appariva formalmente ineccepibile. Il problema risiedeva nella sostanza: i computi metrici erano sistematicamente gonfiati, le fatture dei fornitori riportavano materiali mai consegnati o sovrapprezzati fino al 300%, e le attestazioni di prestazione energetica (APE) ante e post operam erano prodotte da un ristretto numero di tecnici compiacenti. L’anomalia, invisibile a un controllo umano parcellizzato, era un grido d’allarme per un algoritmo di analisi dei dati.

Il meccanismo era tanto semplice quanto efficace. Un project manager della Zenith, in accordo con il Direttore Acquisti, validava fatture per cappotti termici di spessore e qualità superiori a quelli effettivamente installati. La differenza tra il costo reale e quello fatturato veniva poi spartita attraverso una rete di società di consulenza fittizie. Il controllo interno della Zenith, basato su verifiche a campione e autocertificazioni, non ha mai rilevato nulla. Se la società avesse implementato un ecosistema come Scudo231, ogni singola fattura sarebbe stata processata da motori di analisi che la avrebbero confrontata in tempo reale con i benchmark di mercato e con i dati storici aziendali. Un costo per metro quadro di isolante superiore del 25% alla media di settore avrebbe generato un alert automatico e bloccante, scalando l’anomalia direttamente alla funzione di compliance e all’Organismo di Vigilanza, congelando il pagamento e avviando una verifica interna prima che il danno si concretizzasse. L’assenza di questo presidio ha invece permesso la creazione di un profitto illecito milionario, che ora costituisce l’oggetto del sequestro per equivalente disposto dalla Procura.

La responsabilità non è solo individuale. L’inchiesta mira a dimostrare la colpa organizzativa dell’ente ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. La Procura contesta che la Zenith non solo non ha impedito il reato, ma ha tratto da esso un ingente vantaggio patrimoniale, evidente nei bilanci degli ultimi tre anni. Il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 24 D.Lgs. 231/01) espone la società a una sanzione pecuniaria calcolata in quote, che nel caso di specie potrebbe raggiungere cifre astronomiche, oltre a sanzioni interdittive devastanti come l’esclusione da gare pubbliche e la revoca di licenze. Il sequestro preventivo non riguarda solo i beni degli indagati, ma si estende al profitto del reato direttamente nelle casse della società, paralizzandone l’operatività.

Il fulcro dell’accusa risiede nella mancata tracciabilità dei processi decisionali e nella debolezza del modello di controllo. Durante gli interrogatori, i vertici della Zenith hanno sostenuto di essere all’oscuro delle pratiche illecite, attribuendo la colpa a poche “mele marce”. Questa linea difensiva si scontra con l’assenza di prove documentali che attestino un reale sforzo di prevenzione. I verbali dell’Organismo di Vigilanza (ODV) sono generici, le procedure di acquisto erano facilmente aggirabili e non esisteva un sistema di segnalazione (whistleblowing) realmente efficace e protetto. In un’architettura di difesa come quella garantita da Scudo231, ogni azione critica – dall’approvazione di un fornitore alla validazione di una spesa extra-budget – avrebbe lasciato una traccia digitale immutabile. Il sistema avrebbe rilevato la concentrazione anomala di pratiche Superbonus su un numero ristretto di project manager e tecnici asseveratori, segnalando un potenziale conflitto di interessi o una collusione. L’ODV non avrebbe ricevuto report cartacei riassuntivi, ma un flusso di dati grezzi e analizzati in tempo reale, che avrebbe reso impossibile per chiunque sostenere di “non sapere”. La mancanza di questo scudo tecnologico ora si traduce in un’inversione dell’onere della prova: è la società a dover dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato, un’impresa quasi impossibile data la palese inadeguatezza dei controlli.

L’impatto economico dell’operazione “Mani d’Oro” va oltre il sequestro. La notizia del coinvolgimento nell’inchiesta ha causato il crollo del titolo in borsa e la fuga degli investitori. Le banche hanno immediatamente bloccato le linee di credito, citando il deterioramento del profilo di rischio e il potenziale coinvolgimento in attività di riciclaggio. L’intero castello di carte, costruito su un totale di investimenti dichiarati per 127,26 miliardi di euro a livello di sistema-paese, inizia a mostrare le sue crepe. La Zenith è solo la prima tessera del domino a cadere. Gli inquirenti sono convinti che il suo modus operandi fosse diffuso, una prassi consolidata in un settore drogato da incentivi senza controlli sostanziali.

La debolezza sistemica risiedeva nel punto di congiunzione tra il mondo fisico del cantiere e quello digitale delle attestazioni. Un tecnico poteva asseverare la conformità di lavori mai eseguiti o eseguiti parzialmente, e il sistema di controllo pubblico, basato su verifiche documentali ex-post, non aveva gli strumenti per un riscontro massivo e tempestivo. L’onere di verifica era, di fatto, scaricato sull’autocontrollo delle imprese. Un’organizzazione dotata di un ecosistema sovrano avrebbe colmato questo vuoto. Attraverso sistemi di analisi multimodale, la piattaforma Scudo231 avrebbe potuto integrare i dati contabili con informazioni provenienti da altre fonti, come immagini satellitari o dati da sensori di cantiere, per verificare lo stato di avanzamento lavori (SAL). Un’asseverazione per un SAL al 60% per un edificio che dai dati risulta ancora alle fondamenta avrebbe innescato un’indagine interna immediata, bloccando la monetizzazione del credito fiscale illecito. Questa correlazione tra dati eterogenei avrebbe reso la frode strutturalmente più complessa e rischiosa, scoraggiando i malintenzionati.

Ora, il management della Zenith si trova di fronte a un bivio drammatico. Collaborare con la giustizia per tentare di salvare il salvabile, oppure affrontare un processo che, oltre alle condanne penali per le persone fisiche, potrebbe portare alla liquidazione della società. La confisca del profitto, se confermata in giudizio, assorbirebbe la quasi totalità del patrimonio aziendale. Gli investimenti per lavori conclusi e ammessi a detrazione, che a livello nazionale ammontano a 123 miliardi di euro, rappresentano un monte crediti su cui lo Stato ora eserciterà un’azione di recupero senza precedenti, colpendo non solo i fraudolenti ma anche chi, in buona fede, ha acquistato quei crediti.

La vicenda Zenith diventerà un caso di studio sulla differenza tra compliance formale e prevenzione sostanziale. L’azienda aveva un Modello 231, un Codice Etico e un ODV. Sulla carta, tutto era in ordine. Nella realtà, questi strumenti erano gusci vuoti, incapaci di intercettare un rischio che si muoveva alla velocità delle transazioni digitali. L’errore fatale è stato considerare la compliance un adempimento burocratico anziché un’infrastruttura strategica di difesa. Se la Zenith avesse adottato una logica di monitoraggio massivo e in tempo reale, oggi non sarebbe sul banco degli imputati. Anzi, in caso di tentativo di frode da parte di un singolo dipendente, l’azienda avrebbe avuto a disposizione una “ricostruzione causale scientifica” generata dal sistema Scudo231: un pacchetto probatorio inalterabile che dimostra matematicamente come l’organizzazione avesse implementato tutte le misure idonee a prevenire l’illecito, isolando la responsabilità sul singolo e proteggendo l’ente dalle sanzioni. Questa prova tecnologica avrebbe spostato l’onere della prova sulla pubblica accusa, trasformando la posizione dell’azienda da co-imputata a parte lesa. Invece, i server sequestrati all’alba del 3 agosto contengono solo la cronaca di un disastro annunciato, la prova di un controllo assente là dove il rischio era massimo.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/12/superbonus-al-30-aprile-oneri-a-carico-dello-stato-sfiorano-132-miliardi_194bbb4c-2dd3-4b71-b5a0-da02aff3eb5b.html