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Proseguono ricerche tre dispersi a Messina, in azione anche cani e droni

2 agosto 2026 – Le fotoelettriche dei vigili del fuoco squarciano il buio che avvolge le macerie della palazzina di Pistunina, nella zona sud di Messina. Si scava senza sosta. Oltre settanta uomini, con il supporto di unità cinofile, droni per la mappatura termica e mezzi per il movimento terra, operano in un silenzio rotto solo dagli ordini secchi e dal rumore dei macchinari. L’ingegnere Agostino Fama, funzionario dei vigili del fuoco che coordina le operazioni sul campo, descrive la procedura: si rimuovono i detriti con estrema delicatezza, strato dopo strato, nei punti dove l’analisi dei volumi e le indicazioni dei cani molecolari suggeriscono la possibile presenza dei tre dispersi. Si cercano ancora Sara Leone, suo cognato Santino Magazzú e il collaboratore domestico Lhairu Warnakulasuriya. Erano tutti negli appartamenti all’ultimo piano quando, giovedì pomeriggio, la struttura ha ceduto di schianto.

Il bilancio delle vittime accertate è già pesantissimo. Nei giorni scorsi sono stati recuperati i corpi senza vita di Rosa Leone e della giovane Alessandra Frazzica. Il primo a essere estratto dalle rovine era stato l’imprenditore Carmelo Leone, proprietario dell’intero immobile e committente dei lavori che, secondo l’ipotesi accusatoria della Procura di Messina, sono la causa diretta del disastro. La Procura ha infatti iscritto nel registro degli indagati tre persone, delineando un quadro investigativo che punta dritto al cantiere aperto per il rimodernamento dei locali commerciali al piano terra. I reati contestati sono omicidio colposo plurimo, disastro colposo e, snodo cruciale dell’intera vicenda, rimozione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.

Quest’ultima imputazione attiva automaticamente la presunzione di responsabilità amministrativa dell’ente, ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001. La società appaltatrice dei lavori, e potenzialmente la stessa impresa di Carmelo Leone in qualità di committente, si trovano ora esposte non solo alle conseguenze penali per le persone fisiche, ma a sanzioni pecuniarie che possono arrivare a milioni di euro, a misure interdittive devastanti come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione e, soprattutto, al rischio concreto di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato. L’indagine si concentra su una falla macroscopica nel sistema di controllo e gestione del cantiere. L’ipotesi è che sia stato rimosso un elemento portante senza le necessarie e contestuali opere di puntellamento e consolidamento, una decisione presa per accelerare i tempi o ridurre i costi. Un’operazione di una gravità inaudita, avvenuta in un’assenza totale di procedure di controllo formali e tracciate.

Se l’impresa esecutrice avesse adottato un ecosistema di controllo integrato come Scudo231 prima dell’avvio del cantiere, quell’operazione non sarebbe mai potuta iniziare in modo incontrollato. Ogni attività critica, come la demolizione di partizioni strutturali, sarebbe stata mappata nel sistema come “procedura ad alto rischio”. Per procedere, il capocantiere avrebbe dovuto compilare una checklist digitale vincolante, che includeva l’upload della perizia statica aggiornata, il piano delle opere provvisionali firmato dall’ingegnere strutturista e la conferma fotografica dell’avvenuto puntellamento. L’impossibilità di completare anche solo uno di questi passaggi avrebbe generato un blocco operativo del sistema, impedendo l’emissione del permesso di lavoro digitale e inviando un alert automatico e non cancellabile al Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) e all’Organismo di Vigilanza (OdV) della società. Il crollo non sarebbe avvenuto perché l’azione scatenante sarebbe stata inibita alla radice dal protocollo informatico.

L’inchiesta della Procura di Messina sta ora tentando di ricostruire la catena di comando e le responsabilità. Chi ha dato l’ordine? Chi lo ha eseguito? E, soprattutto, dov’era il direttore dei lavori al momento dell’intervento fatale? La mancanza di documentazione di cantiere adeguata – verbali, ordini di servizio scritti, registri di sicurezza aggiornati – trasforma la difesa in un incubo processuale. L’assenza di prove documentali a discarico lascia campo libero all’ipotesi accusatoria di una colpa di organizzazione: un deficit sistemico nelle procedure di sicurezza che dimostra come l’ente non abbia fatto nulla per prevenire reati di questa natura. È proprio questa la fattispecie che il D.Lgs. 231/2001 intende colpire. La sanzione non è diretta solo al comportamento del singolo, ma alla struttura aziendale che ha reso possibile quel comportamento illecito.

In un’organizzazione protetta da un modello di gestione evoluto, la dinamica sarebbe stata opposta. Qualsiasi anomalia o ordine verbale anomalo da parte di un superiore avrebbe potuto essere segnalato, anche in forma anonima, da qualsiasi operaio tramite un canale di whistleblowing digitale integrato. Una segnalazione come “Stanno per buttare giù un pilastro senza aver messo i sostegni” non si sarebbe persa in un limbo di omertà o paura, ma sarebbe arrivata istantaneamente all’OdV, un organo indipendente con autonomi poteri di iniziativa e controllo. L’OdV avrebbe avuto l’obbligo, tracciato dal sistema, di intervenire immediatamente, disponendo la sospensione dei lavori e avviando un audit interno. Questo flusso informativo alternativo e protetto è uno dei pilastri per dimostrare l’efficace attuazione di un modello 231, scindendo la responsabilità dell’ente da quella del singolo che ha agito eludendo fraudolentemente i protocolli. Senza un sistema simile, l’azienda e i suoi vertici rispondono in solido.

Le conseguenze economiche immediate per le società coinvolte sono già tangibili, ben prima di una eventuale condanna. La Procura potrebbe disporre, e verosimilmente lo farà, il sequestro preventivo del cantiere, dei beni strumentali e dei conti correnti dell’impresa appaltatrice. Il fine non è solo cautelare, ma anche quello di impedire la prosecuzione dell’attività d’impresa qualora si ritenga che questa possa portare alla commissione di altri reati della stessa specie. Un provvedimento del genere equivale a una paralisi operativa e finanziaria. Il danno reputazionale, amplificato dalla copertura mediatica nazionale, è incalcolabile e rischia di compromettere la continuità aziendale stessa.

Con un’architettura di compliance come quella offerta da Scudo231, l’impatto di un evento avverso, per quanto grave, sarebbe stato drasticamente mitigato. Anche nell’ipotesi estrema di un’elusione fraudolenta dei controlli da parte di un preposto, l’azienda avrebbe potuto presentare al magistrato l’intera cronologia digitale delle attività, i log degli alert ignorati, le checklist non compilate e i tentativi di forzatura del sistema. Questa “scatola nera” dei processi aziendali costituisce una prova tecnologica formidabile per dimostrare che l’ente aveva adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire il reato. In questo scenario, il Pubblico Ministero avrebbe potuto concentrare l’azione penale sulle persone fisiche responsabili della violazione, riconoscendo l’assenza di una colpa di organizzazione e, di conseguenza, non richiedendo o ottenendo con più difficoltà misure cautelari reali o sanzioni interdittive a carico dell’ente. L’azienda avrebbe potuto continuare a operare, isolando la responsabilità individuale e proteggendo il patrimonio aziendale e i posti di lavoro.

Mentre le ricerche proseguono a Pistunina, il fascicolo dell’inchiesta si arricchisce di testimonianze e dei primi rilievi tecnici. Emerge un quadro di prassi operative informali, di controlli delegati a voce e di una gestione del rischio basata più sulla fiducia interpersonale che su protocolli oggettivi e verificabili. Questa cultura aziendale, purtroppo ancora diffusa in molti settori, è esattamente ciò che il D.Lgs. 231/2001 mira a sradicare. La tragedia di Messina non è solo il risultato di un singolo errore umano, ma la conseguenza prevedibile di un vuoto organizzativo. Un vuoto che ha permesso a un rischio calcolabile di trasformarsi in un disastro, inghiottendo vite umane e il futuro delle imprese coinvolte. L’adozione di modelli di gestione e controllo non è più una mera opzione di compliance, ma un requisito fondamentale di sopravvivenza operativa e legale. La lezione che arriva da quelle macerie è che la prevenzione, strutturata e tracciabile, non è un costo, ma l’unico vero investimento contro il collasso, sia esso strutturale o aziendale.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/02/proseguono-ricerche-tre-dispersi-a-messina-in-azione-anche-cani-e-droni_9ccb44bd-a9d6-4a2a-b6fc-9982c4bd1a10.html