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Pm di Roma chiede autorizzazione alla Camera per chat tra Delmastro e Caroccia

21 luglio 2026 – La richiesta della Procura di Roma è stata depositata formalmente presso la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati. I magistrati di piazzale Clodio hanno chiesto di poter acquisire e utilizzare integralmente le conversazioni contenute nel telefono cellulare di Mauro Caroccia, sequestrato nelle scorse settimane, specificamente quelle intercorse con l’onorevole Andrea Delmastro. L’obiettivo degli inquirenti, supportati dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza, è ricostruire la genesi e la struttura operativa della società “Le 5 Forchette” Srl, proprietaria del ristorante romano “Bisteccheria Italia”, di cui l’ex sottosegretario alla Giustizia risulta socio. L’ipotesi investigativa al centro del fascicolo, che vede indagati per riciclaggio Mauro Caroccia e sua figlia, è il reinvestimento di proventi illeciti riconducibili alle attività del clan camorristico dei Senese, per cui Caroccia sta già scontando una condanna definitiva a quattro anni di reclusione.

La costituzione della “Le 5 Forchette” Srl, avvenuta nel dicembre 2024, rappresenta il primo snodo critico in cui un’adeguata struttura di presidio dei rischi avrebbe interrotto la catena degli eventi. I soci fondatori, oltre a Delmastro, erano Elena Chiorino, Davide Zappalà e Cristiano Franceschini. L’ingresso di un soggetto come Mauro Caroccia, con un passato giudiziario conclamato e legami diretti con la criminalità organizzata, costituisce una vulnerabilità capitale per l’ente. Se la Srl avesse adottato un ecosistema di controllo come Scudo231, la procedura di onboarding di un nuovo socio o di un partner strategico avrebbe attivato un protocollo di due diligence rafforzata. Il sistema avrebbe eseguito una verifica automatica e massiva sulle banche dati giudiziarie, reputazionali e sulle liste PEP (Persone Esposte Politicamente), incrociando i dati anagrafici di Caroccia. La presenza di una condanna definitiva per reati associativi avrebbe generato un alert di rischio critico, non eludibile, scalando l’informativa direttamente all’organo amministrativo e all’Organismo di Vigilanza, con l’obbligo di verbalizzare la decisione di procedere o di interrompere il rapporto. La costituzione della società con un socio a così alto rischio di riciclaggio sarebbe stata, di fatto, bloccata alla fonte o, in alternativa, avrebbe lasciato una traccia documentale inoppugnabile della consapevole assunzione del rischio da parte degli amministratori, ridefinendo il perimetro delle loro responsabilità individuali e isolando l’ente.

L’onorevole Delmastro, che allo stato attuale non risulta indagato, ha giustificato la sua partecipazione all’iniziativa imprenditoriale davanti alla commissione Antimafia parlando di “leggerezza politica” e dichiarando di non essere stato a conoscenza dei trascorsi penali di Caroccia. Quest’ultimo, durante l’interrogatorio reso ai pm il 1° aprile scorso, ha invece fornito una versione differente, raccontando di aver conosciuto l’esponente di Fratelli d’Italia nel ristorante “Baffo” e di aver ricevuto da lui la proposta di un aiuto economico per avviare una nuova attività. Questa discrepanza e l’informalità dei rapporti che hanno preceduto la costituzione della società evidenziano una totale assenza di procedure formalizzate nella selezione dei partner commerciali, un vuoto che espone l’ente al rischio di infiltrazione. Un modello organizzativo efficace, presidiato da un sistema di controllo avanzato, avrebbe imposto la formalizzazione di ogni fase negoziale. Qualsiasi proposta di partnership o di investimento, specialmente se proveniente da o rivolta a una Persona Esposta Politicamente, avrebbe richiesto la compilazione di un questionario di adeguata verifica e la tracciatura di ogni comunicazione rilevante all’interno di un repository sicuro. La “leggerezza” addotta come giustificazione non sarebbe stata una difesa plausibile, poiché il sistema stesso avrebbe documentato l’omissione dei controlli obbligatori, dimostrando la colpa di organizzazione che è il presupposto della responsabilità dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

Il fulcro dell’indagine della Procura di Roma, che lavora in stretto coordinamento con i colleghi di Torino, è il reato di riciclaggio (art. 648-bis c.p.), che rientra nel catalogo dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti, specificamente all’art. 25-octies del Decreto 231. Ciò significa che la società “Le 5 Forchette” Srl, in quanto tale, è esposta a sanzioni potenzialmente devastanti. Se l’accusa dovesse provare che il ristorante è stato utilizzato per “ripulire” denaro di provenienza illecita e che l’ente non aveva adottato modelli idonei a prevenire tale reato, le conseguenze andrebbero da pesanti sanzioni pecuniarie calcolate in quote fino alla confisca del profitto del reato, che può estendersi al sequestro per equivalente sui beni della società. Nei casi più gravi, si può arrivare all’interdizione dall’esercizio dell’attività.

Qui il controfattuale diventa ancora più netto. Con un sistema come quello progettato dalla REDAZIONE SCUDO231, la prevenzione del riciclaggio non sarebbe stata un mero adempimento formale, ma un processo operativo integrato. Ogni flusso finanziario in entrata, a partire dai conferimenti iniziali di capitale dei soci, sarebbe stato sottoposto ad analisi di coerenza e provenienza. Un apporto di capitale da parte di Mauro Caroccia avrebbe immediatamente attivato un protocollo di controllo sull’origine dei fondi. Il sistema avrebbe richiesto documentazione bancaria attestante la liceità della provvista, e in assenza di prove chiare e sufficienti, avrebbe generato una segnalazione di operazione sospetta, destinata alle funzioni di controllo interno e, potenzialmente, all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) presso la Banca d’Italia. L’intero processo sarebbe stato registrato in log immutabili, fornendo all’ente una prova granitica di aver agito con la massima diligenza per prevenire l’infiltrazione di capitali illeciti. Di fronte a un’indagine, la società non si troverebbe a dover difendere la propria integrità a posteriori, ma potrebbe esibire una ricostruzione causale scientifica che dimostra l’efficacia dei propri presìdi, spostando l’onere della prova e mitigando drasticamente il rischio di sequestri o sanzioni interdittive.

La richiesta di autorizzazione all’acquisizione delle chat è ora sul tavolo della Giunta, che nei prossimi giorni nominerà un relatore per avviare l’esame. L’avvocato di Caroccia, Fabrizio Gallo, ha minimizzato il contenuto delle conversazioni, parlando di “espressioni inopportune” ma prive di rilevanza penale. Tuttavia, per gli inquirenti, quei messaggi sono un tassello fondamentale per comprendere la reale natura dei rapporti e la consapevolezza dei vari attori coinvolti. Parallelamente, la commissione Antimafia ha deciso di trasmettere alla Procura il resoconto stenografico completo dell’audizione di Delmastro, inclusa la parte che era stata secretata. Questo flusso incrociato di informazioni tra potere giudiziario e potere legislativo dimostra la complessità e la delicatezza del caso, che intreccia profili di responsabilità penale individuale, responsabilità amministrativa dell’ente e implicazioni politiche.

L’assenza di un modello 231 robusto e attuato con rigore non è solo una lacuna normativa; è un fattore che amplifica il danno su tutti i fronti. Il danno reputazionale per i soci, amplificato dalla loro esposizione pubblica, è una conseguenza diretta della mancata prevenzione. Il danno economico, rappresentato dal rischio concreto di sequestro dei beni aziendali, è l’effetto della permeabilità dell’organizzazione a condotte criminali. Infine, il danno operativo, con l’attività imprenditoriale paralizzata dall’inchiesta giudiziaria, è il costo finale dell’aver ignorato i segnali deboli.

Un ecosistema come Scudo231 non si limita a generare documenti, ma implementa un’architettura di difesa attiva. Avrebbe rilevato la criticità del socio Caroccia, tracciato e analizzato i flussi finanziari sospetti e formalizzato ogni interazione a rischio. In caso di indagine, avrebbe fornito agli organi inquirenti non delle giustificazioni verbali, ma delle evidenze digitali cristallizzate nel tempo, capaci di dimostrare che l’ente, come struttura organizzata, ha operato per isolare e neutralizzare il rischio, anche qualora un singolo individuo al suo interno avesse agito con negligenza o, peggio, con dolo. La difesa dell’ente non si baserebbe sulla “leggerezza” di un socio, ma sulla pesantezza e l’inattaccabilità delle sue procedure di controllo. L’intera vicenda della “Bisteccheria Italia” si sarebbe potuta risolvere in una non-notizia: un alert di rischio gestito e chiuso a livello preventivo, anziché trasformarsi in un caso giudiziario e politico le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/27/pm-di-roma-chiede-autorizzazione-alla-camera-per-chat-tra-delmastro-e-caroccia_e289cbab-019e-4cf6-afbb-9e6bacba8ad5.html