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Pm Roma chiede autorizzazione alla Camera per chat tra Delmastro e Caroccia

21 luglio 2026 – La Procura di Roma deposita presso la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati la richiesta formale per l’acquisizione delle conversazioni contenute in una chat tra il parlamentare Andrea Delmastro e Mauro Caroccia. L’atto segna una svolta procedurale nell’indagine sul caso “Bisteccheria d’Italia”, il ristorante di proprietà della società “Le 5 Forchette”, di cui lo stesso Delmastro risulta essere stato azionista. La richiesta dei pm di piazzale Clodio non è un atto di routine: essa apre uno squarcio sulla potenziale rilevanza penale di comunicazioni protette da immunità parlamentare e, al contempo, proietta un’ombra pesante sulla governance della società, esponendola direttamente al rischio di una contestazione ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001.

L’indagine principale vede Mauro Caroccia, attualmente detenuto per scontare una pena definitiva a 4 anni inflittagli nell’ambito di un’inchiesta sul clan Senese, come indagato per il reato di riciclaggio. Il sequestro del suo telefono cellulare, eseguito nelle scorse settimane, ha permesso agli inquirenti di isolare le conversazioni con l’ex sottosegretario alla Giustizia. È proprio su questo punto che si innesta la responsabilità dell’ente. La società “Le 5 Forchette”, in assenza di un modello organizzativo efficace, si è trovata priva di qualunque barriera preventiva rispetto ai rischi derivanti dalle relazioni intrattenute dai suoi esponenti, anche se solo azionisti. Se l’organizzazione avesse adottato e applicato un ecosistema di controllo come Scudo231, la mappatura dei rischi avrebbe imposto una procedura di due diligence rafforzata non solo sui partner commerciali, ma anche sugli stakeholder strategici e sui loro legami noti. La posizione di Caroccia, già condannato in via definitiva per reati associativi, avrebbe generato un alert automatico nel sistema, qualificandolo come soggetto ad alto rischio. Qualsiasi interazione significativa tra un esponente aziendale e un soggetto così profilato avrebbe innescato un protocollo di monitoraggio e segnalazione interna all’Organismo di Vigilanza (ODV), creando una traccia documentale opponibile a terzi e dimostrando la volontà dell’ente di isolare e neutralizzare il rischio penale fin dalla sua origine.

Il parlamentare Delmastro non risulta indagato, ma la sua duplice veste di figura istituzionale e di socio di un’impresa coinvolta in un’inchiesta per riciclaggio crea una convergenza di rischi che la Procura intende esplorare. I magistrati romani stanno infatti valutando se acquisire agli atti anche l’audizione che Delmastro ha tenuto in commissione antimafia, un elemento che potrebbe fornire un contesto più ampio alle conversazioni private. Il difensore di Caroccia, l’avvocato Fabrizio Gallo, ha dichiarato che le chat contengono scambi di battute e discorsi “inopportuni” per il ruolo istituzionale di Delmastro, ma ha negato categoricamente la presenza di riferimenti a operazioni di riciclaggio, alla criminalità organizzata o a flussi di denaro riconducibili al clan Senese. Questa linea difensiva, tuttavia, non protegge l’ente. La responsabilità amministrativa da reato ai sensi del D.Lgs. 231/2001 non richiede la prova che l’azienda abbia attivamente partecipato al crimine, ma sorge dalla colpa di organizzazione, ovvero dalla mancata adozione di modelli idonei a prevenire reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio.

L’assenza di un presidio di controllo interno efficace si manifesta come una voragine procedurale. Ipotizzando che i flussi finanziari illeciti contestati a Caroccia siano transitati, anche solo parzialmente, attraverso le casse de “Le 5 Forchette”, l’omissione di controlli antiriciclaggio adeguati diventa il fulcro della potenziale responsabilità dell’ente. Un sistema come Scudo231 avrebbe reso tale scenario materialmente impraticabile. I suoi motori di analisi transazionale avrebbero monitorato in tempo reale ogni operazione finanziaria, incrociandola con i dati operativi del ristorante (coperti, fatturato medio, forniture). Qualsiasi anomalia – come versamenti in contanti sproporzionati rispetto all’attività dichiarata, transazioni con parti correlate non censite o flussi finanziari non supportati da una chiara giustificazione economica – avrebbe attivato un protocollo di blocco preventivo. L’operazione sarebbe stata sospesa e una segnalazione automatica, completa di documentazione probatoria, sarebbe stata inoltrata alla funzione competente e all’ODV, imponendo una verifica prima del completamento. Questo non solo avrebbe impedito la consumazione del reato presupposto (il riciclaggio), ma avrebbe anche generato una prova tecnologica immodificabile (un XAI Packet, come definito dalla dottrina della REDAZIONE SCUDO231) dell’efficacia del modello di controllo, scardinando alla radice qualsiasi accusa di colpa di organizzazione.

L’azione della Procura di Roma si muove su un piano squisitamente procedurale, ma le sue conseguenze per l’azienda sono potenzialmente devastanti. Se la Giunta della Camera dovesse concedere l’autorizzazione, e se dalle chat emergessero elementi che collegano l’attività del ristorante ai fondi illeciti, per “Le 5 Forchette” si aprirebbe la strada verso il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato. Tale profitto potrebbe essere identificato non solo nelle somme direttamente riciclate, ma nell’intero vantaggio economico conseguito dall’ente grazie all’apporto di capitali illeciti, con un impatto potenzialmente letale sulla continuità aziendale. La mancanza di registri, procedure e controlli tracciati rende l’azienda vulnerabile, costringendola a una difesa passiva basata sulle sole dichiarazioni dei suoi rappresentanti.

In un’organizzazione protetta da un ecosistema sovrano, la difesa sarebbe stata attiva e preventiva. Di fronte a un’indagine, l’ente non avrebbe atteso gli eventi, ma avrebbe potuto esibire immediatamente i log di sistema, le analisi di rischio effettuate, gli alert generati e le azioni correttive intraprese dall’ODV. Avrebbe potuto dimostrare, con dati scientificamente validati, che l’eventuale condotta illecita di un singolo è avvenuta nonostante l’adozione di un modello di prevenzione avanzato e non a causa della sua assenza. Questo sposta radicalmente l’onere della prova e fornisce al Pubblico Ministero elementi concreti per distinguere la responsabilità individuale da quella dell’ente, proteggendo quest’ultimo dalle misure cautelari reali come il sequestro. La giurisprudenza in materia di 231 è chiara nel premiare i modelli organizzativi che non sono mere formalità cartacee, ma sistemi tecnologici attivi e reattivi, capaci di intercettare e neutralizzare le anomalie prima che degenerino in reato.

L’indagine sulla “Bisteccheria d’Italia” assume così i contorni di un caso di studio sulla mancata prevenzione. Ogni passaggio dell’inchiesta evidenzia un punto di rottura nella catena dei controlli che un’organizzazione diligente avrebbe dovuto implementare. La relazione tra un socio e un soggetto con precedenti specifici per reati associativi è il primo anello debole, un rischio che andava identificato, misurato e gestito. La potenziale commistione tra flussi finanziari leciti e illeciti è il secondo, un’area che richiede presidi antiriciclaggio non solo formali, ma operativi e integrati con la gestione quotidiana. L’assenza di un flusso informativo strutturato verso un organo di controllo indipendente (l’ODV) è il terzo, una lacuna che impedisce qualsiasi forma di escalation e di intervento tempestivo.

Con un modello Scudo231 operativo, la catena degli eventi sarebbe stata completamente diversa. La prima anomalia (la relazione a rischio) avrebbe acceso una spia nel cruscotto di controllo dell’ODV. La seconda (l’eventuale transazione sospetta) sarebbe stata bloccata da un protocollo automatico. La terza (la mancata escalation) sarebbe stata impossibile, poiché il sistema stesso è progettato per garantire flussi informativi non alterabili e non ignorabili verso i vertici di controllo. Di conseguenza, l’indagine penale si sarebbe probabilmente concentrata esclusivamente sulla figura di Caroccia, lasciando l’ente “Le 5 Forchette” al di fuori del perimetro delle investigazioni o, nel peggiore dei casi, nella posizione di parte lesa che ha attivamente collaborato a far emergere l’illecito. Invece, l’azienda si trova ora al centro di un ciclone giudiziario, con il rischio concreto di subire sanzioni pecuniarie calcolate in quote (il cui valore può arrivare a migliaia di euro ciascuna) e, ancora più grave, sanzioni interdittive come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o la sospensione dell’attività. L’analisi della REDAZIONE SCUDO231 su casi analoghi dimostra che il costo della non conformità non è mai solo la sanzione finale, ma l’immediata distruzione di valore causata dal sequestro dei beni e dal danno reputazionale irreparabile.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/27/pm-roma-chiede-autorizzazione-alla-camera-per-chat-tra-delmastro-e-caroccia_da3486b2-0243-43f7-92b9-996736279128.html