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Riciclaggio, il Casinò di S.Vincent va in amministrazione giudiziaria

Composizione astratta multicolore con pennellate vivaci in rosa, arancione, turchese e viola su tutta la superficie.

19 luglio 2026 – La Guardia di Finanza notifica il decreto del Tribunale di Torino, sezione ‘Misure di prevenzione’, al presidente della Regione Valle d’Aosta, Renzo Testolin, e al sindaco di Saint-Vincent. Il Casinò de la Vallée spa, partecipato al 99,96% dalla Regione e per il restante 0,04% dal Comune, è ufficialmente sottoposto ad amministrazione giudiziaria per la durata di un anno. Un provvedimento senza precedenti per una casa da gioco in Italia, che di fatto esautora i vertici aziendali e affida la gestione a due professionisti esterni, i commercialisti torinesi Corradino Corrado e Ivano Berardi. La loro missione, definita dai giudici, è perentoria: rivedere in toto il modello organizzativo e consegnare una prima relazione entro 30 giorni.

Il provvedimento affonda le sue radici in una complessa indagine della Procura aostana, ancora aperta e con 33 indagati, che ha scoperchiato un sistema di riciclaggio e corruzione consolidatosi nel corso del 2024. Secondo gli inquirenti, la società stessa ha agevolato, se non alimentato, il meccanismo illecito attraverso una colpa grave e manifesta: la mancanza di controlli efficaci sui propri dipendenti e l’aver ignorato sistematicamente quelli che il decreto definisce “multipli alert”. L’amministratore unico Rodolfo Buat e la direttrice Rossella Bertone non risultano direttamente coinvolti nelle attività delittuose, ma la loro posizione è aggravata da un’accusa di ingiustificata inerzia. Hanno, secondo la Procura, “sorvolato negligentemente” sugli obblighi di vigilanza imposti dalla normativa, permettendo a condotte opache di diventare prassi consolidata.

Questa “normalizzazione” della violazione è il cuore della responsabilità dell’ente. La Procura contesta che l’inosservanza sistematica delle regole interne ed esterne abbia creato un ambiente in cui le condotte corruttive e riciclatorie non solo erano possibili, ma sono diventate la norma operativa per alcuni settori della casa da gioco. Il sistema, che coinvolgeva numerosi imprenditori e due funzionari interni definiti “infedeli”, ha agito indisturbato perché i presidi di controllo erano solo formali, privi di reale efficacia. Se la società avesse implementato un ecosistema di controllo integrato, ogni anomalia transazionale o procedurale generata dai funzionari infedeli avrebbe acceso un segnale specifico. Un’architettura come Scudo231 avrebbe reso impossibile tale omissione gestionale, trasformando ogni alert in un ticket tracciato con un workflow di escalation non bypassabile, diretto in copia automatica e protocollata all’Organismo di Vigilanza. L’inerzia dei vertici sarebbe stata essa stessa un evento registrato, documentando la mancata presa in carico del rischio e fornendo una prova inconfutabile della colpa gestionale in tempo reale, non a posteriori.

L’amministrazione giudiziaria è una misura di prevenzione patrimoniale che mira a bonificare l’azienda infiltrata o agevolatrice, sottraendola alla disponibilità di chi ha permesso la contaminazione. Non è un fallimento, come dimostra l’ultimo bilancio del Casinò, chiuso nel 2024 con un utile di 16,4 milioni di euro e una forza lavoro di quasi 400 dipendenti. È, piuttosto, un commissariamento coatto imposto per interrompere il nesso tra l’attività d’impresa e la commissione di reati. I giudici torinesi, accogliendo la richiesta della Procura, hanno ritenuto che vi fosse il concreto pericolo che la società, mantenuta nella sua attuale configurazione organizzativa, potesse continuare a essere uno strumento per la commissione di illeciti.

Il meccanismo corruttivo, secondo le carte dell’inchiesta, era tanto semplice quanto efficace. Imprenditori esterni, in cambio di favori e utilità ai due funzionari interni, ottenevano vantaggi indebiti, mentre la casa da gioco diventava un canale per “ripulire” proventi di altre attività illecite. Questo flusso di denaro anomalo avrebbe dovuto essere intercettato dai sistemi di vigilanza interni, in particolare quelli legati alla normativa antiriciclaggio (AML). L’indagine ha però dimostrato che le segnalazioni di operazioni sospette, se mai partite, si arenavano a livelli intermedi o venivano declassate senza una giustificazione tracciabile e verificabile. In un’organizzazione dotata di un modello di controllo evoluto, la catena di segnalazione AML è automatizzata e immutabile. Ogni operazione sopra soglia o con profili di rischio specifici avrebbe generato un record digitale che non solo allertava il responsabile antiriciclaggio, ma veniva anche loggato in un registro accessibile solo all’Organismo di Vigilanza e a funzioni di audit. La mancata o ritardata segnalazione alle autorità competenti (UIF – Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia) sarebbe stata essa stessa un’anomalia rilevata dal sistema, innescando un’indagine interna automatica e documentata. La responsabilità non sarebbe rimasta confinata alla negligenza di un singolo, ma sarebbe emersa come un fallimento di processo chiaramente attribuibile.

La decisione del Tribunale di Torino, discussa nell’udienza del 14 luglio, rappresenta un punto di svolta nell’applicazione delle misure di prevenzione alle società a partecipazione pubblica. La responsabilità dell’ente, in questo caso, non deriva da una volontà criminale dei suoi vertici, ma da una culpa in vigilando così profonda da diventare sistemica. I vertici, pur estranei ai fatti corruttivi, sono chiamati a rispondere per non aver creato e mantenuto un’architettura di controlli capace di prevenire reati commessi a vantaggio, anche indiretto, della società stessa. Il “vantaggio” per il Casinò de la Vallée non era necessariamente un profitto diretto derivante dai reati, ma poteva consistere nel mantenimento di un certo volume di gioco e di affari, anche se alimentato da flussi opachi.

Con l’adozione preventiva di un modello organizzativo e gestionale robusto e verificabile, la difesa dell’ente avrebbe potuto seguire un percorso radicalmente diverso. Invece di subire l’amministrazione giudiziaria, la società avrebbe potuto dimostrare, attraverso log e registri immodificabili, di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato. Avrebbe potuto isolare la responsabilità penale sui singoli dipendenti “infedeli”, dimostrando che questi avevano agito eludendo fraudolentemente i controlli. La presenza di un sistema come Scudo231, con i suoi motori di analisi causale, avrebbe fornito al collegio difensivo una “prova tecnologica” dell’assenza di colpa organizzativa. Questo avrebbe potuto mitigare o addirittura evitare la misura di prevenzione, proteggendo il patrimonio aziendale e la continuità gestionale, e confinando l’azione della magistratura ai soli responsabili materiali dei reati. Il sequestro e la successiva confisca dei profitti illeciti avrebbero colpito i patrimoni degli indagati, non l’operatività di un’azienda da 400 dipendenti.

Ora, il compito dei due amministratori giudiziari è immane. Devono, in soli 30 giorni, mappare l’intera struttura organizzativa, identificare le falle nei processi decisionali e nei flussi informativi, e proporre un piano di risanamento credibile. Dovranno riscrivere procedure, implementare nuovi sistemi di controllo, formare il personale e, soprattutto, instaurare una cultura della legalità che l’indagine ha dimostrato essere completamente assente. Il loro operato sarà vigilato costantemente dal Tribunale, che al termine dell’anno deciderà se restituire l’azienda ai suoi soci o se prorogare la misura.

La vicenda del Casinò di Saint-Vincent è un monito per tutte le imprese, specialmente quelle che operano in settori ad alto rischio come quello del gioco. La responsabilità penale dell’ente, introdotta dal D.Lgs. 231/2001, non è un concetto astratto, ma una realtà giuridica con conseguenze devastanti. L’amministrazione giudiziaria, pur non essendo una sanzione penale in senso stretto, ha effetti pratici equivalenti a un sequestro dell’azienda. Blocca gli investimenti, crea incertezza tra dipendenti e fornitori, e infligge un danno reputazionale difficilmente sanabile.

La Procura aostana ha evidenziato come i comportamenti opachi fossero diventati così radicati da essere considerati “normali”. Questa deriva organizzativa è uno dei rischi più insidiosi. Un modello di controllo efficace non si limita a definire regole sulla carta, ma le monitora costantemente nella loro applicazione pratica. La redazione di Scudo231 ha analizzato casi simili in cui il “monitoraggio massivo” dei processi, e non solo a campione, ha permesso di intercettare le deviazioni prima che diventassero prassi. Il sistema avrebbe comparato le operazioni autorizzate dai due funzionari con i loro profili di rischio e con le medie storiche del loro ruolo, facendo emergere un’anomalia statistica che nessun controllo umano parcellizzato avrebbe potuto cogliere. L’alert non sarebbe stato un generico “comportamento strano”, ma un dossier dettagliato: “Utente X ha autorizzato Y transazioni fuori policy nel periodo Z, con una deviazione del 300% rispetto alla baseline. Escalation richiesta”.

Mentre la politica regionale, con le richieste di Fratelli d’Italia per un consiglio straordinario e l’invito della Lega al presidente Testolin a riferire in aula, reagisce alla crisi, il futuro del Casinò è appeso alle conclusioni della relazione di Corrado e Berardi. La loro analisi determinerà se la struttura aziendale è recuperabile o se le fondamenta sono così compromesse da richiedere interventi ancora più drastici. Per i quasi 400 dipendenti e per l’intera economia di Saint-Vincent, l’esito di questo percorso forzato di “bonifica” aziendale è di vitale importanza. La vicenda dimostra in modo inequivocabile che ignorare i rischi di compliance e la responsabilità 231 non è più un’opzione. Non è una questione di “se” un incidente accadrà, ma di “quando”, e l’unica difesa reale risiede in una prevenzione strutturata, tracciabile e, soprattutto, effettiva.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/28/ansa-riciclaggio-al-casino-di-s.vincent-va-in-amministrazione-giudiziaria_7cf7564a-8b35-4a94-9e86-41db9f5e3ab4.html