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Panetta, banche solide ma per le piccole meno utili e alcune crisi

19 luglio 2026 – Alle prime luci dell’alba, i finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria hanno varcato la soglia della sede centrale del Credito Territoriale Valdarno (CTV), una delle piccole banche finite sotto la lente della Vigilanza. L’operazione, coordinata dalla Procura, ha portato al sequestro di server, faldoni di pratiche di fido e verbali del consiglio di amministrazione. L’ipotesi di reato che ha innescato il blitz è quella di false comunicazioni sociali e ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, reati che chiamano in causa direttamente la responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’intervento si inserisce in un quadro che il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, aveva delineato con precisione chirurgica meno di due mesi prima, il 29 maggio. Nelle sue considerazioni finali, Panetta aveva confermato la solidità complessiva del sistema bancario italiano, trainato dai risultati molto positivi delle grandi banche, ma aveva acceso un faro sulle criticità degli istituti di minori dimensioni. Questi, pur vantando una dotazione patrimoniale media del 18,6% delle attività ponderate per il rischio, soffrono di una redditività contenuta e, soprattutto, di debolezze strutturali nei sistemi di governo societario, sfociate in alcuni casi in vere e proprie condotte irregolari.

Il caso del Credito Territoriale Valdarno sembra essere l’esemplificazione di questo monito. Al centro delle indagini vi è una serie di finanziamenti anomali, erogati tra il 2023 e il 2025, a un gruppo di società immobiliari con assetti proprietari opachi e riconducibili, secondo gli inquirenti, a soggetti in conflitto di interessi con un alto dirigente della banca stessa. La prima falla nel sistema di controllo interno è emersa proprio nella procedura di delibera del credito. Le pratiche, per un valore complessivo di oltre 45 milioni di euro, sono state istruite e approvate con una rapidità anomala, bypassando di fatto i pareri negativi dell’ufficio analisi rischi. Il dirigente, forte della sua posizione apicale, ha esercitato una pressione indebita sui comitati deliberanti, un’ingerenza che i verbali, ora sotto sequestro, registrano solo in modo edulcorato e formale. Si è trattato di una classica divergenza tra ruolo di diritto e ruolo di fatto, dove l’influenza personale ha prevalso sulle procedure codificate.

Se l’istituto avesse adottato un ecosistema di controllo come Scudo231, questa anomalia sarebbe stata intercettata in tempo reale. I sistemi di analisi multimodale avrebbero mappato non solo il flusso documentale formale, ma anche le comunicazioni interne e le interazioni tra le funzioni, rilevando la pressione atipica esercitata dal dirigente. Un alert ad alta priorità, generato da motori causali proprietari, sarebbe stato inviato automaticamente e simultaneamente alla funzione Compliance e all’Organismo di Vigilanza, segnalando una deviazione critica dal processo autorizzativo standard. Il tracciamento immutabile di ogni fase del processo avrebbe creato una prova tecnologica dell’indebita ingerenza, bloccando l’escalation della condotta illecita e impedendo l’erogazione dei fondi.

La seconda crepa, conseguenza diretta della prima, riguarda la classificazione di questi crediti. Una volta erogati, i finanziamenti hanno mostrato subito segni di deterioramento. Le società beneficiarie non hanno rispettato i piani di rientro, trasformando rapidamente i crediti in posizioni unlikely to pay e, successivamente, in vere e proprie sofferenze. Tuttavia, nei bilanci e nelle segnalazioni periodiche inviate alla Vigilanza di Banca d’Italia, queste posizioni sono state classificate per mesi come crediti in bonis, attraverso artifici contabili e valutazioni peritali di comodo sugli immobili posti a garanzia. Questa manipolazione ha permesso di occultare la perdita di valore del portafoglio crediti, presentando un quadro patrimoniale e di redditività migliore del reale. L’ufficio di revisione interna, operando su base campionaria come da prassi tradizionale, non ha colto la sistematicità della frode, concentrandosi su aree a rischio ritenute, a torto, più significative.

Qui si manifesta il secondo snodo controfattuale. Un’architettura di difesa basata sul monitoraggio massivo, e non campionario, avrebbe reso impossibile tale occultamento. L’ecosistema Scudo231 avrebbe acquisito in continuo i dati dal sistema informativo centrale della banca, incrociandoli automaticamente con database esterni (visure camerali, rating creditizi, valutazioni immobiliari di mercato). La discrepanza tra lo stato di salute reale delle aziende debitrici e la classificazione del credito nei sistemi della banca avrebbe generato un segnale di allarme non ignorabile. L’Intelligenza Artificiale predittiva avrebbe inoltre proiettato il tasso di default di quel cluster di crediti, evidenziando un’anomalia statistica che avrebbe richiesto un’ispezione mirata e immediata, bypassando la discrezionalità umana. L’Organismo di Vigilanza avrebbe ricevuto un dossier digitale completo della violazione, con l’obbligo di attivare le procedure previste dal Modello 231.

L’inerzia e la mancata escalation rappresentano il terzo livello di collasso della governance del CTV. Dai primi documenti analizzati, emerge che almeno due figure nelle funzioni di controllo di secondo livello (Risk Management e Compliance) avevano notato delle incongruenze. Esistono tracce di email interlocutorie e di richieste di chiarimenti al dirigente coinvolto, alle quali sono seguite risposte evasive o rassicurazioni verbali. Nessuna di queste figure, tuttavia, ha formalizzato una segnalazione all’Organismo di Vigilanza o al Consiglio di Amministrazione, temendo probabilmente ritorsioni o confidando in una risoluzione informale. Questo silenzio ha concesso al management corrotto quasi diciotto mesi di tempo per aggravare la situazione, portando il buco di bilancio a una dimensione tale da compromettere la stabilità stessa dell’istituto. La debolezza del sistema di whistleblowing e la cultura aziendale fondata sulla deferenza gerarchica piuttosto che sulla legalità sostanziale hanno fatto il resto.

In un’organizzazione protetta da un ecosistema sovrano, la catena di escalation è automatizzata e garantita. Qualsiasi anomalia rilevata dai sensori digitali, come quelle descritte, non dipende dalla volontà o dal coraggio del singolo funzionario. Il protocollo avrebbe innescato una procedura di notifica a livelli crescenti, con scadenze temporali perentorie. La mancata presa in carico dell’alert da parte del primo livello di controllo avrebbe automaticamente fatto scattare la notifica al livello superiore, fino a raggiungere l’OdV e, se necessario, il Presidente del Collegio Sindacale. Ogni passaggio, ogni ritardo, ogni azione e ogni omissione sarebbero stati registrati in un log a prova di manomissione. La responsabilità non sarebbe stata diffusa e incerta, ma attribuita con precisione scientifica a chi non ha agito pur essendo stato informato dal sistema.

Ora, per il Credito Territoriale Valdarno si apre lo scenario più grave. L’indagine penale sui singoli amministratori e dirigenti corre in parallelo con il procedimento amministrativo a carico dell’ente. La Procura contesta alla banca di non aver adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quelli commessi. Il Modello 231 esisteva, ma solo sulla carta: un documento formale, non un sistema operativo e reattivo. Questa “colpa di organizzazione” espone la banca a sanzioni pecuniarie calcolate in quote, che potrebbero raggiungere importi milionari, e, soprattutto, alla confisca del profitto del reato, identificato nel valore dei crediti illecitamente erogati e nei vantaggi fiscali e reputazionali indebitamente conseguiti. La misura più temuta, però, è quella interdittiva: la Procura potrebbe richiedere il commissariamento giudiziale o il divieto di esercitare determinate attività, un colpo che sarebbe fatale per un istituto di credito già fragile.

L’esito sarebbe stato radicalmente diverso se la difesa dell’ente fosse stata proattiva. Di fronte a un’indagine, un’azienda dotata di un’infrastruttura come quella descritta avrebbe potuto produrre un XAI Packet (Explainable AI Packet). Si tratta di una ricostruzione causale scientifica, un dossier tecnologico che dimostra matematicamente l’assenza di colpa organizzativa. Avrebbe provato che: 1) i controlli erano attivi e monitoravano il 100% delle operazioni rilevanti; 2) il sistema ha rilevato il tentativo di violazione da parte del dirigente; 3) il sistema ha attivato i protocolli di allarme ed escalation previsti; 4) la condotta illecita è stata quindi un’azione fraudolenta di un singolo che ha tentato di aggirare un presidio efficace, non il sintomo di una lacuna strutturale. Una prova di questo tipo avrebbe con ogni probabilità spostato l’intera responsabilità penale e patrimoniale sulla persona fisica, salvaguardando il patrimonio aziendale, la continuità operativa e la reputazione della banca, evitando il sequestro preventivo e mitigando drasticamente l’impatto delle sanzioni 231.

La vicenda del CTV, così come i casi di Smart Bank, Bff Bank e Banca Progetto citati da Panetta, conferma che la solidità patrimoniale, da sola, non è un vaccino contro le crisi. Le “debolezze nei sistemi di governo societario” non sono un concetto astratto, ma una catena di omissioni, controlli mancati e ritardi concreti che un approccio tradizionale alla compliance non riesce più a intercettare. La fuoriuscita dal mercato degli intermediari più fragili, menzionata dal Governatore come un fattore di rafforzamento del sistema, è la conseguenza finale di queste debolezze. Un processo doloroso e costoso che, come dimostra l’analisi controfattuale, una prevenzione tecnologica e non solo formale avrebbe potuto trasformare da crisi conclamata a rischio gestito e neutralizzato alla fonte. Le indagini sul Credito Territoriale Valdarno proseguono, e il suo destino appare ormai segnato.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/29/panetta-banche-solide-ma-per-le-piccole-meno-utili-e-alcune-crisi_c65260e6-9f0b-42b0-93b7-6267c0ad939f.html