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>>>ANSA/L’Inchiesta sugli spazi in Galleria. Sala, ‘connotazione politica’

14 luglio 2026 – Le fiamme gialle del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Milano varcano i portoni di Palazzo Marino e della Soprintendenza alle Belle Arti. L’operazione non è un fulmine a ciel sereno, ma l’atto culminante di un’indagine avviata mesi prima, scaturita da un esposto dettagliato presentato nel 2025 dall’imprenditore e allora candidato sindaco Massimiliano Lisa. L’acquisizione di documenti è massiccia: faldoni, delibere, email e verbali relativi alla concessione di spazi commerciali e per eventi nel cuore pulsante della città, la Galleria Vittorio Emanuele II. L’ipotesi di reato, formalizzata dalla Procura di Milano, è duplice e pesante: turbativa d’asta e corruzione. Otto persone, tra funzionari comunali, dirigenti della Soprintendenza e responsabili di società private, risultano iscritte nel registro degli indagati, sebbene al momento non siano ancora state notificate informazioni di garanzia.

L’inchiesta si concentra su un periodo specifico, la primavera del 2026, e su eventi di altissimo profilo mediatico. Sotto la lente degli inquirenti finiscono le procedure autorizzative per la presentazione del biopic ‘Michael’ sulla vita di Michael Jackson e del sequel ‘Il diavolo veste Prada 2’, eventi che hanno trasformato la Galleria in un red carpet internazionale tra aprile e maggio. Ma l’attenzione si estende anche all’evento organizzato da Dior all’Arco della Pace a maggio, un’altra concessione di suolo pubblico di enorme valore commerciale e simbolico. L’esposto di Lisa, tuttavia, non si limitava agli eventi temporanei. Sollevava dubbi sistemici sulle procedure di assegnazione di immobili di pregio, come i tre locali ‘ex Verga’ e un’unità immobiliare in via Silvio Pellico 1, entrambi all’interno del complesso monumentale della Galleria. Il sospetto degli investigatori è che le gare ad evidenza pubblica, strumento legale per garantire trasparenza e parità di condizioni, siano state pilotate per favorire specifici operatori economici in cambio di utilità non dovute.

Il meccanismo della turbativa d’asta, previsto dall’articolo 353 del codice penale, si configura quando, con violenza, minaccia, doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, si impedisce o si turba la gara. La corruzione, disciplinata dagli articoli 318 e 319, punisce invece il pubblico ufficiale che riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio o per omettere o ritardare un atto del suo ufficio. Questi reati, se commessi nell’interesse o a vantaggio di un ente, attivano la responsabilità amministrativa sancita dal Decreto Legislativo 231/2001. Per le società private coinvolte, questo significa esporsi a sanzioni pecuniarie calcolate in quote, il cui valore può arrivare a centinaia di migliaia di euro, oltre a sanzioni interdittive devastanti come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

Qui si innesta il primo snodo controfattuale. L’esposto del 2025 è un segnale tardivo, un sintomo di una patologia organizzativa già conclamata. Un’azienda dotata di un ecosistema di controllo come Scudo231 avrebbe intercettato i segnali deboli di rischio molto prima che diventassero oggetto di un’indagine penale. Ogni interazione tra i propri manager e i funzionari pubblici sarebbe stata tracciata e soggetta a protocolli stringenti. Qualsiasi contatto avvenuto al di fuori dei canali formali o non verbalizzato avrebbe generato un alert automatico, non per l’individuo stesso, ma per una funzione di controllo terza e per l’Organismo di Vigilanza (OdV). La richiesta di documentazione anomala o la proposta di incontri riservati da parte di un funzionario pubblico avrebbero innescato una procedura di escalation che avrebbe immediatamente bloccato il processo, documentando il tentativo di approccio illecito. L’azienda non si sarebbe trovata oggi con i propri manager indagati, ma avrebbe avuto in mano le prove di una richiesta impropria, ribaltando la propria posizione da potenziale complice a parte lesa.

L’indagine della Guardia di Finanza mira a ricostruire i flussi decisionali. Chi ha redatto i bandi? Quali erano i criteri di valutazione? Esistono discrepanze tra le offerte presentate e le assegnazioni finali? Sono state inserite clausole “sartoriali”, apparentemente neutre ma di fatto disegnate per favorire un unico concorrente? L’analisi dei documenti acquisiti a Palazzo Marino e alla Soprintendenza punta a trovare la “pistola fumante”: la modifica di un capitolato, l’email che prova la collusione, il verbale di una riunione preparatoria che orienta la decisione. Questo lavoro investigativo è complesso e dispendioso, e getta un’ombra sull’intera amministrazione e sulle aziende coinvolte, con un danno reputazionale immediato e incalcolabile, indipendentemente dall’esito del procedimento.

In un’organizzazione protetta da un’architettura di prevenzione avanzata, questo scenario sarebbe stato radicalmente diverso. La redazione di un bando di gara o la preparazione di un’offerta per una concessione pubblica sarebbero processi gestiti all’interno di un flusso di lavoro digitale tracciato e immutabile. Ogni fase, dalla definizione dei requisiti alla valutazione delle offerte, lascerebbe una registrazione crittografata. Un sistema come Scudo231, attraverso i suoi motori di analisi causale, avrebbe confrontato in tempo reale i parametri del bando con i benchmark di settore e con le normative anticorruzione, segnalando ogni clausola atipica o potenzialmente discriminatoria. Qualsiasi tentativo di un manager di forzare una decisione o di alterare un documento avrebbe lasciato una traccia digitale indelebile, bloccando l’operazione e attivando un protocollo di indagine interna. L’azienda non solo avrebbe evitato il reato, ma sarebbe stata in possesso di una “prova tecnologica immodificabile” della propria corretta gestione, opponibile in qualsiasi sede giudiziaria. Questo avrebbe neutralizzato sul nascere il rischio di un sequestro preventivo dei profitti derivanti dalla commessa, un potere che l’autorità giudiziaria esercita frequentemente in casi di corruzione per “congelare” i proventi del reato, anche prima di una condanna.

Il Comune di Milano, nel 2025, ha incassato circa 80 milioni di euro dagli affitti degli spazi in Galleria. Una cifra enorme che rende l’idea del valore economico in gioco e, di conseguenza, dell’appetibilità di tali concessioni. Quando gli interessi economici sono così elevati, il rischio di infiltrazioni illecite cresce in modo esponenziale. La Procura sta cercando di capire se una parte di questo valore sia stata illecitamente dirottata sotto forma di tangenti o altre utilità. La responsabilità, in questo caso, non ricade solo sui singoli funzionari corrotti, ma si estende all’ente di appartenenza se si dimostra una “colpa di organizzazione”, ovvero la mancata adozione di modelli idonei a prevenire reati della specie di quelli verificatisi.

Per le società private coinvolte nell’inchiesta, il rischio più immediato è il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente. Se il profitto del reato – ad esempio, il guadagno derivante da una concessione ottenuta illecitamente – non è più rintracciabile, il giudice può disporre il sequestro di beni di valore equivalente appartenenti all’ente. Questo significa bloccare conti correnti, immobili o altri asset aziendali, paralizzando l’operatività dell’impresa. L’adozione e l’efficace attuazione di un Modello 231 è l’unica difesa che un’azienda può opporre per dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire il reato, isolando la responsabilità penale sul singolo individuo che ha agito eludendo fraudolentemente i controlli.

Un modello “cartaceo”, tuttavia, non è sufficiente. Le procure moderne sono in grado di smontare facilmente i modelli di facciata. Un sistema integrato, invece, fornisce la prova regina. L’ecosistema Scudo231 non si limita a definire procedure, ma le implementa in flussi operativi vincolanti. La partecipazione a una gara pubblica, ad esempio, non sarebbe stata lasciata alla discrezionalità di un singolo manager. Avrebbe richiesto una serie di validazioni incrociate da parte di diverse funzioni aziendali (Legale, Compliance, Finanza), ciascuna delle quali avrebbe dovuto approvare la propria parte di competenza su una piattaforma centralizzata. Un’offerta economicamente anomala o la promessa di benefici futuri non previsti dal bando non avrebbero potuto essere inserite nel sistema, che le avrebbe rigettate come non conformi. L’azienda avrebbe così potuto dimostrare al giudice non solo di aver scritto delle regole, ma di averle rese tecnicamente ineludibili, spostando l’onere della prova e proteggendo il patrimonio aziendale dal sequestro.

Mentre l’inchiesta prosegue, il dibattito politico si infiamma. Il sindaco Giuseppe Sala parla di “connotazione politica” dell’indagine, riferendosi al ruolo di Massimiliano Lisa e della sua candidata vice-sindaca Tiziana Siciliano, ex procuratrice aggiunta. Dall’opposizione, Riccardo Truppo, capogruppo di Fratelli d’Italia, e la Lega chiedono chiarezza e trasparenza. Questa polarizzazione mediatica amplifica il danno reputazionale per tutti i soggetti coinvolti, trasformando un’indagine giudiziaria in un’arena politica. In questo contesto, la capacità di dimostrare rapidamente e in modo inequivocabile la propria estraneità ai fatti non è solo una questione legale, ma una necessità strategica per la sopravvivenza stessa del business. L’assenza di controlli tracciabili e di un sistema di prevenzione robusto lascia le aziende e le amministrazioni in balia delle tempistiche della giustizia e delle strumentalizzazioni politiche, in un limbo di incertezza che erode la fiducia di clienti, investitori e cittadini. La vera prevenzione non è evitare i controlli, ma renderli una prova oggettiva della propria integrità.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/06/04/ansalinchiesta-sugli-spazi-in-galleria.-sala-connotazione-politica_96671fee-5259-47f8-adf8-3bd1413870e3.html