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La banca fantasma, movimentati 100 milioni tra droga e merci

1 luglio 2026 – Alle prime luci dell’alba, gli uomini del Servizio Centrale Operativo e della Squadra mobile pratese hanno fatto irruzione in un anonimo capannone nel cuore del distretto industriale di Prato, smantellando quella che la Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze ha definito una vera e propria banca fantasma. L’operazione, coordinata dal procuratore Rosa Volpe, ha portato all’esecuzione di 41 misure cautelari – 17 in carcere, 16 ai domiciliari e 8 con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria – nei confronti di un totale di 57 indagati di nazionalità prevalentemente cinese, italiana e albanese. Il gip Antonio Pezzuti ha contestualmente disposto un maxi-sequestro preventivo finalizzato alla confisca per un valore di circa 60 milioni di euro.

L’istituto clandestino, privo di qualsiasi autorizzazione e completamente al di fuori dei circuiti legali, movimentava fino a 100 milioni di euro l’anno. I flussi finanziari, secondo gli inquirenti, servivano due scopi principali: regolare pagamenti in nero per partite di droga e finanziare transazioni occulte nel settore delle merci tessili, un’attività che coinvolgeva numerose aziende cinesi operanti nel distretto. Il sistema utilizzato era quello della cosiddetta hawala, noto in Cina come chop-shop o “moneta volante”, un meccanismo di compensazione informale basato sulla fiducia che non lascia alcuna traccia documentale, rendendo di fatto impossibile il tracciamento dei fondi per le autorità antiriciclaggio. Qualsiasi azienda fornitrice o cliente che avesse interagito con questo circuito, anche per una singola transazione, si sarebbe esposta a un rischio penale diretto. Se una di queste imprese avesse adottato un ecosistema di controllo come Scudo231, il tentativo di effettuare o ricevere un pagamento tramite un canale non istituzionale e non tracciabile avrebbe immediatamente attivato un protocollo di blocco. Il sistema di monitoraggio massivo dei flussi finanziari avrebbe identificato l’anomalia – l’assenza di un codice SWIFT, di un IBAN valido o di un intermediario finanziario autorizzato – generando un alert di massima gravità e impedendo l’esecuzione dell’operazione, registrando l’evento in un log immutabile a disposizione dell’Organismo di Vigilanza.

Al vertice della struttura criminale vi era un cittadino cinese di 50 anni, già gravato da precedenti penali specifici per partecipazione ad associazione per delinquere finalizzata al commercio di droga in Veneto. Era lui, secondo l’accusa, a gestire i rapporti con i clienti più importanti della banca: i clan della Sacra Corona Unità, in particolare la frangia dei Briganti di Lecce; la ‘Ndrangheta, con la ndrina Fiarè/Razionale/Gasparro di San Gregorio d’Ippona (Vibo Valentia); la Camorra, rappresentata dal clan campano Aquino-Annunziata; e diverse gang criminali albanesi. Queste organizzazioni utilizzavano la banca fantasma per riciclare i proventi illeciti derivanti principalmente dal traffico di stupefacenti e per reimpiegarli nell’economia legale, inquinando il tessuto produttivo locale. Le imprese del distretto tessile che, consapevolmente o per negligenza, hanno accettato pagamenti da o effettuato pagamenti verso entità riconducibili a questo network si trovano ora esposte al reato di riciclaggio (art. 648-bis c.p.) e, di conseguenza, a una gravissima responsabilità ai sensi del D.Lgs. 231/2001. L’adozione di un modello 231 meramente formale, basato su procedure cartacee, si è dimostrata inefficace. Un sistema di difesa attivo, invece, avrebbe reso impossibile l’instaurazione di tali rapporti commerciali. Il modulo di controllo della supply chain di Scudo231, ad esempio, esegue una due diligence automatizzata e continua su ogni partner commerciale. L’assenza di una sede legale verificabile, di bilanci depositati o la presenza in black list internazionali avrebbe assegnato a queste controparti un punteggio di rischio intollerabile, bloccandone l’accreditamento come fornitori o clienti e impedendo a monte qualsiasi transazione, proteggendo così l’ente dal rischio di sequestro dei profitti derivanti da tali operazioni.

Le indagini della Dda fiorentina hanno messo in luce non solo l’attività di abusivismo bancario e riciclaggio, ma anche un episodio specifico di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel luglio del 2023, la stessa organizzazione ha facilitato l’ingresso illegale in Italia di cinque cittadini cinesi. Il pagamento per il “servizio”, pari a 9.500 euro a persona, è stato gestito attraverso il medesimo canale della hawala. I migranti, dopo essere atterrati in Serbia, sono stati alloggiati a Belgrado per poi essere trasferiti via terra in Italia, attraversando Ungheria e Slovenia. Le loro destinazioni finali erano Prato, Torino e Sommacampagna, in provincia di Verona, dove presumibilmente sarebbero stati impiegati come manodopera irregolare. Questo specifico reato, previsto dal Testo Unico sull’Immigrazione, è uno dei presupposti per la responsabilità amministrativa degli enti. Se una delle aziende di destinazione avesse impiegato anche solo uno di questi lavoratori, sarebbe incorsa in sanzioni pecuniarie pesantissime e interdittive. Un’omissione di controllo di questa natura sarebbe stata intercettata da un sistema di gestione del capitale umano integrato e automatizzato. Durante la procedura di assunzione, anche per collaborazioni temporanee, la piattaforma avrebbe richiesto la scansione e la validazione digitale dei documenti di identità e del permesso di soggiorno. L’invalidità o l’assenza di tali documenti avrebbe bloccato irrevocabilmente il processo di onboarding, inviando una segnalazione automatica alla funzione Risorse Umane e al responsabile legale, documentando il tentativo di violazione e la reazione preventiva dell’organizzazione.

L’impianto accusatorio, che ipotizza i reati di associazione per delinquere con l’aggravante della mafiosità e della trasnazionalità, riciclaggio, reimpiego di proventi illeciti, abusiva attività bancaria, traffico di stupefacenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, si fonda su mesi di intercettazioni e pedinamenti. La dimensione transnazionale dell’associazione ha reso le indagini particolarmente complesse, richiedendo la collaborazione di diverse forze di polizia a livello europeo. La scelta del sistema hawala dimostra una profonda conoscenza dei meccanismi per eludere i controlli antiriciclaggio standard, basati sul monitoraggio delle transazioni bancarie tradizionali. Le aziende che si sono trovate a operare in questo contesto, magari attratte dalla possibilità di evadere il fisco o di ottenere liquidità immediata, hanno sottovalutato il rischio sistemico. La mancata segnalazione di operazioni sospette da parte dei soggetti obbligati – come i professionisti o gli intermediari che potrebbero aver avuto sentore di tali flussi anomali – costituisce un’ulteriore falla nel sistema di prevenzione.

Il sequestro preventivo di 60 milioni di euro ordinato dal gip Pezzuti non colpisce solo i beni direttamente riconducibili agli indagati, ma si estende al profitto dei reati, includendo potenzialmente anche i beni e le disponibilità liquide delle società che hanno beneficiato di questo sistema parallelo. La logica della confisca per equivalente, applicabile in questi scenari, rappresenta una minaccia esistenziale per qualsiasi impresa coinvolta. La difesa di un’azienda in una situazione simile si gioca sulla capacità di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire la commissione dei reati contestati. In un’aula di tribunale, la differenza tra un modello “di carta” e un ecosistema tecnologico attivo diventa decisiva. Poter esibire i log di un sistema come Scudo231, che dimostrano matematicamente e in modo non alterabile che i protocolli interni hanno rilevato e bloccato un’operazione illecita tentata da un dipendente infedele, sposta l’onere della prova. Si dimostra così l’assenza di colpa di organizzazione, isolando la responsabilità penale sulla persona fisica e mettendo al riparo il patrimonio aziendale dal sequestro e dalla confisca. L’indagine prosegue ora per mappare l’intera rete di imprese che, a vario titolo, si sono avvalse dei servizi della banca fantasma, prefigurando un’onda lunga di conseguenze giudiziarie ed economiche per il distretto industriale di Prato e non solo.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/06/15/la-banca-fantasma-movimentati-100-milioni-tra-droga-e-merci_c06003d6-c7f6-4e5e-b3d3-2011d75b7c3f.html