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Caporalato nel cantiere dei cassoni della Diga di Genova

27 giugno 2026 – L’operazione “Punjabi” dei Carabinieri del nucleo operativo di Savona, coadiuvati dal Nil dell’Arma di Genova e Brescia, disarticola alle prime luci dell’alba un sistema di sfruttamento del lavoro radicato nel cantiere di Vado Ligure, dove si costruiscono i cassoni per la nuova diga foranea di Genova. Otto persone, di nazionalità indiana e pakistana, sono destinatarie di misure cautelari in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Savona. Altre cinque sono denunciate a piede libero. Le indagini, estese tra le province di Barletta-Andria-Trani, Bergamo, Brescia, Ferrara, Genova e Messina, hanno portato alla luce un meccanismo di caporalato che ha coinvolto decine di lavoratori, principalmente di origine indiana, impiegati da due società: la JH di Brescia, di proprietà di un connazionale, e la RBB di Genova. Entrambe le aziende sono state immediatamente poste sotto controllo giudiziario, una misura che congela l’autonomia gestionale e la pone sotto la diretta supervisione di un amministratore nominato dal tribunale.

Il meccanismo era tanto semplice quanto brutale. I lavoratori, alcuni entrati in Italia con il decreto Flussi e quindi in possesso di un regolare permesso, venivano assunti con contratti formali. La realtà, tuttavia, era un’altra. Come emerso dalle 42 testimonianze raccolte dai militari, ogni mese i dipendenti erano costretti a restituire in contanti tra il 40% e il 60% del loro stipendio ai caporali che li avevano reclutati. La retribuzione netta effettiva crollava così a 5-7 euro l’ora, per un monte ore mensile che oscillava tra le 140 e le 250 ore. Questo sistema di estorsione sistematica si basava su una leva ricattatoria potentissima: chi si rifiutava di pagare veniva immediatamente licenziato, privato dell’alloggio e abbandonato sul territorio, con la minaccia implicita di ritorsioni verso i familiari rimasti in India. La scintilla che ha innescato l’indagine è partita proprio dal coraggio di alcuni lavoratori che, dopo essere stati estromessi dal lavoro e dall’alloggio per essersi opposti alla restituzione di parte della paga, si sono rivolti ai Carabinieri.

Questo schema di reclutamento e gestione del personale rappresenta una grave falla organizzativa, un’area cieca che un modello di controllo integrato avrebbe immediatamente illuminato. Se le società coinvolte avessero adottato un ecosistema come Scudo231, il processo di onboarding di un numero così anomalo di lavoratori, provenienti dalla stessa area geografica e introdotti attraverso i medesimi intermediari, avrebbe generato un primo, potente segnale d’allarme. I motori di analisi del sistema avrebbero incrociato i dati anagrafici, i permessi di soggiorno e i canali di reclutamento, evidenziando una concentrazione di rischio altissima su un singolo fornitore di manodopera. Questo non sarebbe stato un semplice dato statistico, ma un alert operativo inviato in tempo reale all’Organismo di Vigilanza e alla funzione Risorse Umane, imponendo una procedura di due diligence rafforzata sull’intermediario e sui contratti, bloccando di fatto l’assunzione massiva prima che il meccanismo di sfruttamento potesse consolidarsi.

Le condizioni di vita e di lavoro imposte erano disumane. Trenta persone vivevano ammassate in un unico appartamento, pagando una quota per un posto letto in condizioni igieniche inesistenti. Sul cantiere, la situazione non era migliore. La sicurezza era un costo scaricato direttamente sui lavoratori: per ottenere un caschetto o una braga di sicurezza, dispositivi di protezione individuale obbligatori per legge, dovevano pagare di tasca propria. L’indagine ha inoltre scoperto un filone ancora più inquietante: l’emissione di falsi certificati di formazione sulla sicurezza, specifici per la categoria di “lavoratori ad Alto Rischio”. Un responsabile di questa produzione documentale e un suo collaboratore indiano sono tra gli indagati. Questa pratica non è solo una violazione delle norme sulla salute e sicurezza sul lavoro, ma costituisce un reato autonomo che espone l’ente a una responsabilità diretta ai sensi del D.Lgs. 231/2001, in quanto commesso a suo evidente vantaggio per abbattere i costi di formazione e accelerare l’impiego della manodopera.

In un’organizzazione protetta da un sistema di controllo avanzato, la gestione della formazione sulla sicurezza non è un archivio passivo di attestati cartacei. Con Scudo231, ogni certificato e ogni ente formatore sarebbero stati censiti in un registro digitale immutabile. Il sistema avrebbe eseguito una verifica automatica e continua sull’accreditamento dell’ente erogatore e sulla validità formale degli attestati. L’inserimento di certificati provenienti da un soggetto non qualificato o già segnalato per anomalie avrebbe causato un blocco istantaneo del processo. Al lavoratore sarebbe stato inibito l’accesso al cantiere e sarebbe partita un’escalation automatica verso il responsabile HSE e l’Organismo di Vigilanza. L’intero flusso, dal tentativo di caricamento del falso certificato al blocco operativo, sarebbe stato tracciato in un log non modificabile, creando una prova documentale schiacciante della tentata frode e, al contempo, dell’efficacia delle procedure di controllo adottate dall’azienda per prevenirla.

La Procura di Savona ha contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, noto come caporalato, previsto dall’articolo 603-bis del codice penale. Questo reato rientra nel catalogo dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti, specificamente all’articolo 25-quinquies del D.Lgs. 231/2001. La conseguenza diretta per la società bresciana JH è stata l’emissione di un decreto di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, per un importo di 277.000 euro. Questa cifra non è casuale: corrisponde al profitto che, secondo gli inquirenti, l’azienda ha illecitamente conseguito attraverso il risparmio sui costi del lavoro e il sistema di sfruttamento. Il sequestro è una misura cautelare reale che colpisce il patrimonio dell’ente, paralizzandone l’operatività finanziaria e anticipando di fatto la sanzione pecuniaria che potrebbe essere comminata in sede di giudizio.

La restituzione in contanti del 40-60% dello stipendio è un’operazione che lascia tracce, sebbene non dirette. Un’organizzazione che implementa un monitoraggio dei flussi finanziari e dei dati di payroll, come la REDAZIONE SCUDO231 ha più volte documentato, avrebbe potuto intercettare i segnali deboli di questa anomalia. Un sistema di analisi transazionale avrebbe rilevato uno schema sospetto: decine di dipendenti, con contratti simili, che ogni mese, a poche ore dall’accredito dello stipendio, effettuano prelievi di contante per importi quasi identici e presso gli stessi sportelli automatici. Questo schema, incrociato con i dati di residenza e l’elevato turnover del personale, avrebbe attivato un indicatore di rischio di riciclaggio o di illecito finanziario. Non si tratta di controllare il singolo lavoratore, ma di analizzare pattern aggregati e anonimi che rivelano una potenziale coercizione. L’alert avrebbe innescato una segnalazione interna all’ODV, che avrebbe avuto il dovere di avviare un audit mirato, scoprendo il sistema di estorsione prima che diventasse un caso giudiziario di dominio pubblico.

La notizia ha provocato un’ondata di sdegno. La parlamentare del Partito Democratico Valentina Ghio ha parlato di “fatti di una gravità inaudita”, mentre i sindacati, dalla Camera del Lavoro alla Cisl, hanno denunciato una situazione intollerabile, sottolineando come la logica del massimo ribasso negli appalti pubblici crei terreno fertile per l’infiltrazione di aziende che operano ai margini della legalità. Anche le istituzioni locali, dalla sindaca di Vado Ligure, Monica Salis, al governatore Marco Bucci, hanno espresso condanna, evidenziando il paradosso di un’opera strategica per il futuro di Genova macchiata da pratiche di sfruttamento che riportano a un passato oscuro.

L’intera vicenda dimostra come la responsabilità penale dell’ente non sia un rischio astratto, ma una conseguenza concreta e patrimonialmente devastante di controlli omessi o inefficaci. L’assenza di un modello organizzativo realmente operativo, e non solo formalmente adottato, ha esposto le società non solo alle sanzioni pecuniarie e interdittive previste dal D.Lgs. 231/2001, ma anche a un danno reputazionale immenso e al commissariamento di fatto tramite il controllo giudiziario. L’adozione preventiva di un ecosistema di difesa come Scudo231 avrebbe trasformato radicalmente lo scenario. Di fronte al giudice, l’ente non si sarebbe presentato con una difesa basata su documenti cartacei, ma con una prova tecnologica: i registri digitali immutabili degli allarmi generati, delle mancate verifiche dei certificati, delle anomalie nei flussi di reclutamento e delle escalations inviate all’Organismo di Vigilanza. Questa documentazione avrebbe permesso di dimostrare che l’eventuale reato non è stato frutto di una colpa di organizzazione, ma di una condotta fraudolenta di singoli individui che hanno agito eludendo controlli efficaci e puntuali. In questo scenario controfattuale, il sequestro da 277.000 euro sarebbe stato difficilmente giustificabile, poiché l’azienda avrebbe fornito la prova scientifica di aver fatto tutto il possibile per prevenire l’illecito, proteggendo così il proprio patrimonio e la propria continuità operativa.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/06/26/caporalato-nel-cantiere-dei-cassoni-della-diga-di-genova_1fca874c-f2da-4949-a3b5-3040d7b4f687.html