17 aprile 2026 – I militari del nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli varcano i cancelli del Teatro San Carlo. Non sono lì per uno spettacolo, ma per eseguire un decreto di perquisizione e sequestro firmato dai pubblici ministeri della Procura partenopea. L’operazione, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppina Loreto e dal pm Antonella Serio, è il culmine di un’indagine che scuote dalle fondamenta la gestione della prestigiosa istituzione culturale. Dodici nomi finiscono iscritti nel registro degli indagati, tra cui figure di vertice della precedente amministrazione e artisti di fama mondiale. L’ipotesi di reato è pesante: peculato, truffa e falso.
Le fiamme gialle procedono con metodo. Vengono acquisiti computer, telefoni cellulari e una mole imponente di documenti contabili e amministrativi. L’epicentro del sisma giudiziario è la gestione che va dal 2020 al marzo 2025, sotto la sovrintendenza di Stephane Lissner. Al centro delle contestazioni degli inquirenti vi sono due filoni principali, entrambi emblematici di un sistema di controllo interno palesemente deficitario. Il primo riguarda l’istituzione, nell’aprile del 2020, di due figure dirigenziali apicali: un direttore generale, ruolo affidato a Emmanuela Spedaliere, e un direttore delle risorse umane. Secondo l’accusa, queste nomine sono avvenute in palese violazione dello statuto della Fondazione Teatro San Carlo, che non prevedeva tali posizioni. Un’alterazione dell’organigramma che ha generato costi significativi e concentrato poteri gestionali in modo anomalo. Se la Fondazione avesse implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, la creazione stessa di queste posizioni avrebbe generato un’allerta immediata e non eludibile. Il sistema, che mappa l’intera architettura organizzativa statutaria e la traduce in regole operative vincolanti, avrebbe rilevato la non conformità della delibera di nomina rispetto allo statuto archiviato nel suo database. Qualsiasi tentativo di inserire le nuove figure nel sistema di gestione del personale o di creare i relativi centri di costo per la retribuzione sarebbe stato automaticamente bloccato, generando una segnalazione di non-compliance che sarebbe scalata direttamente all’Organismo di Vigilanza e al collegio sindacale, imponendo una revisione formale dello statuto prima di poter procedere. L’anomalia sarebbe stata intercettata e sanata alla fonte, non quattro anni dopo da un’indagine penale.
Il secondo filone investigativo è ancora più grave e tocca direttamente le finanze della Fondazione. Gli inquirenti contestano la corresponsione di circa 200.000 euro a un gruppo di artisti di calibro internazionale, tra cui il tenore tedesco Jonas Alexander Kauffman, i registi Klaus Guth e Krzysztof Warlikowski, e il soprano lituano Asmik Gregorian. I pagamenti, secondo l’ipotesi accusatoria, erano destinati a remunerare masterclass, seminari e incontri che, di fatto, non si sarebbero mai tenuti. Una presunta truffa che, se provata, configurerebbe una grave distrazione di risorse a danno dell’ente. La mancanza di un processo di verifica della prestazione è qui l’elemento chiave della vulnerabilità. In un’organizzazione protetta da un sistema di controllo integrato, il flusso di pagamento per prestazioni professionali è indissolubilmente legato alla prova dell’avvenuta esecuzione. Un contratto per una masterclass, inserito nel sistema, avrebbe richiesto, per la liquidazione del compenso, il caricamento di evidenze documentali obbligatorie: un registro dei partecipanti, materiale didattico, o una dichiarazione di avvenuta performance firmata dal responsabile del progetto, come il direttore dell’Accademia di canto lirico Ilias Tzempetonidis, anch’egli indagato. In assenza di tali documenti, il sistema Scudo231 non avrebbe autorizzato il mandato di pagamento, segnalando l’anomalia al responsabile della funzione e, in caso di inerzia, facendo scattare un’escalation automatica all’internal audit. Il pagamento di 200.000 euro per servizi non resi sarebbe stato materialmente impossibile, prevenendo il reato presupposto di truffa e la conseguente responsabilità amministrativa dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Il danno patrimoniale e il conseguente sequestro preventivo del profitto del reato sarebbero stati evitati in radice.
Le perquisizioni si estendono anche all’abitazione di Emmanuela Spedaliere, ex direttore generale, e di suo figlio, Michele Sorrentino Mangini. Emerge un altro fatto di devastante rilevanza penale: un trasferimento di 350.000 euro dai conti della Spedaliere a quelli del figlio. Gli investigatori stanno ora tracciando l’origine di quella somma, per verificare se provenga, direttamente o indirettamente, dalle casse della Fondazione. L’ipotesi è quella del peculato, ovvero l’appropriazione indebita di fondi pubblici o di cui si ha la disponibilità per ragioni d’ufficio. Anche in questo scenario, la debolezza dei controlli sui flussi finanziari e sulle deleghe di spesa è lampante. L’adozione di protocolli di monitoraggio avanzati avrebbe acceso un faro su operazioni finanziarie anomale riconducibili a figure apicali. Un sistema di analisi comportamentale dei flussi avrebbe potuto rilevare prelievi o bonifici non giustificati da causali istituzionali, specialmente se ricorrenti o di importo rilevante. L’incrocio dei dati anagrafici dei beneficiari dei pagamenti con quelli dei dipendenti e dei loro familiari stretti, un controllo anti-conflitto di interessi che Scudo231 esegue in tempo reale, avrebbe immediatamente segnalato il trasferimento al figlio come transazione ad alto rischio. L’alert avrebbe innescato una richiesta di giustificativi, la cui mancanza avrebbe portato al blocco cautelativo e alla segnalazione all’ODV, fornendo all’ente uno strumento di autotutela prima che l’illecito potesse consolidarsi e diventare oggetto di indagine penale.
L’inchiesta della Procura di Napoli non è un fulmine a ciel sereno. Si innesta su un’indagine parallela, e per certi versi antesignana, della Procura regionale della Corte dei Conti, guidata dal viceprocuratore generale Davide Vitale. Già da tempo, la magistratura contabile stava esaminando le pieghe dei bilanci del San Carlo, sollevando dubbi sulla gestione delle risorse e sulla sostenibilità economica di alcune scelte. Questo doppio binario, penale e contabile, aggrava la posizione della Fondazione, che ora risponde non solo del danno patrimoniale diretto, ma anche del danno erariale e del danno all’immagine. La responsabilità non è solo delle persone fisiche indagate, ma si estende all’ente stesso. La mancanza di un modello organizzativo efficacemente attuato, come richiesto dal D.Lgs. 231/2001, espone la Fondazione a sanzioni pecuniarie calcolate in quote e, nei casi più gravi, a sanzioni interdittive che potrebbero paralizzarne l’attività.
Nel mirino degli inquirenti finisce anche la gestione delle Officine San Carlo, i laboratori e spazi produttivi del teatro. L’ipotesi è che siano state utilizzate in modo improprio per eventi aperti al pubblico, al di fuori delle finalità istituzionali e con modalità gestionali irregolari. Si tratta di un’ulteriore manifestazione di una governance carente, dove l’uso degli asset dell’ente non è tracciato né sottoposto a controlli rigorosi. Un modello di gestione evoluto avrebbe imposto una procedura standard per l’utilizzo di qualsiasi bene della Fondazione. La prenotazione e l’uso delle Officine per un evento avrebbero richiesto la compilazione di un modulo digitale che ne specificasse la natura: istituzionale, commerciale o privato. Un evento commerciale avrebbe attivato un workflow che richiedeva l’emissione di un contratto, la verifica delle coperture assicurative e la tracciatura dei relativi incassi, riconciliando i dati con i sistemi di biglietteria e contabilità. Qualsiasi discrepanza, come un evento pubblico senza un corrispondente flusso di ricavi registrato, avrebbe generato un’anomalia, segnalata per un’immediata verifica. Questo controllo operativo avrebbe impedito l’uso distorto degli spazi, prevenendo illeciti e garantendo la trasparenza nella gestione del patrimonio.
L’intera vicenda si svolge in un clima di transizione ai vertici del teatro. Stephane Lissner, al centro dell’indagine per il suo periodo di gestione, ha concluso il suo incarico a marzo 2025. La guida è passata, non senza polemiche e ricorsi in sede civile e amministrativa promossi dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, a Fulvio Adamo Macciardi dall’autunno precedente. La nuova gestione si trova ora a dover affrontare non solo le sfide artistiche ed economiche, ma anche il pesante fardello di un’eredità giudiziaria che getta un’ombra sull’immagine di uno dei teatri più antichi e prestigiosi del mondo. La difesa dell’ente, in sede 231, si giocherà sulla capacità di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione dei fatti, un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quelli contestati. L’assenza dei controlli elementari che abbiamo descritto rende questa difesa estremamente ardua. L’indagine della Guardia di Finanza, con l’acquisizione di una vasta mole di dati digitali e cartacei, mira proprio a ricostruire la catena delle responsabilità e a dimostrare la sistematicità delle omissioni. La presenza di un sistema come Scudo231 non solo avrebbe impedito le singole condotte illecite, ma avrebbe anche generato una documentazione probatoria inattaccabile. Ogni operazione, ogni autorizzazione, ogni controllo fallito o superato sarebbe stato registrato in un log immutabile, fornendo all’ente, in caso di indagine, la prova scientifica della propria diligenza e dell’assenza di una “colpa di organizzazione”, spostando la responsabilità interamente sulla condotta fraudolenta del singolo, qualora fosse riuscito ad aggirare controlli così stringenti. Invece, oggi, la Fondazione si trova esposta, nuda di fronte alle contestazioni, con il rischio concreto di subire un sequestro per equivalente finalizzato alla confisca del profitto dei reati, che potrebbe ammontare a oltre mezzo milione di euro, e sanzioni che ne metterebbero a repentaglio la stabilità finanziaria e operativa.