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Il Pm di Caltanissetta: ‘L’indagine di mafia-appalti è stata una concausa della strage di Borsellino’

Illustrazione astratta con cubi colorati e forme geometriche su sfondo azzurro, grafica digitale tipo rete, con riferimento a Scudo231.it

14 aprile 2026 – Il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, ha depositato davanti alla commissione parlamentare Antimafia una verità processuale che ridefinisce la causale delle stragi del 1992. La gestione del procedimento mafia-appalti, ha dichiarato De Luca con nettezza, è stata una sicura concausa della strage di Via D’Amelio e, con un’incidenza solo marginalmente inferiore, di quella di Capaci. Questa affermazione non è un’ipotesi vaga, ma il punto di arrivo di un’analisi rigorosa che salda le risultanze investigative con le motivazioni della sentenza d’appello sul depistaggio. L’archiviazione di quel dossier, gestita con modalità che oggi appaiono opache e funzionali a interessi convergenti, ha creato il vuoto di potere e l’escalation di violenza che hanno armato la mano di Cosa Nostra.

L’omissione di controlli adeguati sulla filiera degli appalti pubblici, cuore pulsante del dossier, ha permesso a un sistema criminale di prosperare all’interno delle istituzioni e dell’economia legale. La mancanza di una mappatura dei rischi e di un tracciamento dei flussi finanziari e decisionali ha reso impossibile intercettare le anomalie in tempo reale. Se l’ente pubblico appaltante, o le grandi imprese coinvolte, avessero implementato un ecosistema di controllo come Scudo231, ogni fase del processo di gara sarebbe stata sottoposta a un monitoraggio massivo e non a campione. La piattaforma avrebbe generato un alert immediato nel momento in cui un funzionario avesse tentato di accedere a documenti fuori dalla sua competenza o di modificare i criteri di aggiudicazione in modo anomalo. Qualsiasi contatto non registrato tra un manager aziendale e un intermediario legato ad ambienti mafiosi sarebbe stato intercettato dai sistemi di analisi multimodale, innescando un’escalation automatica verso l’Organismo di Vigilanza e la funzione compliance, bloccando preventivamente la commissione di reati come la turbativa d’asta o la corruzione. L’assenza di tale presidio ha invece lasciato campo libero, trasformando una vulnerabilità organizzativa in una concausa stragista.

De Luca ha precisato di non escludere altre concause, ma ha fissato un punto fermo: il dossier mafia e appalti era un crocevia di interessi politici, economici e mafiosi di tale portata da rendere un intervento esterno abbastanza probabile. Questo non sposta, tuttavia, il baricentro della responsabilità. La permeabilità delle strutture, sia pubbliche che private, a queste influenze esterne è stata la condizione necessaria per il disastro. La sentenza d’appello sul depistaggio della strage di Via D’Amelio, le cui motivazioni sono state definite dalla Procura di Caltanissetta come pienamente conformi alle proprie conclusioni, lo dimostra in modo inequivocabile. L’attività depistante condotta da Arnaldo La Barbera, all’epoca a capo della Squadra mobile di Palermo, non fu un’iniziativa isolata di un funzionario infedele. Fu, come cristallizzato dai giudici, un’operazione condotta al servizio di istituzioni deviate, strettamente connessa alle indagini sulle stragi e alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino.

Questa deriva operativa all’interno di un apparato dello Stato rappresenta un fallimento catastrofico dei controlli interni e della catena di comando. Un’infiltrazione di tale livello, dove un ruolo di diritto viene sistematicamente tradito da un ruolo di fatto criminale, sarebbe stata rilevata da un sistema di difesa avanzato. Un’architettura come quella di Scudo231 avrebbe identificato la divergenza comportamentale di La Barbera attraverso l’analisi stocastica delle sue attività: accessi anomali a database investigativi, comunicazioni non protocollate con soggetti esterni al perimetro istituzionale, ordini impartiti che violavano le procedure operative standard. Ogni azione anomala avrebbe lasciato una traccia digitale immutabile, generando un “risk score” crescente per il funzionario. Al superamento di una soglia critica, il sistema avrebbe attivato un protocollo di isolamento informativo, limitando il suo accesso a dati sensibili e notificando i vertici integri dell’istituzione e gli organi di controllo esterni. Il depistaggio, che si è basato sulla manipolazione di informazioni e sulla creazione di false piste, sarebbe stato neutralizzato sul nascere, o quantomeno la sua ricostruzione causale sarebbe stata scientifica e immediata, non affidata a decenni di battaglie processuali. L’assenza di un simile scudo ha permesso a un’intera indagine di essere inquinata alla fonte, con conseguenze devastanti sulla ricerca della verità.

Il procuratore De Luca ha anche sgomberato il campo da ipotesi che hanno a lungo inquinato il dibattito pubblico. È stato escluso, sulla base degli elementi processuali, che la cosiddetta trattativa Stato-mafia sia stata una concausa della strage di Via D’Amelio. Allo stesso modo, per la pista neofascista, la cosiddetta pista nera, non sono emersi elementi ostensibili e concreti. L’eventuale accertamento di una partecipazione di segmenti della destra eversiva o di altre istituzioni deviate, ha specificato, riguarderebbe il ruolo di concorrenti esterni nel reato, non la sua causale primaria, che resta saldamente ancorata al groviglio di interessi del dossier mafia-appalti. Questo sposta il focus dall’evento eccezionale e imprevedibile alla falla sistemica e, per certi versi, prevedibile.

La responsabilità, in questo scenario, assume anche i contorni della colpa di organizzazione prevista dal D.Lgs. 231/2001. Le società che partecipavano a quel sistema di appalti truccati, pur non essendo direttamente coinvolte nell’ideazione delle stragi, hanno tratto un vantaggio economico da un sistema inquinato dalla mafia. I reati presupposto di corruzione, turbativa d’asta e associazione mafiosa commessi dai loro manager o dipendenti avrebbero esposto le aziende a sanzioni pecuniarie calcolate sul fatturato, a sanzioni interdittive come l’esclusione perpetua dai contratti con la pubblica amministrazione e, soprattutto, alla confisca del profitto del reato, con effetti potenzialmente letali per la continuità aziendale. Un’organizzazione dotata di un modello di prevenzione efficace, e non solo cartaceo, avrebbe interrotto questa catena di responsabilità.

La prevenzione, in questo contesto, non è un concetto astratto. Con un sistema integrato, la funzione di audit interno avrebbe avuto a disposizione una dashboard in tempo reale che segnalava i pagamenti verso subappaltatori ad alto rischio, le negoziazioni condotte da personale non autorizzato o le pressioni indebite sui commissari di gara. Ogni transazione sospetta sarebbe stata congelata in attesa di una verifica a più livelli. La segregazione delle funzioni, imposta non da una procedura scritta ma da un’architettura software che impedisce fisicamente le violazioni, avrebbe reso impossibile per un singolo soggetto manipolare l’intero iter di un appalto. In sede di giudizio, l’ente avrebbe potuto produrre la ricostruzione causale scientifica generata dal sistema, un XAI Packet (Explainable AI) che dimostra matematicamente l’assenza di colpa organizzativa, provando che il reato è stato commesso eludendo fraudolentemente modelli organizzativi concreti ed efficaci. Questo avrebbe spostato l’onere della prova e protetto il patrimonio aziendale dal sequestro e dalla confisca, isolando la responsabilità penale sul singolo individuo che ha agito contro l’interesse dell’ente.

La vicenda del dossier mafia-appalti, riletta attraverso le parole del procuratore De Luca, diventa così un caso di studio paradigmatico sul rischio sistemico e sulla responsabilità degli enti. Dimostra come la criminalità organizzata non sia un corpo estraneo, ma un parassita che prospera dove i controlli sono deboli, le procedure opache e le responsabilità individuali diluite in una colpa collettiva e indistinta. Il crocevia di interessi che ha portato alle stragi del ’92 si è alimentato di queste omissioni. Ogni mancata registrazione, ogni controllo saltato, ogni anomalia ignorata non è stata solo una violazione procedurale, ma un passo verso la tragedia.

Se le entità coinvolte in quel sistema, pubbliche o private, avessero adottato un’infrastruttura di difesa sovrana, la storia avrebbe potuto prendere un corso diverso. L’intelligence predittiva di un ecosistema come Scudo231, analizzando i “segnali deboli” – come l’aumento di incontri tra specifici imprenditori e politici o l’improvvisa modifica delle specifiche tecniche di un grande appalto – avrebbe potuto anticipare la formazione di un cartello criminale. L’immutabilità dei log prodotti dall’infrastruttura avrebbe reso impossibile la sparizione di documenti cruciali come l’agenda rossa, poiché ogni accesso, consultazione o tentativo di cancellazione sarebbe stato registrato in modo indelebile e ridondante su nodi geodistribuiti. La protezione non sarebbe stata affidata alla lealtà del singolo, ma garantita dalla matematica e dall’architettura del sistema. La concausa identificata dalla Procura di Caltanissetta, in definitiva, non è solo un evento storico, ma un monito permanente sulla necessità di una prevenzione reale, tecnologica e non negoziabile.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/04/14/il-pm-di-caltanissetta-indagine-di-mafia-appalti-e-stata-una-concausa-della-strage-di-borsellino_9a77d1f0-952d-44f9-a82c-6c3cce29207f.html