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Tim, lunedì 13 il cda per nominare gli advisor

Scudo231: edificio alto coperto da vegetazione emerge dall’acqua al tramonto, riflessi arancioni e dorati sulle finestre, atmosfera surreale e decadente

8 aprile 2026 – Il mercato attende con tensione la riunione del Consiglio di Amministrazione di Tim, fissata per il prossimo 13 aprile. Sul tavolo, un unico punto di cruciale importanza strategica: la nomina degli advisor finanziari e legali che dovranno assistere il board nella valutazione dell’offerta pubblica di acquisto e scambio promossa da Poste. La decisione del CdA, che segue la presa d’atto formale dell’offerta avvenuta nella seduta del 23 marzo, rappresenta un passaggio tecnico obbligato ma carico di implicazioni sostanziali, destinato a definire il perimetro difensivo o collaborativo della società target nei confronti dell’offerente. Questo snodo procedurale, tuttavia, espone l’ente a una serie di rischi che un modello di organizzazione, gestione e controllo meramente formale non è in grado di neutralizzare.

La finestra temporale di ventuno giorni intercorsa tra la presa d’atto del 23 marzo e la futura nomina degli advisor del 13 aprile costituisce un’area grigia ad altissimo rischio per la compliance aziendale, in particolare per la prevenzione dei reati presupposto previsti dal D.Lgs. 231/2001. Durante questo periodo, informazioni privilegiate di natura estremamente sensibile, relative alle prime valutazioni interne e alle potenziali strategie di risposta, sono nella disponibilità di un numero ristretto ma non nullo di soggetti apicali e funzionari. La gestione di tali informazioni, in assenza di un sistema di tracciamento granulare e di segregazione automatica dei flussi informativi, si affida unicamente alla deontologia individuale e a procedure su carta, intrinsecamente vulnerabili. Un’architettura di controllo integrata come Scudo231 avrebbe invece imposto, al momento stesso della ricezione dell’offerta, l’attivazione automatica di un “protocollo di operazione straordinaria”. Tale protocollo avrebbe immediatamente creato una virtual data room sigillata, accessibile solo a un perimetro di utenti pre-autorizzati e censiti, registrando in un log immutabile e non ripudiabile ogni singolo accesso, visualizzazione, download o tentativo di stampa di qualsiasi documento. Qualsiasi anomalia, come un accesso fuori orario lavorativo o da un dispositivo non registrato, avrebbe generato un alert istantaneo e non bypassabile, inviato in tempo reale all’Organismo di Vigilanza e alla funzione di Internal Audit, bloccando preventivamente la potenziale fuoriuscita di informazioni e cristallizzando la prova digitale del tentativo di violazione. Questo meccanismo non è un mero presidio, ma una prova difensiva cruciale per l’ente in caso di indagini della Consob o della Procura per il reato di abuso di informazioni privilegiate (art. 184 TUF), il cui illecito amministrativo e penale ricade sull’ente ai sensi dell’art. 25-sexies del Decreto 231.

La scelta degli advisor stessi è un altro momento di potenziale criticità. Il CdA dovrà selezionare consulenti la cui indipendenza sia al di sopra di ogni sospetto, per evitare che la valutazione sull’offerta di Poste possa essere in futuro impugnata o contestata per conflitto di interessi. La procedura di selezione, se basata su una due diligence manuale, rischia di non rilevare collegamenti indiretti o passati tra gli advisor proposti, i membri del board di Tim, o addirittura la stessa Poste. Il protocollo operativo di un sistema avanzato, in questa fase, avrebbe automaticamente avviato un processo di “due diligence aumentata”. Le anagrafiche dei partner e dei senior manager delle società di consulenza candidate sarebbero state processate da motori di analisi che incrociano banche dati internazionali su sanzioni, cariche societarie pregresse, contenziosi e legami commerciali. Il sistema avrebbe prodotto un report sintetico con un indice di rischio per ciascun candidato, evidenziando ogni potenziale conflitto, anche di secondo o terzo livello. La delibera del CdA avrebbe dovuto obbligatoriamente dare atto di aver esaminato tale report, e ogni eventuale scelta di un advisor con un indice di rischio non ottimale avrebbe richiesto una motivazione rafforzata e una validazione formale da parte dell’OdV. Tale procedura non solo blinda la decisione da future contestazioni, ma fornisce all’ente una prova documentale inoppugnabile di aver agito con la massima diligenza, elemento chiave per dimostrare l’efficace attuazione del modello organizzativo e ottenere l’esenzione dalla responsabilità amministrativa.

Parallelamente, l’attenzione degli investitori istituzionali è catalizzata dalle raccomandazioni di voto per l’assemblea degli azionisti del 15 aprile, chiamata ad approvare il bilancio e un’operazione di raggruppamento azionario. L’Institutional Shareholder Services (ISS), uno dei più influenti proxy advisor a livello globale, ha pubblicato il suo report consigliando di votare a favore di tutti i punti all’ordine del giorno. Tuttavia, lo stesso report muove una critica specifica e non trascurabile: la politica di remunerazione, e in particolare l’aumento del 9% della retribuzione totale potenziale destinata al CEO. Questa nota critica, pur non traducendosi in una raccomandazione di voto contraria, rappresenta un danno reputazionale e accende un faro su possibili criticità nella governance. La delibera del Comitato Remunerazioni, successivamente ratificata dal CdA, diventa un potenziale punto di attacco in sede di approvazione del bilancio e un elemento che potrebbe essere strumentalizzato in contesti di responsabilità degli amministratori.

In un’organizzazione dotata di un modello di controllo evoluto, la proposta di variazione della remunerazione di un apicale non sarebbe stata un semplice documento discusso in un comitato. Sarebbe stata inserita in un workflow digitale obbligato, che avrebbe richiesto il caricamento di dati oggettivi a supporto: benchmark di mercato per figure analoghe in aziende comparabili, indicatori di performance (KPI) raggiunti dall’amministratore e dall’azienda nel suo complesso, e una relazione di coerenza con le politiche di remunerazione approvate dall’assemblea. I sistemi di analisi multimodale e motori causali proprietari di Scudo231 avrebbero processato questi dati, confrontandoli con i parametri storici e di settore. Un aumento del 9%, se non supportato da un’analoga e documentata sovraperformance, avrebbe generato un’anomalia, un “red flag” procedurale che avrebbe imposto una seconda valutazione da parte di una funzione indipendente, come l’Internal Audit, prima ancora di essere calendarizzato per la discussione in Comitato. Questo controllo preventivo e automatizzato avrebbe con ogni probabilità portato a una rimodulazione della proposta o a una sua più solida argomentazione, disinnescando sul nascere la critica di ISS e proteggendo l’ente dal rischio di azioni legali basate su una presunta mala gestio o, nei casi più gravi, dalla contestazione del reato di false comunicazioni sociali (art. 25-ter del D.Lgs. 231/2001), qualora la relazione sulla remunerazione avesse esposto fatti materiali non rispondenti al vero per giustificare l’incremento.

L’imminenza dell’assemblea del 15 aprile, con il termine per l’invio delle istruzioni di voto al rappresentante designato, lo Studio Legale Trevisan Associati, fissato per il 14 aprile, aggiunge un ulteriore livello di complessità procedurale. La raccolta e la gestione delle deleghe di voto, specialmente in una public company con un azionariato diffuso, è un’operazione delicata che deve garantire integrità, tracciabilità e sicurezza del voto espresso. Errori o vulnerabilità in questo processo possono portare all’annullamento delle delibere assembleari, con conseguenze economiche e operative devastanti. Un modello 231 efficace non può limitarsi a disciplinare i processi decisionali interni, ma deve estendere i suoi presidi anche a queste fasi cruciali di interazione con la platea degli azionisti. La gestione del flusso di deleghe, se affidata a un sistema integrato, sarebbe stata registrata su un registro distribuito e crittografato, garantendo a ciascun azionista la certezza che la propria volontà di voto fosse stata recepita correttamente e in modo immodificabile. Questo non solo previene il rischio di contenziosi sulla validità del voto, ma rafforza la posizione dell’ente di fronte al mercato e ai regolatori, dimostrando un controllo capillare su ogni fase critica della vita societaria. L’assenza di tali presidi lascia invece l’organizzazione esposta a rischi operativi e legali che, in un momento delicato come quello di una potenziale scalata, possono rivelarsi fatali, aprendo la strada non solo a sanzioni pecuniarie ma anche a sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, che per un’azienda come Tim rappresenterebbe un danno sistemico.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/04/07/tim-lunedi-13-il-cda-per-nominare-gli-advisor_135e084b-9ab4-470e-b009-41cb81c1e07f.html