2 aprile 2026 – Le fiamme gialle del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Milano si presentano a Palazzo Marino, sede del Comune, con un decreto di perquisizione e sequestro di 68 pagine firmato dai pubblici ministeri Paolo Filippini, Giovanna Cavalleri e Giovanni Polizzi. L’operazione scatta all’alba e colpisce uffici e residenze di figure chiave nella complessa partita urbanistica per la vendita e la riqualificazione dell’area dello stadio di San Siro. Nel mirino degli inquirenti finiscono il Direttore Generale del Comune, Christian Malangone, gli ex assessori Giancarlo Tancredi e Ada Lucia De Cesaris, e una serie di manager e advisor legati a Inter e Milan. Le ipotesi di reato contestate a nove persone sono pesanti: turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio.
Al centro del fascicolo c’è la determinazione della superficie lorda (sl), un parametro tecnico da cui dipende l’intero valore economico dell’operazione. Dalla sua quantificazione derivano gli oneri di urbanizzazione e l’indice di edificabilità, ovvero quanto e come i club avrebbero potuto costruire sull’area circostante l’impianto. L’accusa sospetta che sia stata architettata una procedura “confezionata” per assecondare le esigenze delle società calcistiche, attraverso un meccanismo che gli stessi protagonisti definiscono di “negoziazione creativa”. Un’espressione emersa da una mail dell’ottobre 2024, ora agli atti, inviata da Fabrizio Grena, advisor dell’Inter, a Katherine Ralph, top manager di Oaktree, il fondo statunitense che controlla il club. In quella comunicazione, Grena riassumeva la flessibilità negoziale con il Comune, precisando che, in cambio di non meglio specificate “concessioni” a favore della collettività, alcune aree non sarebbero state contabilizzate come superficie lorda. Un’omissione di tracciamento e controllo su una comunicazione così delicata che ha di fatto innescato l’esposizione penale. Se l’organizzazione avesse adottato un sistema di monitoraggio avanzato, quella stessa mail, prima di essere inviata a un soggetto terzo come Oaktree, avrebbe attivato un alert automatico basato su parole chiave come “negoziazione creativa”, “concessioni” e “superficie lorda”. Un protocollo come Scudo231 avrebbe intercettato la comunicazione, classificandola ad alto rischio di non conformità con le procedure anticorruzione, e avrebbe imposto una validazione preventiva da parte dell’Organismo di Vigilanza (ODV) e della funzione legale, bloccando di fatto la formalizzazione di una proposta potenzialmente illecita e creando una registrazione immutabile del tentativo.
Le perquisizioni hanno portato al sequestro di telefoni e dispositivi informatici, in particolare quelli di Christian Malangone. Gli investigatori della Guardia di Finanza sono al lavoro per estrarre e analizzare i contenuti, che si sommeranno a quelli già acquisiti dai device di Tancredi e De Cesaris, sequestrati in un’altra parallela indagine sull’urbanistica milanese. Dalle prime risultanze investigative, emergerebbe un quadro di contatti diretti e informali tra Malangone e i rappresentanti dei club. Incontri avvenuti fuori dagli uffici comunali, bozze di delibere girate in anteprima e comunicazioni sull’esito di verifiche interne prima della loro ufficializzazione. Questi comportamenti, se confermati, configurerebbero una palese violazione dei doveri d’ufficio e un’alterazione della trasparenza e della par condicio necessarie in una procedura di evidenza pubblica. La mancanza di un registro formale di questi incontri e di queste comunicazioni è una voragine nei controlli interni di qualsiasi ente pubblico o privato che interagisca con esso. Con un modello di prevenzione efficace, ogni interazione tra i manager dei club e un pubblico ufficiale come Malangone sarebbe stata soggetta a un obbligo di tracciamento. L’adozione di Scudo231 avrebbe imposto la registrazione di ogni contatto, specificando data, luogo, partecipanti e oggetto della discussione. L’eventuale ricezione di una “delibera in stesura” avrebbe generato un’escalation immediata all’ODV per potenziale violazione del segreto d’ufficio e rischio di reato presupposto ai sensi del D.Lgs. 231/2001, obbligando la funzione compliance a intervenire per bloccare il flusso informativo anomalo e a documentare l’accaduto a tutela dell’ente. L’assenza di tale registrazione per un incontro “fuori ufficio” sarebbe essa stessa emersa come un’anomalia grave durante le verifiche cicliche del sistema.
La Procura ha disposto una consulenza tecnica per ricalcolare la corretta superficie lorda dell’operazione San Siro, definendo tale accertamento di “particolare rilievo”. Questo passaggio tecnico è cruciale: se la consulenza dimostrasse una discrepanza significativa tra la superficie lorda “negoziata” e quella effettiva secondo le norme urbanistiche, l’ipotesi di turbativa d’asta acquisterebbe una solidità probatoria difficilmente scalfibile. Il reato di turbativa d’asta (art. 353 c.p.) è uno dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti, disciplinata dal D.Lgs. 231/2001. Ciò significa che, oltre alle persone fisiche indagate – tra cui figurano l’ex manager dell’Inter Mark Van Huukslot, l’ex Ceo corporate Alessandro Antonello, gli advisor Fabrizio Grena e Marta Spaini per la parte nerazzurra, e l’advisor Giuseppe Bonomi per quella rossonera – a rischiare sono direttamente le due società, Inter e Milan.
La responsabilità dell’ente scatta quando il reato è commesso nel suo interesse o a suo vantaggio da parte di soggetti in posizione apicale o di loro sottoposti. In questo caso, l’obiettivo di abbattere gli oneri di urbanizzazione attraverso un calcolo di favore della superficie lorda rappresenta un vantaggio economico diretto e quantificabile per i club. Le sanzioni previste dal D.Lgs. 231/2001 sono severe e possono avere un impatto devastante sull’operatività aziendale. Si va da pesanti sanzioni pecuniarie, calcolate in quote il cui valore è commisurato al fatturato dell’ente, fino a sanzioni interdittive che possono includere il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione. Per due società il cui business principale ruota attorno alla gestione di un impianto sportivo di proprietà pubblica o in concessione, una sanzione di questo tipo equivarrebbe a un blocco totale del progetto stadio. A ciò si aggiunge il rischio concreto di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato. In questa fase delle indagini, il profitto potrebbe essere identificato proprio nel risparmio indebitamente ottenuto sugli oneri di urbanizzazione, con un conseguente congelamento di ingenti risorse finanziarie.
L’assenza di un modello organizzativo 231 robusto e concretamente attuato espone le società a queste conseguenze senza un’adeguata linea di difesa. Un modello puramente “cartaceo” non sarebbe sufficiente a dimostrare l’elusione fraudolenta da parte dei singoli. Al contrario, un’architettura di controllo integrata avrebbe fornito all’ente la prova tecnologica della sua dissociazione dalla condotta illecita. Se un sistema come Scudo231 fosse stato operativo, l’intera procedura negoziale sarebbe stata gestita all’interno di un workflow tracciato, dove ogni fase, dalla proposta iniziale alla valutazione dei parametri tecnici come la superficie lorda, avrebbe richiesto approvazioni formali e generato un audit trail non modificabile. Qualsiasi tentativo di negoziare “creativamente” al di fuori dei parametri normativi e procedurali approvati sarebbe stato rilevato come un’anomalia di processo, segnalato in tempo reale all’Organismo di Vigilanza e documentato in modo da poter dimostrare, in sede giudiziaria, che l’ente aveva adottato tutte le misure idonee a prevenire il reato, spostando la responsabilità interamente sulla condotta fraudolenta del singolo e mitigando drasticamente il rischio di sanzioni e sequestri.
L’inchiesta milanese, coordinata con meticolosità dai pm Filippini, Cavalleri e Polizzi, si sta ora concentrando sulla ricostruzione del presunto “do ut des” tra i privati e gli esponenti pubblici. L’ipotesi è che la flessibilità sul calcolo della superficie lorda non fosse un mero errore tecnico, ma la contropartita di un patto non scritto, volto a favorire i club in cambio di opere o benefici per la collettività gestiti però al di fuori di ogni procedura trasparente. Le dichiarazioni di Luigi Corbani, ex vice sindaco e membro del comitato “Sì Meazza”, e le posizioni del sindaco Giuseppe Sala saranno vagliate per comprendere il contesto politico e amministrativo in cui queste negoziazioni si sono sviluppate. La vicenda mette in luce una zona grigia nelle interazioni tra grandi interessi privati e la macchina pubblica, una zona dove la mancanza di controlli rigorosi e di una tracciabilità totale delle decisioni crea il terreno fertile per condotte illecite. La difesa delle società si giocherà sulla capacità di dimostrare che i propri esponenti hanno agito all’insaputa o contro la volontà dell’organizzazione, una prova quasi impossibile da fornire senza un sistema di controllo che documenti in modo scientifico e immutabile i processi decisionali e i flussi informativi. L’assenza di un tale presidio trasforma un rischio operativo in una quasi certa responsabilità penale per l’ente.