La Compilance diventa Un Vantaggio Competitivo Sleale

Pm Milano, acquisizioni di atti presso Etro, Cucinelli, Chanel e altri brand

Composizione astratta con masse scure e bagliori turchesi e arancioni che si intrecciano in una forma caotica e luminosa.

16 luglio 2026 – I militari del Nucleo Tutela del Lavoro dei Carabinieri si presentano simultaneamente presso le sedi di una decina tra le più note griffe della moda internazionale. Non si tratta di perquisizioni, ma dell’esecuzione di un ordine di esibizione, un atto disposto su delega del Pubblico Ministero della Procura di Milano, Paolo Storari. L’operazione, chirurgica e coordinata, colpisce il cuore operativo di marchi come Chanel, Brunello Cucinelli, Bulgari, Etro, Moncler, Jacob Cohen Company, Goyard Italie, Stefano Ricci e Owenscorp Italia. L’obiettivo dichiarato è l’acquisizione massiva di documentazione relativa alla filiera produttiva degli ultimi due anni, con un focus specifico sugli accessori: sacchetti, copriabiti, shopper, pochette. Elementi apparentemente secondari, ma che nascondono una catena di fornitura opaca e frammentata, terreno fertile per l’infiltrazione di illegalità.

I nomi delle grandi case di moda, è bene precisarlo, non compaiono nel registro degli indagati. La loro posizione è quella di soggetti terzi, potenzialmente ignari ma oggettivamente collegati a un’indagine ben più grave che mira a smantellare un sistema di sfruttamento sistematico della manodopera. L’inchiesta madre, infatti, ha già acceso i riflettori su opifici come Moda Fashion Style e Isacco, ritenuti terminali di una rete di produzione gestita da cittadini cinesi in condizioni di semi-clandestinità, violando ogni norma sulla sicurezza, sulla retribuzione e sulla dignità dei lavoratori. Il collegamento tra i committenti di lusso e questi laboratori avveniva tramite società appaltatrici, un primo livello di schermatura che, tuttavia, non basta a escludere profili di responsabilità. L’acquisizione dei Modelli di Organizzazione e Gestione ex D.Lgs. 231/2001 presso le griffe è il segnale inequivocabile che la Procura non si accontenta di colpire l’ultimo anello della catena, ma sta valutando la sussistenza di una colpa di organizzazione in capo ai colossi che, di quel sistema, sono i beneficiari finali.

Il primo snodo critico per queste aziende è emerso nel momento stesso in cui hanno qualificato e inserito nella propria vendor list i fornitori che, a loro volta, si sono serviti di subappaltatori irregolari. Un processo di due diligence basato su autocertificazioni e controlli formali si è rivelato palesemente inadeguato a mappare il rischio reale. Se un ecosistema di controllo come Scudo231 fosse stato operativo, il processo di qualifica del fornitore primario non si sarebbe limitato alla raccolta documentale. I suoi sistemi di analisi multimodale avrebbero eseguito una scansione profonda e automatizzata del soggetto: controlli incrociati su banche dati camerali per verificare la congruità tra fatturato dichiarato e numero di dipendenti, analisi reputazionale su fonti aperte e banche dati giudiziarie per rilevare eventuali precedenti o indagini a carico degli amministratori, e soprattutto, una mappatura delle connessioni societarie per identificare legami con entità già segnalate come a rischio. Un fornitore come quello al centro dell’indagine avrebbe generato un alert di rischio elevato, imponendo audit fisici preventivi e non programmati prima ancora della firma del contratto. L’intero processo, tracciato e immodificabile, avrebbe costituito la prima linea di difesa, documentando il rifiuto di un partner commerciale a rischio o l’imposizione di clausole contrattuali e controlli rafforzati, bloccando di fatto l’ingresso del rischio nella filiera.

L’indagine della Procura si concentra ora sulla ricostruzione a posteriori di un biennio di attività, un lavoro immane che richiede l’analisi di migliaia di documenti, ordini, fatture e report di audit. Questo approccio investigativo evidenzia la seconda, e forse più grave, omissione da parte delle aziende: la mancanza di un monitoraggio continuo e sostanziale sulla filiera. I controlli, quando eseguiti, sono stati probabilmente sporadici, campionari e annunciati, permettendo ai fornitori di “preparare” l’ispezione e di nascondere la realtà della sub-fornitura a opifici clandestini. La catena di approvvigionamento è rimasta una scatola nera, un’area di delega di responsabilità senza un reale trasferimento del controllo.

In questo scenario, un’architettura di prevenzione attiva avrebbe ribaltato la logica del controllo dal campione al censo. Un sistema come Scudo231 non si accontenta di audit periodici, ma implementa protocolli di monitoraggio in tempo reale. Avrebbe richiesto ai fornitori qualificati di condividere, tramite flussi dati protetti, informazioni operative essenziali: volumi di produzione per commessa, ore lavorate aggregate e anonimizzate, dati sui consumi energetici degli stabilimenti. I motori di intelligenza artificiale predittiva avrebbero immediatamente rilevato le anomalie: picchi di produzione notturni incompatibili con i contratti di lavoro dichiarati, volumi di output sproporzionati rispetto alla capacità produttiva dell’opificio ufficiale (un chiaro indicatore di subappalto non autorizzato), flussi finanziari verso soggetti terzi non censiti nella filiera. Ognuna di queste deviazioni avrebbe innescato un’escalation automatica verso le funzioni di compliance e l’Organismo di Vigilanza, attivando clausole risolutive espresse o audit a sorpresa. Invece di scoprire lo sfruttamento a due anni di distanza tramite un’indagine penale, l’azienda lo avrebbe intercettato e bloccato nel giro di settimane, creando una registrazione probatoria inattaccabile della propria azione di vigilanza. Questo non solo avrebbe protetto i lavoratori, ma avrebbe anche disinnescato il presupposto stesso della responsabilità dell’ente.

Il reato presupposto che aleggia sull’intera vicenda è quello di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, previsto dall’art. 603-bis del codice penale e inserito nel catalogo dei reati 231. Se la Procura dovesse dimostrare che le griffe hanno sistematicamente omesso i controlli necessari pur di garantirsi prezzi di fornitura più bassi, derivanti proprio dallo sfruttamento a valle, la loro posizione potrebbe aggravarsi drasticamente. La contestazione della responsabilità amministrativa dell’ente aprirebbe la porta a conseguenze devastanti. Le sanzioni pecuniarie, calcolate in quote il cui valore è commisurato al fatturato, potrebbero raggiungere cifre milionarie. Ancora più temibili sono le sanzioni interdittive: il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, la sospensione di licenze o, nello scenario peggiore, l’interdizione dall’esercizio dell’attività.

Ma il rischio più concreto e immediato, in questa fase, è legato alla confisca del profitto del reato. Secondo un orientamento giurisprudenziale consolidato, il profitto confiscabile non è solo quello dell’autore materiale del reato (l’opificio), ma anche il risparmio di spesa ottenuto dal committente che, grazie all’illegalità nella filiera, ha pagato un prezzo inferiore per i beni o servizi. L’acquisizione dei documenti contabili da parte dei Carabinieri è finalizzata anche a questo: quantificare il vantaggio economico che i grandi marchi hanno tratto, consapevolmente o per grave negligenza, da questa catena di sfruttamento. Si tratta di un’esposizione finanziaria diretta, che può essere attivata anche tramite sequestro preventivo, congelando ingenti somme di denaro ben prima di una sentenza di condanna.

Qui si manifesta il terzo livello di fallimento di un approccio puramente formale alla compliance. Di fronte a un ordine di esibizione, le aziende si trovano ora in una posizione reattiva, costrette a fornire documentazione che potrebbe essere usata contro di loro, sperando che il loro Modello 231 “cartaceo” regga all’urto dell’analisi degli inquirenti. La difesa si basa sulla speranza di dimostrare di aver fatto “abbastanza”. Un’organizzazione dotata di un ecosistema sovrano avrebbe invece affrontato la richiesta della Procura da una posizione di forza. Avrebbe potuto estrarre dal sistema una “Ricostruzione Causale Scientifica”: un dossier digitale, immutabile e dotato di marcatura temporale, che non si limita a mostrare procedure e policy, ma fornisce la prova tecnologica di ogni singolo controllo eseguito, di ogni anomalia rilevata e di ogni azione correttiva intrapresa. Invece di consegnare un manuale di procedure, avrebbe fornito il log dettagliato di un sistema di difesa che ha funzionato, che ha tracciato il rischio e che ha agito. Questo tipo di evidenza sposta radicalmente l’onere della prova, rendendo estremamente difficile per l’accusa dimostrare l’elusione fraudolenta del modello o la sua inefficacia, e di conseguenza proteggendo l’ente dal sequestro e dalla confisca.

L’operazione del 16 luglio non è un fulmine a ciel sereno. È il risultato di un’evoluzione della strategia investigativa che, specialmente a Milano, punta a risalire le catene del valore per colpire non solo gli esecutori materiali dei reati economici, ma anche le entità che, con le loro scelte organizzative e commerciali, creano le condizioni per cui tali reati possano prosperare. La scelta di non indagare, per ora, i grandi marchi è una mossa strategica: permette di acquisire documenti senza le garanzie difensive previste per l’indagato, raccogliendo materiale che potrebbe poi fondare una futura iscrizione. È una fase di valutazione della tenuta dei sistemi di compliance aziendali. Quei Modelli 231, oggi nelle mani degli inquirenti, saranno analizzati non per la loro eleganza formale, ma per la loro efficacia concreta. Saranno confrontati con la realtà dei fatti, con le testimonianze dei lavoratori sfruttati e con le prove raccolte negli opifici. Se il divario tra la carta e la realtà sarà incolmabile, la responsabilità per culpa in vigilando diventerà una conseguenza quasi inevitabile, trasformando un problema di fornitura in una crisi legale, finanziaria e reputazionale di proporzioni sistemiche per l’intero settore del lusso.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/07/16/pm-milano-acquisizioni-di-atti-presso-etro-cucinelli-chanel-e-altri-brand_99f93874-24a7-440d-9a68-fe6d2afa0cc9.html