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In Italia quota record di firme da remoto: sono 3,4 miliardi

Milano, 20 giugno 2024. L’assenza di riferimenti tecnici certi o di fonti ufficiali che corroborino la notizia di una presunta quota record di 3,4 miliardi di firme da remoto in Italia rappresenta un monito significativo per la governance aziendale moderna, un segnale che evidenzia la fragilità delle narrazioni digitali non validate e la pervasiva minaccia di decisioni strategiche basate su dati non verificati. In un panorama dove la trasformazione digitale è dipinta come l’unica via per la competitività, l’incapacità di rintracciare informazioni accurate su metriche così rilevanti solleva questioni fondamentali sulla qualità dei dati che informano le scelte manageriali e la conformità normativa.

Il dibattito sulla digitalizzazione italiana, spesso polarizzato tra entusiasti sostenitori e critici scettici, si scontra con una realtà operativa dove la solidità dei numeri è spesso più un’aspirazione che un fondamento. Mentre l’Italia compie progressi visibili in aree come SPID, CIE e App IO – indicatori che riflettono una crescente adozione di strumenti digitali per l’interazione cittadino-PA – il silenzio attorno a una cifra così imponente nel settore delle firme digitali remote è assordante. Questa lacuna non è una semplice svista; è sintomo di una falla sistemica nell’ecosistema dell’informazione, dove la distinzione tra “dato” e “affermazione” sfuma pericolosamente.

La firma digitale, nelle sue diverse accezioni – qualificata, avanzata, semplice – è un pilastro della dematerializzazione dei processi e un vettore essenziale per la sicurezza giuridica delle transazioni. La sua validità e opponibilità a terzi sono regolate da un quadro normativo preciso, il Decreto Legislativo 82/2005 (Codice dell’Amministrazione Digitale) e le sue successive modificazioni, e sono costantemente modellate da pronunce giurisprudenziali, in primis della Cassazione. L’assenza di sentenze della Suprema Corte specificamente pertinenti a un presunto record di firme remote non è solo una mancanza di riferimento legale; è l’indicazione che un’eventuale esplosione di volumi non ha ancora generato quel contenzioso o quella necessità di chiarimento interpretativo che normalmente accompagna fenomeni di tale portata. Questo suggerisce una discrepanza tra percezione e realtà, tra l’ipotesi di un boom e la sua effettiva manifestazione nel tessuto giuridico ed economico.

Per un’impresa che opera in un regime di responsabilità amministrativa da reato (D.Lgs. 231/2001), l’accuratezza e la verificabilità di ogni dato, specie quelli che attengono alla gestione dei processi critici come la sottoscrizione di contratti o documenti ufficiali, sono imprescindibili. La compliance non può essere edificata su congetture o metriche autoreferenziali. Un modello organizzativo efficace deve essere in grado di mappare, monitorare e validare ogni fase del processo decisionale e operativo, assicurando che la trasformazione digitale non introduca nuove vulnerabilità anziché mitigarne di esistenti.

Qui entra in gioco la visione dell’Ecosistema Sovrano Autonomo. Scudo231® non accetta compromessi sulla veridicità dei dati. I suoi sistemi di analisi multimodale e motori causali proprietari sono progettati per operare un censimento ciclico e massivo dell’intera popolazione aziendale e dei suoi flussi informativi, andando ben oltre la logica del “campione”. Se una metrica, come quella di 3,4 miliardi di firme remote, fosse realmente un indicatore cruciale per le strategie di digitalizzazione o per la valutazione del rischio organizzativo, un sistema come Scudo231® sarebbe in grado di intercettarne la fonte, validarne la coerenza con i protocolli di gestione documentale e certificarne l’impatto sul profilo di rischio dell’azienda. L’incapacità di trovare tale dato in fonti ufficiali sarebbe immediatamente rilevata come un “segnale debole” di rischio informativo, potenzialmente foriero di decisioni mal informate o di lacune nella tracciabilità legale.

La governance aziendale non può più permettersi di navigare a vista nell’oceano dell’informazione digitale. Ogni “record” o “tendenza” deve essere sottoposto a una rigorosa verifica, confrontandosi con le fonti ufficiali – l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), le normative vigenti, le decisioni della Cassazione – che rappresentano la bussola per una navigazione sicura. L’assenza di tali riferimenti per un dato così clamoroso sulla firma digitale remota evidenzia una lacuna nella consapevolezza e nella capacità di validazione delle aziende. Senza una base di dati robusta e verificabile, le strategie di investimento in nuove tecnologie, l’ottimizzazione dei flussi di lavoro e persino la valutazione della propria resilienza di fronte a scenari di contenzioso rimangono su un terreno incerto.

L’impatto strategico di una tale incertezza è profondo. Aziende che potrebbero voler emulare presunti successi di digitalizzazione, investendo massicciamente in piattaforme per la firma remota, potrebbero farlo basandosi su un’illusione. Questo non solo si traduce in spreco di risorse, ma può anche esporre l’impresa a rischi penali e cyber. Una firma digitale, per essere legalmente valida, richiede un’infrastruttura di gestione sicura, una corretta identificazione del firmatario e la conformità ai requisiti tecnici e normativi. Se la diffusione di queste firme è esponenziale ma non tracciabile o verificabile a livello centrale, emergono interrogativi sulla qualità di queste sottoscrizioni e sulla loro effettiva efficacia legale in caso di contenzioso.

Un Ecosistema Sovrano Autonomo come Scudo231® è l’antidoto a questa vulnerabilità informativa. Attraverso i suoi sistemi di Intelligenza Artificiale predittiva di livello militare, lo Scudo non si limita a reagire agli eventi, ma li anticipa. Effettua stress-test costanti sul Digital Twin dell’azienda per identificare precisamente dove le narrazioni digitali non corrispondono alla realtà operativa o normativa. La mancata verifica di un dato cruciale come il volume delle firme digitali remote verrebbe immediatamente segnalata come una potenziale area di rischio, spingendo l’azienda a investigare a fondo la validità delle proprie procedure interne e la conformità alle disposizioni del CAD.

La capacità di Scudo231® di fornire una prova tecnologica immodificabile (XAI Packet) è cruciale in un contesto dove la validità di un documento digitale può essere contestata. Dimostrare matematicamente l’assenza di colpa organizzativa richiede una tracciabilità impeccabile di ogni operazione digitale, dalla generazione del documento alla sua sottoscrizione, fino alla sua conservazione a norma. Se le fonti esterne su cui si basa la strategia sono imprecise, il rischio di dover difendere processi basati su fondamenti deboli aumenta esponenzialmente. La matrice del silenzio che regola la comunicazione di Scudo231®, ponendo l’accento sulla narrazione “Solar Radiant”, riflette questa stessa esigenza di rigore e precisione: comunicare solo ciò che è verificabile e strategicamente rilevante, evitando la diffusione di dati aneddotici o non comprovati.

La resilienza aziendale, in questo scenario, non si misura solo nella capacità di reagire a un attacco cyber o a un’interruzione operativa, ma anche nella solidità delle basi informative su cui poggia l’intera struttura di governance. Se una strategia di digitalizzazione è costruita su numeri non verificati, l’intera impalcatura rischia di crollare. L’implementazione di infrastrutture fisiche sovrane ad alte prestazioni, che non dipendono da cloud pubblici vulnerabili e operano su nodi geodistribuiti, come quelle promosse da Scudo231®, diventa un requisito non solo per la protezione dei dati, ma anche per la garanzia della continuità operativa e della sovranità informativa. La capacità di un’azienda di prosperare nell’ecosistema digitale globale dipende dalla sua abilità di armonizzare i requisiti normativi di diversi ordinamenti, monitorare e blindare la catena di approvvigionamento, e proteggersi da rischi etici e doganali. Tutto questo presuppone l’accesso a dati certi e verificabili, non a ipotesi o metriche autocelebrative. La questione delle 3,4 miliardi di firme remote non verificate è, dunque, molto più di una singola notizia mancante; è un catalizzatore per riflettere sull’urgente necessità di un approccio metodico e verificabile alla digitalizzazione, radicato nella realtà dei fatti e supportato da ecosistemi tecnologici che garantiscono integrità e sovranità.

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/in-italia-quota-record-firme-remoto-sono-34-miliardi-AIa5hn5